27/03/2007

Bruce Springsteen a New York

Waitin’ For The Risin’ Man

Al Madison Square Garden di New York l’atmosfera è toccante. Bruce Springsteen sta cantando di dolore, speranza e domande senza risposta tra il clamore del suo pubblico, un clamore alternato a surreali momenti di silenzio quasi assoluto e denso di drammaticità. Tra il pubblico, ci sono persone che cantano, piangono e si abbracciano: neri, bianchi, verdi, gialli, viola (e non per effetto delle luci). Ci abbracciamo tutti. Perché il pubblico, stasera, non è un pubblico qualunque, ma quello della città di New York. Le canzoni, tranne qualche bis ‘classico’, non sono qualsiasi, ma quelle di The Rising. E sul palcoscenico non c’è la solita rockstar americana, ma il portavoce dell'”uomo della strada” con la sua banda, l’unico capace di esorcizzare il lutto del nuovo millennio in modo devastante, assoluto.

I fan italiani – che vedranno Springsteen nell’unica data del 18 ottobre a Bologna – e in generale gli appassionati che ben conoscono il pathos emotivo che gronda dalle sue performance, si preparino a un evento ‘forte’, che vi urlerà nelle orecchie la necessità, nuda e cruda, di guardare oltre il dolore ed essere ancora vivi. Sarà come uno schiaffo in piena anima, di quelli però che fanno un gran bene.

Il Madison Square Garden è pieno anche di poliziotti e di vigili del fuoco, tutti lì per assistere allo show orgogliosamente in divisa anche se non sono in servizio. Se si pensa all’ultima esibizione del Boss al Madison Square Garden, caratterizzata dall’astio dei poliziotti nei suoi confronti per via della canzone American Skin (41 Shots), ci si rende conto che l’11 settembre ha cambiato un insieme di cose, grandi e piccole. Quando Springsteen esegue le canzoni dell’ultimo disco, è chiaro che il dolore è di tutti e tutti si stringono in un abbraccio universale. Nelle sue parole, il Boss narra del nostro lutto e dell’incapacità di trovare risposte (You’re Missing). Ma protagonista diviene anche il nemico, la voce interiore di un ragazzo-kamikaze, immaginato nel suo più intimo e diabolico istante che precede l’atto che distruggerà se stesso e altre vite (Paradise).

A New York, la frase più bella me l’ha detta un amico: “La musica ha il potere di trascendere le crudeltà della vita”. Ecco il senso del concerto di Springsteen, lo stesso che il Boss porterà con sé in Italia. E per una volta l’assolo di tizio o il riff di caio sono meno importanti del messaggio della serata, quello che anche a Bologna aleggerà tra le note, ora più ritmiche e coinvolgenti, ora più intimistiche e sospirate: c’è stata un’apocalisse. Non verrà a dirvi, Bruce, chi ha torto e chi ha ragione, nemmeno dall’alto di un palcoscenico. Non farà battere i vostri cuori contro o a favore. Non l’ha fatto nemmeno a New York, la sua città, dove in prima fila e nei camerini c’erano alcuni familiari delle vittime dell’11 settembre. Erano suoi fan e quando Springsteen l’ha saputo s’è commosso, s’è sentito in dovere di alzare il telefono e dire qualche parola di conforto. Lo ha fatto perché gli andava di farlo (leggi: s’è saputo dopo, mica s’è portato dietro la CNN o rilasciato comunicazioni ufficiali come fanno alcuni suoi colleghi anche solo per uno starnuto). Forse avrà portato un pizzico di consolazione dentro a qualcosa di talmente grande e oscuro da non permettere sollievo.

Nel backstage, dove incontro Springsteen, c’è anche Steve Van Zandt. Mi ha sempre dato l’idea di essere una delle personalità rock più simpatiche in circolazione, un tipo alla mano e autoironico: se vi garba, date un’occhiata al serial televisivo I Soprano, che in America riscuote da anni un gran successo, e guardate il ghigno con cui interpreta la parte del mafioso. Ci racconta di non aver più casa dal giorno degli attentati: abitava in riva al fiume, in un edificio dichiarato inagibile e che lui rivorrebbe indietro per quella magnifica vista oceanica, e ha perfino rifiutato un appartamento al Dakota, troppo chic per i suoi gusti. Proprio come uno se li immagina, qui tutti hanno l’aria simpatica anche a distanza ravvicinata e Patti è bellissima.

Sarà per l’emozione, ma quando un assistente mi fa cenno di entrare, sono felice. Come quando, da bambina, mettevo il puntale sull’albero di Natale. Bruce, oltretutto, quando mi vede si alza perché sono una donna: è anche un vero gentleman in blue jeans – ce ne fossero! Sono anche molto curiosa, è il mio mestiere; ma voglio delle risposte anche perché amo New York, perché odio la guerra (inevitabile, ce n’è pure una nuova all’orizzonte mentre scrivo), perché le ingiustizie mi fanno incazzare. Soprattutto, perché penso siano gli artisti a raccontare gli avvenimenti della storia degli uomini, quelle ombre che altrimenti resterebbero chiuse in fondo al cuore.

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Dimmi di quando hai letto i necrologi sul New York Times e hai scoperto che alcune vittime erano tuoi fan. Cosa ti ha spinto a contattare le loro famiglie? Come ti sei sentito?
All’inizio ho avuto paura di andare a ficcare il naso in un dolore troppo grande e privato, ma me ne stavo lì, con il New York Times tra le mani, a immaginare queste persone, che consideravano tanto importante la mia musica: chi erano? Che cosa gli piaceva e in quali momenti della loro vita le mie canzoni avevano in qualche modo assunto un ruolo fondamentale? Così, sono stato prima a lungo al telefono con le loro mogli e poi sono andato a trovarle.
Uno di essi faceva il pompiere e, prima che avvenisse il crollo della prima torre, tirò fuori venti persone ferite, salvando loro la vita. Ci sono stati momenti di grande commozione. Ho piena coscienza di aver scritto le mie canzoni per parlare di tutti quegli uomini comuni che silenziosamente lavorano per noi e che sono i veri eroi che sostengono da sempre le fila del mondo. Continuo a ricevere messaggi di gratitudine per questo e se in qualche modo il mio ruolo è anche indirettamente quello di esorcizzare un grande dolore, ecco, questo è il più grande onore che possa essermi riconosciuto. Mi imbarazza, ma è ciò che dà un senso a tutto quello che faccio.

Come Dylan, anche tu narri gli accadimenti e poni domande ma non proponi mai risposte. Secondo me, The Rising è un disco molto amaro, universale ma doloroso.
È accaduto qualcosa di enorme. Qualcosa che ha cambiato e muterà nel tempo a venire il corso di molte cose. Nelle miei canzoni descrivo soprattutto i mutamenti all’interno delle persone derivanti da quanto è accaduto. Parlo anche da cittadino americano, ma non solo. E ad ogni modo, c’era qualcosa che prima erroneamente sfuggiva al mondo, qualcosa che appartiene intrinsecamente all’essere americano: la paura. Un americano fa venire in mente molto spesso tre cose: la potenza, il potere e il denaro. Bene, tutte queste cose non appartengono assolutamente alla stragrande maggioranza delle persone. Ma la paura, in virtù del fatto stesso di essere americani, è sempre stata qualcosa di veramente grande e inspiegabile, inscindibilmente legata proprio a questa immagine di potere della propria nazione.
Quand’ero ragazzino, l’incubo era quello della bomba atomica. Oggi i ragazzini hanno paura di quello che è successo l’11 settembre. I miei figli sono piccoli e non sanno esattamente cos’è successo ma lo sentono e comprendono che è qualcosa di misterioso e terribile, che può toccarci. Non voglio entrare in un discorso politico, ci sono già troppe cattive interpretazione di molte delle mie canzoni. I miei personaggi non sono mai stati politici anche se ho espresso il loro disadattamento, le loro frustrazioni, la speranza e la volontà di ricostruirsi. Non mi interessano gli schieramenti, soprattutto in questo momento. Non mi sembra che il dolore delle persone venga sedato dalla vendetta però credo fermamente che la ricerca di senso sia necessaria per risalire.

L’ultimo concerto al Madison ti creò problemi per via della canzone American Skin (41 Shots): cantavi dell’immigrato africano disarmato ucciso nel Bronx nel 1999 e te la prendevi con la polizia razzista. Però qui, stasera, era pieno di poliziotti e vigili del fuoco. Come la mettiamo?
La musica è sempre stata tutto: quello che faccio, da quando avevo 13 anni, è suonare, suonare e ancora suonare. Suono, di giorno e di notte. E scrivo. Sento che questa è una nuova fase del mondo, una nuova fase della mia vita e dentro a ciò che scrivo c’è tutto questo. C’era tutto questo anche nella mia denuncia in 41 Shots e quando fecero pressioni perché non la eseguissi, mi rifiutai e la cantammo ugualmente. Credo che la gente sia qui per la mia sincerità, non certo per il mio look. Sono responsabile del ruolo che ho, né più né meno per quello che è.
Quando c’è stato l’attentato, mi trovavo in macchina con mio figlio, in New Jersey, e non sapevo ancora nulla. Un automobilista mi ha riconosciuto, s’è accostato e ha aperto il finestrino. Pensavo volesse semplicemente salutarmi o chiedermi un autografo e invece mi ha detto: “Bruce, abbiamo bisogno di te”. È questo riconoscimento che fa di me ciò che faccio, ciò che sono. Posso assicurarti che ci penso dal primo momento in cui mi alzo la mattina. È per questo che ho chiamato la E Street Band per The Rising, perché la band è la mia famiglia, i miei amici, le mie radici e oggi c’è bisogno di questo. Ci siamo detti: andiamo, facciamo, suoniamo, muoviamoci, andiamo incontro alle persone.

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