“Con questo album ho trovato un nuovo luogo in cui stare”, lo dice lui stesso. E ancora: “Questa volta ho avuto il lusso di poter spendere tempo e soldi per realizzare qualcosa che solo cinque anni fa avrei potuto solo sognare”. Fortuna (nostra e sua) che Life In Slow Motion da bellissimo sogno sia diventato succulenta realtà.
Gli ci sono voluti 6 dischi, 12 anni di carriera e 19 mesi di lavoro per giungere infine alla mossa che forse molti temevano, ma che altrettanti aspettavano: abbandonare i vestiti tanto confortevoli quanto spartani e fatti in casa che gli avevano donato la gloria con White Ladder, in favore di abiti sartoriali di pregio tagliati su misura da uno stilista (di suoni) celebre come Marius De Vries. Lo spiega così: “Ero a un punto della mia carriera in cui vedevo che i progressi avvenivano in maniera molto lenta in quanto a produzione e ora è come se avessi sfondato una porta con un calcio e mi trovassi davanti un mondo con un’infinita possibilità di scelte differenti”.
In altre parole Gray si è stufato di fare il cantautore minimale da cameretta, tutto chitarra acustica, synth e compostezza: ora ha alle spalle un vero produttore e un’orchestra, ma soprattutto la voglia di comporre canzoni che sublimino la propria emotività in arrangiamenti persino sontuosi. Ma non temiate che la nuova dimensione sia tutto sfarzo e niente cuore, perché la scrittura mantiene sempre al centro di tutto il sentimento e la passione; quindi Life In Slow Motion non appare affatto un lavoro preda di una produzione esagerata e innamorata di sé stessa: “Mi piace molto il bilanciamento tra la componente intima della voce e la maniera in cui il disco si espande servendosi di arrangiamenti via via più imponenti. Ma non ho mai avuto la sensazione che ciò avvenisse in maniera gratuita e del resto non è un progetto che ha a che fare con la presunzione, non è produrre in un certo modo per il gusto di farlo, ma sono le canzoni stesse ad avere bisogno di quella dimensione”.
Così un brano come l’iniziale Alibi, che Gray definisce una “Babylon parte seconda, ma più astratta”, può partire intimo e finire declamatorio, sfruttando enfasi a piene mani, merito di un’orchestra al completo, che nella parte finale si butta a capofitto in una grandeur da parata. In The One I Love affiorano perfino spunti à la Springsteen epoca Born To Run (prestare attenzione ai tocchi di tastiera e alla maniera in cui voce e strumenti lanciano la canzone) e in Lately hai già l’impressione che David Gray non abbia mai cantato così bene come in questo album e che sia il suo migliore fino ad ora (e siamo solo al terzo pezzo). Slow Motion e Ain’t No Love sono probabilmente le canzoni più belle che abbia mai scritto, toccanti e definitive come lo sono i classici: la prima sposa timidi accordi di piano e chitarra acustica con una batteria elefantiaca e una linea vocale toccante, fino a sciogliersi tra fiati e pedal steel in un inno alla melodia; la seconda, composta per il film A Way Of Life e alla fine non utilizzata, è una perla imbevuta di un fraseggio vocale quasi dylaniano nelle strofe, supportato da una partitura d’archi e di pianoforte di una dolcezza senza fine. Il ritornello, tra cori sussurrati e voce principale distesa, è il punto più commovente di Life In Slow Motion e forse della sua carriera. Lui stesso afferma che è la sua canzone preferita del disco e che non ha mai composto un testo più bello. Now And Always e Disappearing World sono preziosi canovacci su cui ci si diverte a sperimentare arrangiamenti e dinamiche, tra “echi dei dischi ambiziosi a cavallo degli anni 60 e 70”, mentre Hospital Food è un up tempo rigenerante, che “mi ricorda i Madness, l’unica volta nella mia carriera che le mie primissime influenze sono venute a galla!”.
Gli sfoghi di ambizione repressa spesso sono pericolosi, ma stavolta si sono rivelati la carta vincente.
11/05/2007
David Gray
Life In Slow Motion – Atlantic/Warner
