Lui sostiene che dal 1975 non ascolta un disco di rock e viene da pensare che si tratti di uno snobismo di maniera visto che almeno fino al 1996 è stato mani e piedi nella scena hard rock tanto con i Rainbow quanto con i Deep Purple. Certo è che dal 1997 Ritchie Blackmore ha smesso i panni del mago della Stratocaster, con la quale ha regalato riff storici come quello di Smoke On The Water, per vestire quelli di menestrello rinascimentale. Il sodalizio con la compagna (anche nella vita) Candice Night, suggellato dall’unione dei loro cognomi nel nome del gruppo, sembra essere quello che Blackmore cercava da sempre per placare il suo carattere burrascoso, anche se alcune sue scontrosità si possono apprezzare tuttora, tanto nelle esibizioni dal vivo quanto nell’intervista che segue. Però, a dimostrazione che la maturità per questo genio della musica sembra essere arrivata a 60 anni suonati, negli ultimi due anni si è sposato, ha visto nascere la prima figlia avuta da Candice, Autumn Esmerelda, e per suggellare il tutto ha realizzato un nuovo album che, manco a dirlo, è dedicato alla piccola erede. Insomma, anche il tremendo Ritchie sembra essersi addolcito…
Il vostro album è intitolato Autumn Sky. Cosa c’è sotto il vostro cielo di quest’autunno?
Ritchie: «Campi dorati, ragazzini che danzano intorno agli alberi e menestrelli che suonano attorno ai falò accesi».
Da cosa sei stata ispirata per i testi di questo lavoro?
Candice: «Ci sono alcuni temi ricorrenti tra le mie fonti di ispirazione. Parlo di leggende, miti e favole. Ma anche la natura, il mistero, l’amore e la perdita. Questa volta però a tutto questo si è aggiunto qualcosa. Creare musica è già di per sé un’incredibile iniezione di energia, ma farlo mentre una nuova vita cresceva in me è stata un’esperienza davvero magica».
Quanto ha cambiato la vostra vita l’arrivo della piccola Autumn Esmerelda?
Candice: «La vera domanda è cosa non è cambiato. Ci metterei meno a rispondere. Non avrei mai immaginato di poter vivere dormendo così poco… ma nemmeno che ricevere un piccolo sorriso sdentato potesse darmi tanta gioia, amore e appagamento».
Spesso per i vostri dischi pescate direttamente dal repertorio tradizionale. Come affrontate la rielaborazione di brani che hanno una storia così lunga alle spalle?
Ritchie: «Dipende tutto dal brano, dalla sua struttura e dalla progressione degli accordi. Nonché dagli strumenti che utilizziamo. Non c’è una formula standard. Questa musica viene suonata con strumenti che hanno centinaia d’anni di storia che ancora risuona con molte anime. Quando senti questi strumenti organici suonare, vengono riuniti suoni di un tempo andato. Qui non c’è nulla di sintetizzato o formulato: questi sono strumenti completamente naturali che vengono suonati esattamente come avveniva un tempo».
In questo album interpreti un traditional molto famoso come Barbara Allen. Cosa distingue la tua versione da quelle che l’hanno preceduta?
Candice: «Devo ammettere che non ho mai sentito le altre versioni. Ritchie mi ha fatto sentire questo pezzo perché lo cantava ai tempi della scuola. A quel punto ho fatto una ricerca in Internet per recuperare il testo e per farne la nostra versione. È stato solo in quel momento che ho scoperto che molti cantanti folk l’avevano cantata. Ma tutto è partito semplicemente dai ricordi di scuola di Ritchie».
Come mai l’album esce con diverse copertine a seconda dei paesi di pubblicazione?
Ritchie: «Io preferivo quella con il vagabondo con lo sguardo perso nel paesaggio. Ma qualcuno della casa discografica ha pensato che fosse troppo folk. Così l’hanno cambiata in Germania, Svizzera e Austria. Ci sono voluti 12 mesi per realizzare il disco e 12 minuti per decidere cosa doveva finire in copertina».
I vostri concerti hanno sempre delle scenografie molto caratteristiche quando addirittura non si svolgono in luoghi storici. Quanto conta per voi il contesto e quanto il vostro è semplicemente un progetto musicale piuttosto che un vero stile di vita?
Ritchie: «Ciò che ci circonda è importantissimo perché buona parte delle nostre ispirazioni vengono dalla natura e dal contesto. Così ci piace suonare in castelli o vecchi borghi medievali perché sono luoghi con un valore storico. In passato mi sono esibito in grossi palazzetti solo per la possibilità di raccogliere molta gente, ma il luogo in sé non aveva alcuna atmosfera. Per noi questo è tanto un progetto musicale quanto una filosofia di vita».
Candice: «Credo che per creare questo mondo devi anche viverlo. Deve per forza essere parte di te altrimenti sarebbe una rappresentazione falsa e un po’ patetica. Questa musica è parte di noi e viviamo secondo le idee che la accompagnano».
Vi capita mai di avere dei contrasti per motivi artistici? E in quel caso a chi spetta l’ultima parola?
Ritchie: «L’ultima parola spetta sempre a Dio».
La vostra musica potrebbe essere definita vintage se non addirittura nostalgica. C’è qualcosa di moderno nella musica dei Blackmore’s Night?
Ritchie: «Proprio nulla. O almeno lo spero».
Ritchie, hai abbandonato la scena rock ormai da anni. Ti capita di ascoltare ancora del rock e cosa ne pensi?
Ritchie: «Ho smesso di ascoltare rock intorno al 1974, 1975. Ogni tanto sento qualche band ma non frequento radio o tv tematiche di quel tipo».
Uno come te che ha vissuto una tale evoluzione cosa pensa quando vede artisti che cantano le stesse canzoni nello stesso modo da trent’anni?
Ritchie: «Nulla di particolare, è una loro scelta. D’altronde ci sarà sempre un pubblico che si lascia affascinare dalla nostalgia».
Se potessi tornare indietro nel tempo c’è qualcosa che non rifaresti più?
Ritchie: «Noi tutti impariamo dai nostri errori e io ne ho commesso più di uno».
Ma se dovessi dire in una scala da 1 a 10 quanto sei soddisfatto del tuo percorso musicale…?
Ritchie: «È davvero difficile per me riuscire a sentirmi soddisfatto. Qualche volta succede, ma per la maggior parte di queste sto dormendo».
Tanto dal vivo che su disco vi è capitato di rifare brani dei Deep Purple o dei Rainbow. In base a quali criteri li scegli?
Ritchie: «Ci affidiamo al pubblico. Spesso chiediamo loro cosa vogliono sentire e noi cerchiamo di accontentarli, anche se non sempre questo può accadere».
I Blackmore’s Night vanno avanti ormai da quattordici anni. Nella tua carriera non era mai successo che rimanessi nello stesso gruppo così a lungo. Qual è il segreto?
Ritchie: «Ottima musica, una bella compagnia e gran divertimento».
E cosa vedi nel futuro della band?
Ritchie: «Altra ottima musica, bella compagnia e gran divertimento».
Candice: «E io brindo a tutto questo!».
09/12/2010
BLACKMORE’S NIGHT
FOLK ON THE WATER
