Il leggendario (e dalla visuale, nonché acustica, ottima) teatro londinese è gremito di un pubblico, in maggioranza, over 50, ma si vedono anche alcuni giovani. Qualche fila davanti a me siede Albert Lee, chitarrista di Emmylou negli anni 70, mentre solo due posti più a sinistra c’è Chrissie Hynde: cose che possono capitare solo a Londra.
C’è grande attesa per la cantante americana e si capisce che il pubblico è composto di fan affezionati. Apre la serata Buddy Miller, in compagnia del batterista degli Spyboy Brady Blade e del tecnico del mixer al basso, proponendo il suo tipico repertorio, fatto di brani dalle profonde influenze folk e country ‘sporcati’ dal suo classico stile chitarristico reminescente del Neil Young più ‘grattacorde’. Il meglio lo dà in una splendida resa acustica di un brano di Tom Hall, così come piace il duetto con l’amico Jimmy Lauderdale in un brano che i due hanno scritto per un album delle Dixie Chicks: inevitabile il divertente siparietto su George W. Bush e i rischi di censura. A sorpresa, poi, dall’oscurità arriva poco dopo la stessa Emmylou a duettare con lui in A Showman’s Life, brano di Jesse Winchester: si capisce che sarà una serata speciale.
Affascinante con i suoi argentei capelli, lungo vestito nero, Emmylou comincia quindi il suo set con, ovviamente, Here I Am (“Eccomi qua”) dal nuovo disco. La prima parte dello show sarà incentrata appunto sul nuovo Stumble Into Grace (spicca la resa di Can You Hear Me Now), con qualche scampolo dal precedente album (una bellissima versione della title-track) e da Wrecking Ball (tra cui Orphan Girl di Gillian Welch). Le nuove canzoni risaltano ancor più che su disco, la Harris sfodera performance vocali assolutamente perfette, sostenuta soprattutto dalla straordinaria sezione ritmica, in special modo dal fenomenale bassista Darryl Johnson, mentre Buddy Miller ‘gratta le corde’ della sua chitarra come suo stile.
L’impatto però è fascinoso, e la cantante scherza sulla tristezza delle sue canzoni (“Questo brano è basato su una melodia che ho ascoltato su un disco di world music. Ovviamente io l’ho resa ancora più triste”) e ringrazia il pubblico londinese “per avermi sempre sostenuta, anche nel 1976, quando nessuno, eccetto a Londra e ad Amsterdam, mi sosteneva”.
La prima parte dello show termina con una versione assolutamente stratosferica di The Maker di Daniel Lanois, il quale può soltanto sognare nei suoi sogni migliori di avvicinarsi ad essa (vedi lo scempio che ne ha fatto recentemente a Milano…): mentre Emmylou e Miller si allontanano, Blade e Johnson danno vita a uno scintillante duetto davvero travolgente.
Il resto dello spettacolo è ovviamente un tuffo nel passato: una Hickory Wind in cui giuro di aver visto il fantasma di Gram Parsons sorridere vicino a lei, una briosa Wheels (in cui Buddy si avvicina allo stile chitarristico di Albert Lee), una rovente Born To Run, e poi ancora Together Again, Pancho & Lefty, Boulder To Birmingham.
Alla terza standing ovation Emmylou torna sul palco da sola: “Questa è una canzone che, almeno per quelli della mia generazione, significa molto”: è Imagine, e anche il pezzo che personalmente trovo tra i più irritanti della storia del rock nella sua voce diventa un capolavoro.
