Carmen Consoli live all’Auditorium Parco della Musica di Roma (29/12/2025)
Ultima tappa del tour italiano nei teatri per la Cantantessa
Si è concluso con due tappe romane, il 28 e il 29 dicembre, il tour italiano di Carmen Consoli a supporto di Amuri Luci, un disco di altissimo livello di cui c’era irrefrenabile bisogno. Alto livello sotto tutti i punti di vista. Quello della scrittura: la cantautrice siciliana si è presa del tempo prezioso per studiare, ricercare, scovare e sperimentare – approccio spaventosamente fuori moda – e ha tessuto una trama emozionale intrecciando lingue (il suo siciliano, l’arabo, il latino e il greco) con l’eco polifonico di un’isola in continuo dialogo tra passato e presente, crocevia di culture e civiltà, teatro di storie eterne. Dal punto di vista della musica: nessuna come lei riesce – da sempre – a ricamare melodie semplici ma di gran gusto o complicate e d’impatto, in cui la voce si permea di sfumature diverse, e a innestarle su ritmi spesso irregolari e tappeti armonici mai scontati. Dal punto di vista del contenuto: tra i confini sicuri e lontani della sua dimora siciliana, Carmen Consoli ha seguito le tracce a ritroso verso storie di ieri che riecheggiano in un oggi sempre più nebuloso, finanche oscuro; dai miti antichi alle brutture della guerra, dalle migrazioni alla ribellione per le ingiustizie, dalla memoria di Peppino Impastato alla poesia classica e moderna di Ibn Hamdis, Graziosa Casella, Ignazio Buttitta e Nina da Messina. Amuri Luci, nomen omen.
Ieri sera la sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica si è riempita della voce calda e matura di Carmen Consoli, del suono morbido e pieno degli strumenti acustici e tradizionali e dei giochi di luce che hanno incorniciato il palco e riempito i teli trasparenti a bordo palco e sul fondale su cui scorrevano grafiche e immagini a sostegno delle storie raccontate. La cantautrice, in abito avorio, lungo e morbido, è un’immagine senza tempo, come la musica che fluttua in equilibrio tra arcaico e moderno, tra suono tradizionale e contemporaneo, magistralmente eseguita dai compagni di viaggio (alcuni storici) della Consoli: Massimo Roccarforte (chitarre e mandolino), Puccio Panettieri (batteria), Marco Siniscalco (basso e contrabbasso), Valentina Ferraiuolo (tamburo a cornice e percussioni), Adriano Murania (violino), Gemino Calà (flauti etnici).
La prima parte dello spettacolo è stata interamente dedicata alle undici tracce dell’ultimo lavoro, eseguito senza soluzione di continuità, nemmeno una parola che rischiasse di minare l’atmosfera immersiva che solo le sale da concerto riescono a restituire. Dalla prima all’ultima canzone, compresi i duetti con Mahmood, Jovanotti e Leonardo Sgroi le cui figure si sono palesate, imponenti, sui grandi teli ad affiancare virtualmente la Cantantessa. Dopo un breve intervallo il clima cambia completamente, l’abito diventa scuro, lei inizia a parlare, si imbracciano gli strumenti elettrici e ora il passato raccontato da Carmen Consoli non è più quello di antichi popoli e delle loro terre, ma il suo personale. Quello dei trent’anni di carriera che le proteggono le spalle, quello ricco di grandi successi, di testi che sono entrati di diritto nella storia della canzone italiana e, a giudicare dalla fedeltà che il pubblico le mostra in ogni occasione, anche nella storia di ognuno di noi. Il secondo set si apre dunque con Questa notte una lucciola illumina la mia finestra e tocca brani come AAA cercasi, Autunno dolciastro, Sintonia imperfetta; riserva poi delle chicche come due brani estratti dal primo album, Lo stonato e Sulla mia pelle che, come dice lei stessa, “non suoniamo dal 1996!”. C’è spazio anche per un momento chitarra e voce che l’autrice si prende per rimanere da sola col suo pubblico, dimensione ideale, momento di un impatto emotivo unico in cui la sala le fa eco su Bonsai #1, L’ultimo bacio, Parole di burro e In bianco e nero. L’ultimo saluto con la band viene affidato alle storiche Orfeo e Amore di plastica, ma il vero prezioso è il primo dei due bis, Blunotte, una piccola perla, non così spesso eseguita, del repertorio consoliano. Saluta il pubblico con la nota Eccezione “alla regola che insidia la norma”, visibilmente emozionata per la chiusura di questo capitolo italiano. Ora l’aspettano all’Olympia di Parigi e poi nel resto del mondo e questo, per noi, deve essere un grande vanto.


