30/06/2026

Davide Mancini: “Effimeri, erranti e vagabondi”, il viaggio tra fragilità contemporanea e radici valdostane

Il cantautore valdostano pubblica un album concettuale tra italiano e dialetto, costruito attorno ai temi della vacuità, del pensiero in continuo movimento e della necessità di non restare fermi

 

Con Effimeri, erranti e vagabondi, Davide Mancini firma un nuovo capitolo del suo percorso cantautorale e chiude idealmente una trilogia iniziata nel 2008 con Madame Gerbelle. L’album è un lavoro concettuale che attraversa le inquietudini dell’uomo contemporaneo, sospeso tra frenesia sociale, fragilità emotiva e ricerca di senso, e nasce da un immaginario costruito attorno ai temi della vacuità, del pensiero in movimento e di una dimensione creativa in costante evoluzione.

Il progetto si sviluppa anche su un doppio livello linguistico, con brani in italiano e versioni riarrangiate in dialetto valdostano, in un dialogo tra identità e territorio che riflette la volontà dell’artista di esplorare nuove forme espressive e radici locali. Il progetto vede la partecipazione di Massimo Spinosa, bassista e musicista legato alla grande canzone d’autore italiana; Irene Burratti, cantante jazz milanese; Sara Borghese, giovane voce valdostana; Ezio Borghese al bandoneon.

È lo stesso cantautore a soffermarsi più nel dettaglio sul progetto nell’intervista che ci ha gentilmente concesso.

 

Effimeri, erranti e vagabondi è un album concettuale: da quale immagine o da quale pensiero sei partito per scriverlo?

È tutto un po’ figlio delle letture… c’è tanto l’idea della vacuità, del fatto di essere, insomma, provvisori, di passaggio. Questo per quanto riguarda l’effimero.

Poi, per quanto riguarda invece l’erranza, ho sempre pensato e immaginato che il pensiero debba per forza mettersi in cammino, quindi deve sempre essere errante, non può essere statico, altrimenti non è vero.

E vagabondo, perché poi in realtà ho sempre molto vagabondato all’interno del mondo creativo, del processo creativo. E quindi, molto umilmente, ho pensato di mettere assieme tutt’e tre le caratteristiche e di creare questo titolo.

 

Sono un tipo problematico è un brano più autobiografico o più autoironico?

Entrambe le cose. Ironico in quanto penso che sia assolutamente fondamentale prendere un po’ in giro tutto, primariamente sé stessi. Almeno io tento sempre di fare così, di non prendere mai troppo sul serio nemmeno le cose che faccio, per quanto io le faccia seriamente.

E poi però in realtà è un brano anche molto serio perché è un po’ un’analisi rispetto alla psichiatrizzazione della società moderna, in cui sono tutti infelici e alla perenne ricerca di un senso.

E poi c’è anche un altro aspetto: la parola “problema”, la cui radice è sia greca che latina, indica come significato primario qualcosa che ti è stato messo davanti, lanciato davanti, e che quindi ti obbliga a pensare, a creare e a risolvere questo problema.

Quindi, paradossalmente, “sono un tipo problematico”, tradotto letteralmente per me vorrebbe dire “sono un tipo pensieroso”. Non ha dunque un’accezione negativa. Sono problematico nel senso che sono pieno di dubbi e di perplessità.

 

 

Nel disco racconti un’umanità più fragile e inquieta: quanto secondo te la frenesia del mondo contemporaneo ha inciso su questo senso di complessità che descrivi?

Tantissimo. Bella domanda. In realtà si tratta di un atteggiamento consequenziale all’impostazione frenetica di consumo, di guadagno, di profitto che va a scapito della creatività, dell’arte, delle relazioni, della natura.

È un po’ la frenesia tipica del modello neoliberista e capitalista ormai portato agli estremi. Non è che io voglia spiegare agli altri tutte le questioni geopolitiche o sociologiche, però, se da un lato genera benessere, dall’altro poi crea anche tantissima infelicità.

E quindi, da questo punto di vista, è sicuramente una fragilità che secondo me deriva da come è stato impostato anche questo sistema.

 

Come convivono i brani in italiano e quelli in dialetto valdostano? L’hai pensata subito proprio questa idea per il tuo album?

No. Anche in questo caso apprezzo la domanda e ti ringrazio per avermela fatta. È una sperimentazione di natura linguistica che è nata proprio per il titolo Effimeri, erranti e vagabondi. Quindi nell’erranza intellettuale non si può non essere curiosi di fronte a eventuali novità o prospettive.

Io sono innamorato del De André prima maniera e lui nell’84 pubblicò quell’album memorabile, no? Crêuza de mä, in lingua genovese. Anch’io, molto umilmente, ho sempre immaginato che sarebbe piaciuto anche a me sperimentare un linguaggio diverso, insomma, più localista, più regionalista. E quindi ho pensato a come avrebbe potuto venire fuori una traduzione dei brani che avevo scritto in italiano.

Per me è stato un lavoro molto affascinante perché è stato innanzitutto molto complesso: mi sono appoggiato prima a un traduttore e poi però ho dovuto imparare gli accenti, la pronuncia. Poi il patois è una lingua che usa gli accenti tronchi e quindi cambia, insomma, un po’ tutto.

Io l’ho trovato un esperimento, come già dicevo, molto affascinante, mi è piaciuto molto e penso che in futuro potrò ripresentarlo, anche in relazione a qualsiasi altra lingua. Ho cantato anche in francese e mi piacerebbe in futuro fare una versione in spagnolo di un brano, però vediamo.

 

Com’è nata la copertina dell’album?

È una foto particolare, tematica, costruita. A me piace perché dentro c’è un po’ il tema, il concetto dell’album: c’è il crocevia della rotonda, c’è la montagna con la sua influenza, c’è il muro che va valicato attraverso l’erranza e quindi la curiosità, e poi io sono di schiena e lontano perché ci tenevo a non essere presente né di viso né di faccia.

Magari è una copertina che può lasciare un po’ perplessi, ma a me è piaciuta perché è legata al tema dell’album.

 

Copertina "Effimeri, erranti e vagabondi" - Davide Mancini

 

La Valle d’Aosta è il luogo o uno dei luoghi che per te rappresenta tranquillità in contrapposizione a ciò che racconti nell’album?

La Valle d’Aosta è un posto dove la natura è preminente e dove è straordinaria la forza della natura stessa.

Da questo punto di vista è anche fonte d’ispirazione.

Io sono molto grato alla Valle d’Aosta perché senza farei molta più fatica a trovare la fonte d’ispirazione.

Io dico questo perché la Valle d’Aosta è molto piccola e quindi, come tutti i posti piccoli, ha tutta le criticità della provincia, la provincia della provincia, fai conto come fosse un quartiere di Milano, di Torino, però poi ha una bellezza naturalistica che è straordinaria, è consolante ed è anche una fonte di creatività.

 

Guardando al tuo percorso, dal rock etnico dei Celtica fino al cantautorato e a questo nuovo progetto, cosa senti di aver mantenuto sempre uguale e cosa invece hai completamente trasformato nel tempo?

È stato un percorso molto faticoso: mi sono guadagnato questa passione.

E ho cominciato con due gruppi, i Celtica e O’Connel Street Band, facendo rock, però le band sono un po’ come le famiglie, nel senso che si disgregano, c’è chi va via, c’è chi non ha più voglia di suonare, c’è chi cambia regione.

Quindi alla fine ho capito che avrei dovuto fare il cantautore, cioè fare tutto io, perché io ho cominciato come batterista.

Poi ho suonato con altre band valdostane molto quotate, di musicisti molto bravi che praticavano jazz fusion, per cui ho imparato molto dal punto di vista musicale.

È stata una palestra formativa importante, però anche lì le dinamiche poi sono sempre complesse e poi soprattutto è molto difficile presentare sé stessi quando si ha a che fare con una band di cinque o sei persone.

E quindi poi alla fine io ho portato avanti il discorso cantautorale da solo, producendo questi tre CD. Per me è una trilogia di cui vado molto fiero e poi mi ha dato anche un sacco di soddisfazioni.

Soprattutto con Madame Gerbelle, perché Madame Gerbelle è stato un esordio al quale non pensavo, nel quale non credevo che potesse avere così tanto credito e consenso.

Detto questo, io non ho mai guadagnato un euro, a onor del vero, nel senso che i dischi sono andati bene, sono stati ascoltati, ho fatto concerti, però non sono mai riuscito a farne un mestiere.

E poi con i tre lavori cantautorali ho veramente studiato per migliorare nell’approccio con lo strumento, nella scrittura dei testi, nello sviluppo dei suoni, quindi insomma ho fatto un lavoro di crescita senza dubbio.

 

Come accennavi, questo lavoro chiude idealmente una trilogia: che cosa senti di lasciare alle spalle e quale direzione immagini per i prossimi progetti?

Concerti, grazie a Dio, ne faccio e ne farò. Ho numerose richieste, anche se in realtà è sempre più complesso suonare perché oggi richiedono le cover band e poi perché ormai l’Italia è un Paese anziano che si occupa poco della musica e della cultura.

E quindi non c’è nemmeno tra i giovani la cultura di andare in un locale ad ascoltare della musica, si va ad ascoltare solo ciò che viene proposto dal mainstream e che quindi ha degli interessi economici dietro.

Quindi c’è tutto un discorso culturale che ha già impoverito tantissimo la fruibilità e anche l’ascolto della musica in generale.

Detto questo, io ho ancora tanti concerti da fare e in futuro mi piacerebbe continuare, perché ho sempre un sacco di idee, mi piacerebbe continuare con una produzione, una continuazione del discorso cantautorale.

È chiaro che è sempre più complesso presentarsi come cantautore, soprattutto come ho fatto io con un concept album e poi mettendo anche il dialetto di mezzo.

Però andrò avanti finché avrò la possibilità e avrò questi riscontri, perché poi in realtà il lavoro sta andando molto bene e quindi anche questo mi dà un po’ di carburante per poter immaginare di continuare, continuare a proporre le mie suggestioni, le mie idee musicali.

Quindi sì, l’idea è quella, insomma, non c’è mai stata da parte mia l’idea di accantonare il discorso musicale.

Lo faccio indipendentemente dal consenso che io possa avere.

Davide Mancini

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