Diana Krall al Parco della Musica di Roma, il report (15/7/26)
L’artista canadese protagonista di una delle serate musicali estive della capitale per la seconda delle tre date italiane del suo tour internazionale, inserita nel cartellone di Roma Summer Fest
“L’eleganza è la sola bellezza che non sfiorisce mai”, diceva Audrey Hepburn, che sarebbe stata perfettamente a suo agio seduta in prima fila, nel suo tubino nero impreziosito da tre fili di perle, immersa nella musica senza tempo di Diana Krall, alla quale avrebbe certamente dedicato il suo iconico adagio. Ieri sera, nella Cavea dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma, tutto emanava eleganza: la cantautrice canadese dietro al pianoforte a coda, i suoi musicisti impeccabili a distanza ravvicinata posizionati su un grande tappeto centrale, le alte tende rosse sul fondale e la luce calda e soffusa da jazz club. Il colpo d’occhio sul palco, che precede le note d’apertura del concerto, viene così immediatamente soddisfatto, tuttavia il volume generale della musica durante tutto lo spettacolo non sarà all’altezza delle aspettative e renderà l’esperienza soddisfacente solo a metà.
Diana Krall sale sul palco alle 21:15 in punto, molti posti a sedere sono ancora vuoti: evidentemente il caldo torrido di questi giorni non va d’accordo con la puntualità. Nel brusio persistente della Cavea che si riempie, il quartetto attacca il primo brano e la musica sembra quasi un’eco lontana: ci vorranno pochi minuti – la gente nel frattempo ha preso posto – per capire che il movimento sugli spalti non è l’unico responsabile di quel disagio nell’ascolto, che si rivelerà il punto dolente dell’intera serata. Disagio che il pubblico non mancherà di far notare – anche in maniera fin troppo insistente – interrompendo il silenzio sacro che lega un brano all’altro con la richiesta urlata di maggior “volume!”. Ad ogni modo, l’atmosfera leggermente inquieta che si respira tra gli spalti sembra arrestarsi al confine invalicabile del proscenio e non coinvolgere minimamente la cantautrice, chiusa nel suo mondo fatto di sussurri e di frasi rapide e leggere sulla tastiera.
Almost Like Being in Love estratta dal suo ultimo album, This Dream of You (2020) apre una scaletta che attraversa il ricco repertorio di grandi standard americani nelle sue personali riletture: da Honeysuckle Rose a The Look of Love, da I’ve Got You Under My Skin a How Deep is the Ocean, coprendo un arco temporale che va dalle pubblicazioni degli anni Novanta al successivo trentennio costellato di successi che, un premio dopo l’altro, l’hanno consacrata tra le migliori interpreti del panorama jazz contemporaneo e punto di riferimento del genere. La straordinaria capacità interpretativa, il timbro caldo e inconfondibile da contralto e la perizia tecnica sullo strumento che non manca mai di palesarsi durante i lunghi dialoghi improvvisati tra il pianoforte, la chitarra, il contrabbasso e la batteria, hanno garantito, nonostante tutto, uno spettacolo godibile e di qualità, perché nessun impedimento tecnico riuscirebbe a offuscare lo spessore artistico di musicisti come quelli che ieri hanno calcato il palco dell’Auditorium romano. E quando l’artista è di poche parole, lasciamo semplicemente che sia la sua musica a parlare (anche se a volume ridotto).
