Elle, “Silent Search Of Spring” – La rinascita passa anche dal saper rallentare
Tra avant folk e post rock, un viaggio musicale che riflette sulla ricerca di sé, sul valore delle relazioni e sulla necessità di rallentare in un mondo che corre sempre più veloce
Con Silent Search Of Spring, la band romana Elle apre un nuovo capitolo del proprio percorso artistico, dando forma a un disco che unisce ricerca sonora e riflessione sul presente. Tra atmosfere sospese, aperture post rock e melodie acustiche, il disco affronta temi come la guerra, la difficoltà di comunicare, i legami affettivi e la necessità di ritrovare un’identità autentica in un’epoca che sembra lasciare sempre meno spazio all’ascolto. Di questo e dell’evoluzione della band abbiamo parlato con il chitarrista Marco Calderano, che ci ha accompagnato alla scoperta del nuovo lavoro e del significato di quella “primavera” che dà il titolo all’album.

Silent Search Of Spring: la primavera qui la intendete come rinascita, vero?
La primavera l’abbiamo declinata come fece Camus per quella famigerata Invincibile estate che c’è dentro di noi anche nei freddi inverni. Quindi una rinascita, un ritrovare una nascita forse, chissà…
In Ravine parlate di come sia impossibile dare un senso alla guerra, ma nelle prime parole ci vedo anche la ricerca dell’autenticità che è uno dei fili conduttori dell’album. All’inizio cantate “What comes around?/People running fast”. L’autenticità spesso non trova spazio perché abbiamo deciso di avere sempre poco tempo o di non averne affatto per coltivare un rapporto?
È questo continuare a correre veloci che non ci è mai tornato del tutto.
Woody Harrelson/Marty di True Detective, serie HBO del 2014, mentre parla alla moglie, arrampicandosi indubbiamente sugli specchi, dice una frase che personalmente, come immagine, mi colpì molto. Citando Willy il Coyote disse che si sentiva sospeso nel vuoto a correre, con la paura che guardare in basso significasse crollare.
Una metafora di chi avanza per inerzia, cercando di ignorare la realtà che lo circonda pur di non far crollare tutto il castello di carte.
Penso che moltissime persone oggi vivano così. La calma, il saper aspettare l’altro, il vedere cosa possa succedere in un rapporto sembra che negli ultimi anni sia diventata una chimera o forse addirittura un tabù.
E in tutto questo, collegandomi alla domanda precedente, “sembra di essere a Babilonia”, per citare il vostro primo singolo del nuovo album Babylon?
Oh sì, proprio a Babilonia, nel significato più biblico e malefico della parola.
La Babilonia di cui canta Elle, invece, è un mondo dove i linguaggi si perdono lasciando spazio al solo linguaggio che, viste le nefandezze politico-sociali odierne, andrebbe adottato: il linguaggio dell’amore e di conseguenza dell’interesse per tutti gli esseri umani.
Quanto c’è di autobiografico in ciò che cantate?
I testi, i magnifici testi, azzarderei, li scrive Danilo sulle musiche e le linee vocali che io, Marco, gli propongo.
C’è una grande connessione tra di noi. Tutto quello che scrive è denso di metafore ed ognuno può rispecchiarcisi a suo modo. Un’autobiografia condivisa.
Dal punto di vista musicale e degli arrangiamenti c’è un nuovo ingresso alla batteria e un maggiore dialogo tra le voci, giusto? È questa una delle vostre principali evoluzioni, ora che siete giunti al terzo album?
Eravamo orfani di una ritmica dopo che mi sono dedicato totalmente alla chitarra e Giovanni è stato disponibile e felice di entrare a far parte di una storia già iniziata.
Per questo terzo disco ho pensato che oltre alla fascinazione delle voci sovrapposte ed armonizzate in maniera sapiente e fantasiosa da Miriam, ci volesse più spazio per le singole voci. I loro timbri, le loro identità anche da sole mi piacevano molto e quando si intrecciavano la magia era più forte ancora.
Considerando la vostra storia, il vostro legame si è paradossalmente rafforzato nel periodo del lockdown durante la pandemia. Come si è sviluppato poi dal punto di vista live questo discorso, una volta che poi vi siete potuti rincontrare e avete potuto dunque suonare di nuovo insieme nella stessa stanza?
Per noi, come per tanti altri artisti, la pandemia ed il relativo lockdown non hanno significato solo paura ed incertezza. Penso che quello strano silenzio che albergava nelle città sia entrato dentro di noi suggerendoci una calma nuova ed inaspettata. Scrivere musica era diventato un modo per rimanere vivi. Questa è stata la vera scintilla che ha fatto sì che Elle potesse nascere.
Quando ci siamo rincontrati abbiamo registrato di fatto il nostro primo disco eponimo.
Purtroppo i live o meglio, le proposte di live per una musica originale con un respiro internazionale che non ha voluto mai perdere, sono poche e mal pagate.
Purtroppo siamo in Italia nel 2026. La musica che si ascolta, la terribile musica che si ascolta, è altra, ma quanto durerà questo degrado fatto di imitazioni di imitazioni di imitazioni? Noi pensiamo che questa curva verso il basso pian piano risalirà.
Prossimi progetti? Ci sono live in programma?
Al momento stiamo vagliando diverse ipotesi.
È sempre più difficile crescere e quindi “raggiungere la primavera”, parlando della title track che chiude l’album? In questo senso le vostre parole sono un invito ad andare avanti, a non arrendersi e comunque, pensando alla fine del brano, a rimanere sempre in guardia senza fare il passo più lungo della gamba?
Silent Search Of Spring, il brano, parla della separazione di un figlio da un padre.
Metaforicamente parlando quanti sono i padri, i cattivi maestri, da cui separarci?
Sicuramente tantissimi e quindi sì, i passi vanno fatti con cautela, senza rabbia e con identità.
