Il 19 gennaio scorso ha compiuto 55 anni; due settimane dopo era ospite di David Letterman per presentare il suo ultimo, fenomenale album, Little Sparrow. Chi l’ha vista (il Late Night Show viene trasmesso in Italia dal canale satellitare Raisat Show sulla piattaforma D+) non ha potuto che rimanere sbalordito dalla sua versione bluegrassata di Shine dei Collective Soul, dal suo look eccentrico da cowgirl del 2000 (pantaloni di pelle rossi con spacco laterale e camicia western in nuance, tacco alto, capelli biondissimi e rossetto color fuoco), dalla sua contagiosa simpatia, dalla sua irrefrenabile energia. Nonostante le umili origini – viene da una piccola fattoria di Locust Ridge, Tennessee, nel rurale sud-est americano, quarta dei dodici figli di Robert e Avie Lee Parton – Dolly Rebecca Parton (www.dolly.net) è nata per essere una star. Eredita i geni musicali dalla mamma, cantante e chitarrista di sangue cherokee, e dal nonno, il reverendo Jake Owens, violinista e compositore. A dodici anni già appare in una televisione locale, a tredici registra per una piccola etichetta e fa il suo debutto al Grand Ole Opry, a quattordici firma il suo primo contratto discografico con la Mercury. A soli 21 anni, nel 1967, incide Dumb Blonde (cioè “bionda stupida”, che qualche buontempone sostiene essere una dichiarazione d’intenti anche se di Dolly tutto si può dire meno che sia stupida). Porter Wagoner la nota e la invita nel suo programma televisivo: lì, i loro duetti diventano leggendari. Nel 1970 con Joshua raggiunge il numero 1 in classifica, poco dopo firma la autobiografica Coat Of Many Colors, destinata a diventare un classico. E’ ufficialmente la nuova regina della country music. Non ha più bisogno di un boss come Wagoner, ormai case discografiche, televisioni e persino il cinema sono ai suoi piedi. Anche la sua situazione sentimentale è solidissima: dal 1966 è sposata con Carl Dean, titolare di un’impresa che asfalta le strade. Oggi, 43 anni e 72 album dopo, la Parton è una delle icone dell’entertainment statunitense. Le sue trasmissioni televisive, le sue performance cinematografiche (una su tutte: Dalle 9 alle 5 orario continuato) e soprattutto la sua musica hanno lasciato una traccia indelebile nella storia dello spettacolo del Novecento che sembra destinata ad allungarsi anche nel nuovo millennio. Fedele alle sue radici, Dolly vive con il marito Carl e con un numero imprecisato di famigliari in una villa di campagna nella verde quiete delle Smokey Mountains del Tennessee, a pochi chilometri dalla fattoria appartenuta ai suoi genitori. E sempre nella stessa zona, nel 1985, la Parton ha fondato Dollywood, un enorme parco di divertimenti tematico dove tra attrazioni tipo Disneyland, ristoranti e amusement vari, c’è un magnifico teatro nel quale si esibiscono regolarmente le più grandi star della musica country presente e passata, da Willie Nelson a Ricky Skaggs, da Martina McBride a Emmylou Harris. Se non avete in programma una visita a Nashville, Memphis o dintorni (Dollywood è da quelle parti), provate una navigazione on line: cliccando su www.dollywood.com vi divertirete a fare una sorta di tour virtuale del parco, vedrete il programma dei concerti e avrete accesso ad una mole notevole di informazioni. Nell’estate del 2000, nel corso di una vivace conferenza stampa nella quale si è presentata con un succinto costume da bagno nero e oro, la Parton ha annunciato che Dollywood si allargherà con un parco acquatico da 20 milioni di dollari. E a chi le chiede come le sue forme prosperose e il suo look teso ad accentuarle abbiano effettivamente aiutato la sua carriera risponde: “L’hanno aiutata ma l’hanno anche ostacolata facendomi spesso passare per quella che non sono. Lo posso capire: essere appariscenti può rappresentare un’arma a doppio taglio ma è più forte di me. Adoro il glamour: non fossi nata donna sarei stata certamente una drag queen. Il mio modo di apparire ha anche condizionato la mia musica: prendiamo la mia ultima svolta bluegrass. Il bluegrass è considerata una musica seriosa, rigorosamente tradizionale e questo cozza con il mio look. Ma a me poco importa: io adoro il bluegrass e la musica old time e finalmente alla mia età posso permettermi di fare tutto ciò che voglio”. Già nel precedente album (The Grass Is Blue), che le ha fruttato numerosi premi e un paio di nomination ai prossimi Grammy, Dolly ha presentato la sua personale, frizzante e un po’ avventurosa versione del bluegrass mescolata con old timey e neo folk impreziosito da qualche spruzzatina irish che risulta essere divertentissima e assolutamente trascinante. Con Little Sparrow (pubblicato dalla dinamica e intelligente label indipendente Sugar Hill e distribuito in Italia dalla Edel) va addirittura oltre presen-tando un disco completo, pieno di twist ma anche di poesia, con alcune chicche davvero pregevoli. Un’operazione contro corrente tutta puntata sulla qualità che lei stessa ci spiega. “I miei dischi oggi non vendono molto. Perché dunque farsi condizionare dal mercato? Dalla mia carriera ho avuto tutto: ora posso permettermi di scegliere i brani che più mi piacciono e più mi emozionano. Ecco perché ho fatto la cover dei Collective Soul o addirittura l’evergreen di Cole Porter I Get A Kick Out Of You che ho sentito in un vecchio disco di Frank Sinatra e ho voluto rifare quasi in stile Western Swing. La title-track l’ho scritta pensando a mio padre: lui mi chiamava il suo usignolo e per anni il mio soprannome è stato quello di The Smokey Mountains Songbird. Little Sparrow (aquilotto) è il mio omaggio a lui ma pure a Carl, mio marito, che insieme a me ha selezionato i brani del disco e forse un po’ anche a me stessa: in fondo sono anni che volo alta come un aquilotto.”
Prodotto come il precedente da Steve Buckingham, l’album vede la partecipazione di diverse vocalist femminili di lusso, Rhonda Vincent, Maura O’Connell, Alison Krauss, Claire Lynch, e di alcuni strumentisti favolosi come il prodigioso mandolinista Chris Thile. Tra i 13 brani del disco, piacciono la già citata Shine (davvero imprevedibile per chi ha in mente il pezzo originale), I Don’t Believe You’ve Met My Baby dei Louvin Brothers, un pezzo bluegrass superclassico reso con grande classe e brillantezza da Dolly, la delicatissima My Blue Tears (scritta dalla stessa Parton per l’album del trio con Linda e Emmylou) che ricorda proprio le celestiali atmosfere di quel progetto. Nella medesima vena artistica troviamo la elegante ballata acustica Mountain Angel, quasi sette minuti dallo squisito sapore appala-chiano che dimostrano le qualità di compositrice di Dolly nonché le sue notevoli doti interpre-tative (come dimostrato dalla strofa quasi sus-surrata), la irlandeseg-giante Down From Dover, sempre scritta con sapienza dalla Parton, e la ispirata The Beautiful Lie, rigoroso arrangiamento per violino e voce di un pezzo del repertorio degli Amazing Rhythm Aces che sfocia nella dolce, conclusiva In The Sweet By And By. E se a tutto ciò aggiungiamo la suadente Seven Bridges Road, scritta da Steve Young e cantata da Eagles e CSN, capiamo che Little Sparrow è un grande album che incorona una delle più radiose regine della musica americana. E che ci ha già svelato la sua prossima mossa. “Il mio gruppo preferito? I Led Zeppelin. Ho già contattato Jimmy Page, sarò presto in sala di incisione con lui.”
Ma quante ne sa…
