C’è un disco piccolo piccolo di cui s’innamorano tutti quelli che l’ascoltano. L’ha fatto questo cantautore fuori dagli schemi che scrive canzoni lente come quelle di Nick Drake e cariche di pathos come quelle di Jeff Buckley. Si chiama Damien Rice, 29 anni, irlandese. Una rivelazione. Il suo disco piccolo piccolo – che in Irlanda è in giro da un anno ed è diventato doppio platino – è finalmente arrivato anche in Italia. “È il disco di una persona debole, fragile, col morale a terra, uno che si preoccupa eccessivamente delle piccole cose che non vanno nella sua vita”, ci ha detto l’autore (vedi in-tervista a pag. 64). Damien è bravissimo a trasmettere emozioni, a far vibrare le corde giuste, a tirarti dentro le storie che racconta. Non ci sono grandi artifizi nelle dieci canzoni di O. Incise in casa, con un registratore a otto piste, trasmettono un senso d’intimità e complicità che cattura fin dal primo ascolto. E poi la voce di Damien: non è il rantolio monotono di altri cantautori tormentati. Quest’uomo conosce il valore della dinamica. La sua voce, talmente grezza e diretta da darti l’impressione si stare con lui lì, davanti al registratore, gioca sull’intonazione, sulle sfumature, sulla pronuncia. Non chiede la tua attenzione: se la prende e basta. A rendere ancora più seducenti e interessanti le canzoni c’è la voce femminile di Lisa Hannigan, che in più di un’occasione si ritaglia parti soliste. Quando pensi d’aver capito dove ti porterà la canzone che stai ascoltando, arriva suadente e dolcissima Lisa e ti trasporta altrove. Accade, ad esempio, in Cold Water, sorta di gospel profano delicato come vetro soffiato che sul finale diventa arioso quanto un brano d’epoca dei Pink Floyd. Stupendo. E accade in Volcano, una canzone d’amore amarissima (“Quel che sono per te non è reale. non hai bisogno di me”). Delicate non è da meno. Damien la interpreta reprimendo la rabbia per quella ragazza che lo ama sì, ma con una leggerezza che lui non può sopportare. La voce è venata d’amarezza per gran parte della canzone, ma nel finale tira fuori il groppo che ha in gola e urla singhiozzando: “Perché canti l’Hallelujah se per te non significa niente?”, che è come dire: perché mi ami, se non lo sai fare fino in fondo e con tutta te stessa? Ma, come canta Rice in The Blower’s Daughter, una canzone splendida che l’autore – che stupidata – non voleva nemmeno includere nel disco perché troppo semplice, “non riesco a toglierti gli occhi di dosso”. A un certo punto (in Older Chests, che ha un qualcosa del primissimo Springsteen alle mie orecchie) Damien immagina come dev’essere il mondo visto dagli occhi di quei vecchietti seduti sulla staccionata e inventa un’espressione bellissima per descriverne la vecchiaia: una crepa sul muro che piano piano s’allunga.
Ad accompagnare Lisa e Damien (che suona per lo più la chitarra acustica) c’è un insolito trio di musicisti: basso, batteria e violoncello. È quest’ultimo, suonato con grande forza comunicativa da Vyvienne Long, a far la differenza e a donare a O quel nonsoche di diverso. Cannonball non ha bisogno d’altro che di un paio di chitarre acustiche per funzionare e liberare la tensione accumulata dopo tre brani tesissimi, ma quando il violoncello squarcia il silenzio di Older Chests è tutta un’altra cosa. Alla Hannigan basta aggiungerci poche parole per renderla unica. Una delle canzoni più intense e struggenti dell’album è forse Amie, che riassume la poetica di Damien in un crescendo da lacrimoni.
O sarà pure un disco piccolo piccolo, fatto in casa e senza particolari ambizioni, ma dice cose grandi, perché belle e vere. E le dice con una semplicità che non toglie bellezza alla musica, semmai la aggiunge. Poi, a metà della penultima canzone, succede qualcosa d’inatteso. La prima parte di I Remember è cantata dalla Hannigan come un brano folk d’altri tempi. Poi Damien alza il tono, che si fa quasi disperato, e partono suoni elettrici contorti che poco hanno a che fare col resto del disco. È forse ancora più spiazzante la finale Eskimo, con la voce possente di una cantante d’opera. Peccato che le due ghost track, Prague e una versione di Silent Night cantata da Lisa con un nuovo testo, non siano all’altezza.
Il disco, che Inghilterra e Stati Uniti conoscono da tempo, ha incassato una serie pressoché infinita di critiche benevole. Secondo il Los Angeles Times, Damien ha una personalità al livello di Jeff Buckley e Thom Yorke. Volendo, ci stanno anche paragoni con Tom McRae e David Gray. Ma non è questo il punto. Damien Rice ha personalità. E, per quel che si può intuire da un disco d’esordio, un talento grande così.
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Voto: 8,5
Perché: qui abbiamo un cantautore esordiente che ha scritto dieci canzoni splendide, le ha musicate con grande gusto e originalità e le ha interpretate con intensità. Uno dei dischi dell’anno.
