29/04/2026

Emil Moonstone – “Human Error” e il valore dell’imperfezione

Il musicista bolognese pubblica il suo terzo album solista e racconta genesi, suono e prospettive di un progetto che prosegue il percorso avviato negli ultimi anni

A oltre trent’anni dagli esordi nella scena underground bolognese, Emil Moonstone torna con Human Error, terzo album solista pubblicato il 24 aprile 2026. Cantante, compositore e polistrumentista, Moonstone è una presenza consolidata nell’ambito dark-punk europeo, con un percorso che attraversa punk, noise e post-punk, mantenendo una cifra espressiva personale e riconoscibile.

Con Human Error, l’artista prosegue il lavoro avviato nei dischi precedenti, sviluppando una riflessione sui temi dell’imperfezione e della fragilità. Il risultato è un album che alterna momenti più tesi ad altri più dilatati e introspettivi, mantenendo un approccio diretto sia nella scrittura sia nel suono.

In questa intervista, Emil Moonstone racconta la genesi del disco, il significato dei brani e l’evoluzione del suo percorso, soffermandosi anche sulla dimensione live.

War Is a Mistake è il brano che apre e anticipa il nuovo album: come nasce questo brano, questa “ninna nanna distopica”, e perché hai scelto questo singolo per presentare Human Error?

Nasce da un’urgenza civile, dal bisogno di spogliare la guerra di ogni retorica eroica per mostrarla per ciò che è: un errore sistematico dell’umanità. È una “ninna nanna distopica” perché, pur muovendosi tra immagini apocalittiche e “urla soffocate nel blu”, cerca di svegliare le coscienze invece di addormentarle. L’ho scelto come manifesto di Human Error perché incarna perfettamente il concetto del disco: ammettere il fallimento e la follia per poter tornare a essere umani attraverso un atto di tenerezza attiva.

 

Anche il video che accompagna War Is a Mistake è molto significativo.

Il video è l’estensione visiva di questo messaggio. Volevamo che le immagini restituissero quel senso di “mondo senza luce” e quel contrasto tra la polvere del conflitto e il desiderio di un luogo privo di paura. È un supporto necessario per sottolineare che, oltre la distruzione, l’unica bussola rimasta è il recupero dell’impatto umano ed emotivo.

 

 

Human Error potremmo definirlo come una prosecuzione del lavoro avviato con il precedente Naked Is Man Upon the Earth?

Certamente. È una prosecuzione naturale che affonda le radici ancora più indietro, partendo da Disappointed (2018). Se quell’album segnava l’inizio del mio percorso solista come un atto di libertà totale e necessaria, e Naked Is Man Upon the Earth (2023) spogliava l’uomo fino alla sua essenza più nuda e cruda, Human Error compie il passo finale. È il terzo tassello di un’indagine sull’essere umano: dopo averne analizzato la delusione e la nudità, oggi ne accettiamo e celebriamo la fallibilità. È un percorso coerente di spoliazione, dove l’errore diventa l’unica verità autentica rimasta.

 

Stesso discorso anche dal punto di vista musicale?

Musicalmente è un’evoluzione organica. Il “core” rimane oscuro e determinato, ma qui il sound si spinge su un crinale tra Indie rock, Alternative e venature desert rock. Rispetto al passato, c’è una consapevolezza compositiva che ci permette di indugiare in atmosfere più dilatate, pur mantenendo quelle esplosioni di “caos controllato” che appartengono al mio background post-punk-noise.

 

Human Error ruota attorno al concetto di errore come valore: da dove nasce l’esigenza di mettere al centro la fragilità in un momento così orientato alla perfezione?

Nasce dalla necessità di resistere all'”algoritmica perfezione moderna”. Oggi viviamo in un’epoca di precisione estrema, dettata anche dall’avvento dell’AI, dove tutto deve essere performante, levigato e privo di sbavature. Io credo, al contrario, che l’album debba essere pieno di “errori”: è un lavoro volutamente sporco, perché ormai la verità e la purezza le troviamo solo nelle imperfezioni.

È un po’ come in Blade Runner: i replicanti vengono smascherati tramite il test Voight-Kampff, che cerca una reazione involontaria, una micro-contrazione della pupilla quasi impercettibile a uno stimolo emotivo. Ecco, spero che per riconoscere ciò che è vero da ciò che è falso, nei prossimi anni non si debba ricorrere a strumenti del genere. La mia musica vuole essere quel “battito fuori tempo”, quella nota leggermente scordata o quel respiro troppo pesante che l’intelligenza artificiale tenderebbe a correggere, ma che invece è l’unica prova rimasta della nostra umanità.

 

Anche la superficie a specchio come artwork dell’album è importante per il messaggio, vero?

Assolutamente. Lo specchio non è solo una scelta estetica, ma il completamento concettuale del disco. Chiunque prenda in mano l’album e si guardi nella copertina specchiata, lo finisce, lo completa con il proprio volto. In quel momento, il messaggio diventa diretto e ineludibile: l'”errore” sei tu che guardi, siamo noi, nessuno escluso.

È un invito a guardarsi dentro senza filtri, accettando le cicatrici e le ombre. L’artwork riflette quel “vassoio fragile” che siamo noi, pronti a rompersi ma carichi di una bellezza sporca e reale.

 

Sei attivo da oltre trent’anni nella scena underground: cosa ti spinge oggi a scrivere con la stessa urgenza?

La costante ricerca di nuove forme espressive.
Ho attraversato tre decenni di musica, segnati da esperienze fondamentali come i South Breed Out nel 1992, che hanno forgiato il mio approccio noise, e i Two Moons, formazione con cui continuo a esplorare il post-punk. Dopo trent’anni l’urgenza non è cambiata, è solo diventata più introspettiva. Continuo a scrivere perché ho ancora bisogno di decodificare la realtà: ogni album è una fotografia di un momento psicologico diverso. La musica è il mio modo di elaborare il silenzio e trasformarlo in rumore o melodia.

 

Emil Moonstone - Human Error

 

Che tipo di rapporto hai con il pubblico e con la dimensione live, soprattutto in un progetto così personale?

Per me il live è l’ossigeno della composizione. Inizialmente, questo doveva essere un percorso strettamente solitario, ma la dimensione live ha richiesto un corpo e un’anima collettiva: è così che sono nati The Anomalies. C’è stata un’evoluzione fondamentale: quella che era nata come una band di supporto è diventata a tutti gli effetti parte integrante e indissolubile del progetto.

Oggi non parlo più di un solista con dei turnisti, ma di una vera e propria band: Emil Moonstone & The Anomalies. Io sono la voce e l’autore, ma il suono è il risultato di un organismo unico.

La formazione vede Mino Andriani alla chitarra, Marcel Scarabel al basso, Lele Laghi al synth e piano e Michele Testi alla batteria. Insieme a loro, i brani di Human Error e dei dischi precedenti prendono una forma nuova, più muscolare e viscerale. Sul palco, la mia introspezione si scontra con la loro energia, creando una tensione elettrica quasi palpabile. Il rapporto con il pubblico diventa quindi un’esperienza di condivisione della fragilità: cerchiamo di abbattere la barriera tra palco e platea per vivere, anche solo per un’ora, un momento di pura e “difettosa” verità.

 

Prossimi progetti? Hai date in programma per presentare il nuovo album dal vivo?

L’album Human Error è uscito ufficialmente il 24 aprile. Stiamo definendo le date del tour che ci vedrà impegnati nei club per portare questo nuovo capitolo discografico sul palco. Potete seguire tutti gli aggiornamenti sul nostro sito ufficiale e sui nostri canali social (Instagram, Facebook, TikTok).

Ci vediamo sotto il palco.

Emil Moonstone

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