03/12/2025

Dolce tu per tu: Enzo Carella raccontato da Avincola

Il cantautore romano indaga nella vita e nella storia del musicista di culto

 

Morgan fu chiaro: “Avincola è uno dei migliori cantautori della scena contemporanea”. Merito, aggiungiamo noi, di un’attività che non si è mai fermata, di una tenacia nel cercare collaborazioni sensate e azzeccate (da Freak Antoni a Pasquale Panella, da Fiorello a Riccardo Sinigallia), di influenze dichiarate e mai negate, come Lucio Battisti, Stefano Rosso e Enzo Carella. Quest’ultimo poi è un vero amore per Simone Avincola, che lo ha omaggiato con un concerto tematico e finalmente lo ha approfondito con un nuovo libro. Si intitola Enzo Carella – Dolce tu per tu, uscito in contemporanea con un altro progetto ad hoc, l’album Avincola canta Carella. Ne parliamo con Simone.

 

Un concerto di tributo, un disco, un libro. Ci soffermiamo su quest’ultimo, caro Avincola, perché è il primo dedicato al cantautore scomparso nel 2017. È un racconto in prima persona, che hai compiuto attraversando incontri e testimonianze. Possiamo definirlo un atto d’amore?

Si, lo è in maniera assoluta. Nutro un profondo rispetto e una scintillante curiosità per tutti quegli artisti che sono rimasti intrappolati nell’oblio. Trovo in loro, come nello stesso Carella, un’autenticità che oggi fatico a ritrovare nel panorama musicale.

 

Associamo Enzo Carella al successo di Barbara, probabilmente anche a quello di Malamore, ma al di là della notorietà di queste due canzoni è rimasto un artista di culto. È una cosa che mi sorprende sempre, visto che Carella è apparso negli anni d’oro della discografia, quando l’industria della canzone offriva più di una opportunità a tutti. Come mai non ce l’ha fatta a guadagnarsi una posizione più prestigiosa?

Questa è la domanda centrale che ho indagato nel corso di tutto il libro. Gino Castaldo mi ha fatto riflettere sul fatto che in quegli anni c’era, come sappiamo, un fermento incredibile per quel che riguardava la musica in generale e specialmente nel cantautorato, questo poteva lasciare molti artisti indietro. Se per di più immaginiamo quei brani così particolari in cui Carella miscelava prog e funky con il susseguirsi surreale delle parole di Pasquale Panella, possiamo di certo appurare quanto quelle innovazioni potessero risultare fin “troppo” oltre. In più c’è tutto il discorso caratteriale di un artista che sicuramente determina il proprio percorso artistico. Carella si riconosceva il proprio talento ma aveva dei momenti di forte chiusura e forse di pigrizia che io trovo di una tenerezza disarmante.

 

Proviamo allora a entrare in alcuni momenti della sua vicenda. Nato nel 1952, stesso periodo dei vari De Gregori, Baglioni, Gaetano, anche lui di area romana. Quali erano le sue influenze, quali i punti di riferimento musicali che lo ispirarono?

Era un grande fan del rock. Penso a Jimi Hendrix che andò a vedere in un concerto che si tenne al Brancaccio. Mi vengono in mente anche i Rolling Stones, nel libro si racconta addirittura di un incontro tra lui e Keith Richards…

 

Il suo debutto Vocazione (1977) fu anomalo. Suonato dai Goblin, testi di Panella, una liaison con il rock progressivo che all’epoca cominciava a calare. Un disco da riscoprire?

Di certo è stato il suo disco più ispirato. Pasquale e Carella iniziarono insieme ad entrare nel mondo della musica e personalmente quando ascolto quell’album percepisco una spinta propulsiva pazzesca da parte di entrambi. Una delle molte curiosità che ho scoperto nel libro è che non c’è assoluta certezza di chi abbia suonato tutti i brani, differentemente dal successivo che invece è scaturito dalle menti genialoidi dei Goblin e di Maurizio Guarini che si occupò della direzione artistica.

 

Lo hai citato: Barbara e altri Carella (1979), un successo complice Sanremo. Quel secondo posto al Festival portò fortuna a Enzo?

Sorrido quando si parla di quel Sanremo perché Carella fu convinto per tutta la vita di aver vinto e che avessero truccato i risultati. Comunque di certo quello fu per lui il momento più alto di visibilità ma anche il più difficile perché proprio quella sera fu lasciato dalla sua ragazza e ne soffrì molto.

 

Con il disco “napoletano” Sfinge (1981) si chiuse un ciclo e potenzialmente si sarebbe potuto aprire un altro percorso negli anni ’80, ma Enzo mollò. Che successe?

Ecco, questo è un periodo molto affascinante che ho cercato di illuminare attraverso le chiacchiere che ho fatto con i suoi amici e con tutte le persone che lo frequentavano in quel momento. Il libro in effetti ha anche la fisionomia di un giallo perché Carella sparì per più di dieci anni, restano molti punti interrogativi ma di sicuro successe qualcosa di molto negativo tra lui e personaggi dell’ambiente musicale che gli fecero dire: “Basta, non voglio più avere niente a che fare con la musica.” Non sapremo mai cosa successe davvero ma all’interno del libro c’è proprio Carella che – senza specificare bene il motivo – parla di quel momento in un’intervista su Radio Rai a cura di Timisoara Pinto.

 

I tre dischi più recenti cosa hanno rappresentato nella storia di Enzo?

Sicuramente hanno rappresentato l’imprescindibilità del fare musica che viveva dentro di lui. Pensa che l’ultimo è il preferito di Pasquale. Io amo moltissimo Se non cantassi sarei nessuno, che oltretutto ha la copertina e gli interni disegnati proprio da Carella. Nel libro si possono ammirare alcuni suoi quadri e i bozzetti. Come mi ha raccontato Susanna, la sorella, il suo primo approccio con l’arte fu il disegno ancor prima della musica, un altro aspetto che trovo molto affascinante.

 

A volte i “beautiful losers” lasciano un’eredità di affetti solo nel pubblico, pensi che Carella sia influente anche nella schiera dei cantautori? Tra i vari da te intervistati spuntano Dente, Colapesce e Samuele Bersani…

Beh, certamente. Mi sembra piuttosto evidente che nei cantautori così detti “indie” ci sia una forte predisposizione almeno per quel che riguarda alcune scelte sonore che si poggiano sulle idee dell’album Sfinge. Dente è sia nel mio album che nel libro e lo ha omaggiato spesso. Colapesce è stato il primo, riproponendo in un suo disco Malamore, nel libro invece mi ha raccontato di quando andò a casa di Carella che viveva un momento molto complicato. Samuele lo conobbe e lo racconta con tenerezza. È stato molto bello sentire l’affetto di tante persone che hanno contribuito con i loro ricordi e il loro “sentire” alla rinascita – speriamo – di questo artista incredibile.

 

Concerto, libro e disco sono un’occasione ghiotta per far rivivere la musica di Carella: che risposte stai raccogliendo?

Raccolgo ogni giorno momenti di sorpresa. Il pubblico che viene ai concerti è di ogni età e mi ringrazia calorosamente di poter ascoltare i suoi brani dal vivo e leggere tutto ciò che si cela dietro le sue canzoni. È tutto molto emozionante, anche realizzarlo lo è stato. Sono riuscito a far incontrare musicisti e amici che non si vedevano da venti o trent’anni…
Ora però sarebbe il caso che qualche produttore, editore e/o discografico si rendesse conto di tutta questa potenzialità carelliana e puntasse su una riqualificazione della sua figura artistica e di questo repertorio meraviglioso di cui tutti abbiamo davvero molto bisogno. Oggi c’è troppa linearità e poco spazio alla fantasia. Spero torni presto un linguaggio obliquo e alternativo. Carella potrebbe fare da apripista. Chissà, incrociamo le dita…

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