“Cicale”, il ritorno di Malika Ayane tra malinconia e ripartenze
Un album senza genere e senza bolla sonora: il viaggio musicale di Malika Ayane tra dieci mondi diversi. Berlino, gli scatoloni mai del tutto disfatti e la casa che non basta mai: i luoghi reali che diventano metafora nelle canzoni dell’album
Ci sono dischi che si ascoltano e dischi che si respirano. “Cicale”, il nuovo album di Malika Ayane, appartiene alla seconda categoria: un lavoro suonato divinamente, pensato col cuore, che porta addosso il peso e la grazia del tempo che ci è voluto per farlo. Cinque anni di distanza dal precedente progetto discografico non sono un dettaglio biografico, sono la sostanza stessa del disco. Non stupisce che questa tracklist di dieci brani sia la sintesi di oltre ottanta canzoni scritte negli anni, in città diverse, con persone diverse. Malika lo racconta quasi ridendo, paragonando la selezione a un “Squid Game” di canzoni: “Diventa molto difficile, cioè diventa Squid Game, non puoi mettere sulla torre queste ragazze”. Eppure la sintesi funziona, e funziona proprio perché non insegue un genere o un’estetica sonora unica: “Abbiamo dieci mondi comunque molto diversi tra di loro, collegati da una scelta di strumenti adattabili e intercambiabili per i brani”. È un disco senza bolla sonora, ma con un filo che tiene tutto insieme: uno sguardo. A volte razionale, a volte emotivo, sempre fotografico.
Il titolo nasce da un documentario sulle cicale, insetti che passano quasi diciassette anni sottoterra per un’unica stagione di canto. “Noi, figli di Fedro, le abbiamo sempre interpretate come delle superficiali, senza sostanza e senza senso del futuro. Invece esiste un mondo di cui nessuno sa niente, in ogni cosa, in ogni vita, in ogni persona” ci ha raccontato Malika. È una metafora che si allarga naturalmente al disco stesso: un lavoro che torna alla luce dopo un lungo tempo sotterraneo, e che rifiuta il giudizio facile, il luogo comune, la superficie. “Parliamo, parliamo, parliamo tantissimo e non diciamo quasi niente”, dice Malika, e in quella frase c’è già mezzo album.
Il disco è malinconico, ma di una malinconia che non chiude le porte: gioca sulle sospensioni, sulle ripartenze, sulle fini che non sono davvero fini. Finalmente apre il tutto con una dichiarazione di metodo che sembra scritta apposta per chi scrive di musica: “È troppo presto ora per scrivere la mia versione di My Way e troppo tardi per abbandonarsi all’ottimismo sconsiderato di Rossella O’Hara. Provo a essere critica senza giudicare, vagare senza essermi smarrita.” Non cerca l’ultima parola, dice Malika, “che se no, cosa rimane?”, ma punti messi dove servono, che siano punti, punti interrogativi o esclamativi. È una poetica intera in due frasi. È andata così prosegue il discorso con la stessa lucidità: non sapremo mai se siamo pronti, ma “non è finita finché non è finita”: forse è tardissimo, ma non è ancora ormai. È il verso che meglio racconta l’intero disco, un lavoro che non ha paura di guardare indietro perché sa che indietro non si torna davvero.
C’è poi Diversamente, forse il cuore segreto dell’album, costruito attorno a una frase che suona come un verdetto sussurrato: “cambiare ancora casa non è abbastanza per vivere diversamente”. Non è un caso che sia proprio questa la frase che Malika sceglie, tra tutte, come quella che oggi la rappresenta di più. Sul brano interviene Dargen D’Amico, con cui Malika condivide “l’essere entrambi figli della nebbia milanese”. Sul brano, i due costruiscono due monologhi paralleli, “che si muovono su piani comunicativi differenti ma sulla stessa identica ondata di emozioni”: il testo di Malika si “arrovella come l’acqua dentro il vortice”, quello di Dargen “si muove dritto e perforante”. Animali notturni è la fotografia più cinetica del disco, pensata per la macchina e per muovere le spalle: “chi sono gli animali notturni? Siamo tutti noi. La notte è un momento in cui tante persone si divertono, ma altrettante lavorano: è semplicemente una parte del giorno che si vede meno.” Probabile e Come la prima volta restano invece sul versante più intimo, quello dell’amore che arriva senza preavviso e di quello che si rinnova ogni giorno, “ancora, e ancora, e ancora”, finché il nuovo, per definizione febbrile, si trasforma in qualcosa di straordinario proprio perché non ha più bisogno di essere preservato.
Una possibilità gioca invece sulla finta canzone allegra, quel genere che Malika ama da sempre: un testo agrodolce vestito da un suono spensierato, “un cocktail di estate, nostalgia, alienazione e saggia ironia”, per raccontare quanto l’immagine esterna della felicità sia spesso una trappola. E Primavera in città chiude il cerchio con leggerezza pura: “Sono io che torno dall’ennesima trasferta e fumo una sigaretta seduta come un gatto alla finestra di casa mia”, aspettando che il sole scenda un po’ più tardi.
Dietro la produzione c’è Giovanni Ballotti, di cui Malika parla con una gratitudine precisa: “È proprio la persona che serviva per darmi una mano ad arrivare esattamente dove volevo, ma anche per ragionare su cose che non pensavo di volere e che invece erano giuste.” È stata una sua intuizione a delegare parte della produzione agli stessi autori dei brani, smontando pezzo per pezzo l’idea di una musica “ormai eroina plastificata”, come la definisce Malika con un certo fastidio: “C’è veramente una conoscenza molto più ampia di tanti mondi”. Ci sono anche gli scatoloni del video di Detto tra noi, nati da cinque traslochi in quattro anni: “Funzionano benissimo come tavoli, come pouf, anche come comodini”, scherza Malika, prima di tornare seria sul senso della canzone, quella metafora della casa vuota in cui “non sappiamo mai a che punto siamo delle cose” e in cui, a pensarci bene, “non esistono gli inizi e le fini”.
E poi c’è Berlino, la città dove Malika vive oggi, quella dei vicini senza tende e delle partite a bocce sul canale, che lei descrive come la sintesi perfetta di due mondi che altrove non trovavano pace: “Non ero né una cantante né una violoncellista, in Italia ero la marocchina, ma con l’italiano c’era sempre questa cosa di non sentirsi mai parte di nulla.” A Berlino, dice, “ogni cosa può trovare il suo spazio perfettamente, senza essere mai giudicabile”. “Cicale” è tutto questo insieme: un disco figlio del tempo, del legame con le persone, di mille moke bevute nelle cucine di produttori e amici prima di scrivere una nota. Un disco che non giudica, che osserva, che lascia le domande aperte più spesso di quanto chiuda le risposte, che prende da quel mondo liminale tra ’70 e gli ’80, si potrebbe dire, “figlio delle stelle”: una sorta di mantra sussurrato più che gridato, di quelli che non sanno ancora se sono arrivati troppo tardi o troppo in anticipo e che proprio per questo continuano a cantare.
