16/05/2007

Comets On Fire

Avatar – Sub Pop / Audioglobe

Sì, è un gran bel disco. No, non è necessario che vi portiate la roba per viaggiare: offre la casa. Loro si chiamano Comets On Fire, vengono dalla Bay Area e questo è il loro quarto lavoro, il primo dopo il boom di Blue Cathedral di due anni fa. Qualcuno negli Stati Uniti ha scritto che i Comets On Fire sono “l’incarnazione di Interstellar Overdrive dei Pink Floyd”. Un trip, insomma. Due chitarre che s’intrecciano in modo volutamente caotico, riffoni anni 70 di matrice rock-blues, una ritmica onnipresente che fila come un treno jazz-rock, cambi di tempo, manipolazioni elettroniche rigorosamente vintage, un cantante la cui voce dal timbro ora ghiacciato ora rauco si perde nell’impasto sonoro. Questo è Avatar e fa dei Comets On Fire i campioni dell’acid rock per chi ascolta musica indie e non ha alcuna nostalgia per i Jefferson Airplane o i Grateful Dead, anche perché quella stagione lì non l’ha vissuta, e considera le jam band leggerine e non sufficientemente “cattive”. È sì psichedelia, ma non distribuisce buone vibrazioni. Rumoroso, pesante, intenso, imprevedibile, a tratti teso quasi fino allo sfinimento, Avatar ha un che di cupo e tribale, insano e apocalittico. Possiede il senso di sfida che gli album di molte jam band tecnicamente più preparate non hanno. Registrato nello studio di Coati, California, dove Tom Waits incise quel catalogo di bizzarrie sonore chiamato Bone Machine, questo è il tipico disco in cui succede di tutto, ma di cui alla fine difficilmente ricordi un solo passaggio strumentale, una melodia, un ritornello. In altre parole, non è un lavoro immediato, eppure è meno sballato di Blue Cathedral. Diremmo che è più accessibile, se accessibile fosse un aggettivo calzante a tre quarti d’ora di musica caotica e fricchettona con pezzi che durano in media più di sei minuti. Le cacofonie psichedeliche e le improvvisazioni del lavoro precedente ci sono ancora, ma hanno preso la forma di canzoni più strutturate. Il quintetto è meno estremo e stilisticamente più vario, ha lavorato sulle sfumature ed è più raffinato. Lo si capisce ad esempio da Lucifer’s Memory, ballata pianistica dai toni melodrammatici interpretata dal cantante Ethan Miller con enfasi crescente che si ripiega su se stessa e pare sempre sul punto di esplodere. Il pezzo più impressionante è forse l’iniziale Dogwood Rust, otto minuti deliranti basati su un riff di matrice rock-blues in cui le chitarre di Miller e Ben Chasny (quello dei Six Organs Of Admittance, oramai membro fisso anche dei Comets) espongono un catalogo di distorsioni e assoli dal suono acuto, il bassista Ben Flashman copre ogni spazio disponibile, il batterista Utrillo Kushner cerca di essere all’altezza della definizione affibbiatagli da un fan eccellente, tale Julian Cope: “Suona come due batteristi che pensano di essere Keith Moon”. Quando tutto sembra finito, in realtà siamo a metà brano: parte un delirante dialogo tra i due chitarristi mentre Flashman e Kushner battono il tempo d’una marcetta infernale. Col suo attacco sognante e trippy Jaybird potrebbe essere il contraltare di Dogwood Rust, se non fosse che a metà canzone il riff alla Cream accelera in modo spaventosamente minaccioso. Lo sfogo garage – ché in fin dei conti è anche da lì che vengono i Comets – s’intitola Holy Teeth, tre minuti suonati con l’acceleratore a manetta. Il “manipolatore elettronico” Noel Harmonson dà un tocco in più all’album: aggiunge alle session del gruppo suoni bizzarri, smanetta su un effetto eco a nastro, mette le mani su un oscillatore ottenendo effetti da modernariato fantascientifico. Il suono è complessivamente slabbrato, fracassone, intenso. Devi drizzare le orecchie, o meglio, alzare il volume per distinguere i particolari anche a causa del modo in cui i cinque ha deciso di registrare l’album: praticamente live, tutti insieme in studio come fossero su un palco, per poi andare ad aggiungere le rifiniture e rifare le parti meno riuscite. Rispetto a Blue Cathedral, i cui testi erano sostanzialmente inintelligibili, Miller ha fatto uno sforzo per scrivere parole più interessanti, che saranno pubblicate per la prima volta nel booklet, e non le ha poi violentate con la poderosa massa elettrica prodotta dal gruppo. Non è che i Comets On Fire si siano addolciti: pare che dal vivo siano devastanti.

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