01/10/2026

Erick Panini: «Ho fatto fatica per riuscire a esprimermi come volevo»

Per Erick Panini la passione non basta: «Bisogna lavorare, studiare e perfezionare le proprie abilità»

Nato a Rio de Janeiro nel 1996, Erick Nicolas Sousa Panini, oggi semplicemente Erick Panini, porta nella propria musica una storia personale intensa e fuori dagli schemi. A soli due mesi viene abbandonato sulle scale di una chiesa, prima di essere accolto da Renato Panini, che affronta il lungo iter burocratico per adottarlo e diventa per lui un punto di riferimento fondamentale. La musica entra presto nella sua vita. Fin da bambino mostra una naturale predisposizione per il canto e, durante l’adolescenza, studia armonia, solfeggio e pianoforte. Nel 2014 arrivano i primi importanti riconoscimenti: il premio “Miglior Voce” al Verona Pop Festival e la finale del Festival di Castrocaro su Rai 1, dove viene premiato come “Volto Nuovo”. La formazione prosegue al Conservatorio di Reggio Emilia, dove studia jazz per tre anni.

La sua è una proposta difficilmente riconducibile a un’unica categoria: nella scrittura convivono esperienze personali, studio, contaminazioni e una ricerca costante di autenticità. Abbiamo parlato con Erick Panini delle sue origini, del rapporto con il mare, della formazione musicale, dell’intelligenza artificiale e della necessità di difendere il lavoro e lo studio in un panorama sempre più omologato.

Partirei dalle tue origini, per poi arrivare al presente e al nuovo singolo “Mademoiselle”. Il tuo percorso è particolare e la tua musica presenta diverse contaminazioni. Come racconteresti la tua storia alle persone che ancora non ti conoscono?

Io nasco a Rio de Janeiro, in Brasile, ma soprattutto nasco in una città che ha il mare. I primi anni della mia vita li passo proprio annusando la salsedine. Quando poi, per motivi particolari – e chi ha seguito la mia storia li conosce – mi sono trasferito in Italia, qui ho trovato un posto meraviglioso. Però, nei primi anni della mia vita, mi sono reso conto che mi mancava qualcosa. Poi i miei nonni adottivi, che sono stati comunque la mia famiglia, hanno iniziato a portarmi al mare. Quando andavo al mare guarivo: se avevo l’influenza o qualche problema, stavo meglio. Da lì ho capito di essere una persona portata per vivere sulla spiaggia, toccando la sabbia e l’acqua salata. Siccome ho sempre fatto musica un po’ pesante, piena di significati, non avevo mai trovato lo spazio per raccontare al mondo quanto, invece, il mare per me fosse qualcosa di bello e positivo. Quest’anno ho deciso di farlo, per mostrare anche questo lato di me che sicuramente tante persone non conoscevano. Diciamo quindi che nasce questo singolo, uscito qualche settimana fa, che racconta proprio questo aspetto e questo legame con il mare e con quell’universo.

Il mare è quindi un elemento centrale del brano?

È una canzone che ho scritto per cercare di dare un senso a tutto questo mio amore per il mare. Ho avuto la fortuna di registrarla a Genova, la stessa città in cui, in realtà, ho registrato il mio primo video per “Piovono lacrime”. Parliamo comunque di una decina di anni fa. Genova è una città bellissima. Il mare che ha è mosso e agitato, ma allo stesso tempo ti porta tanti pensieri: a volte brutti, ma molto più spesso belli.

Hai trent’anni, ma fai musica da parecchio tempo. Dieci anni non sono pochi. Quando è cominciato davvero il tuo percorso?

Ho avuto la fortuna di avere dei bravi insegnanti e intorno a me persone che hanno creduto tanto in me. Mi hanno quindi sollecitato a studiare canto e a impegnarmi fin da quando ero piuttosto giovane. La mia carriera, se così si può definire, comincia non più di sei o sette anni fa. Prima ero io che scrivevo in cameretta, ero io che contattavo qualcuno e cercavo di capire che cosa significasse fare musica. Poi, con la canzone “Piovono lacrime” penso ci sia stato il salto di qualità. Lì ho capito che cosa significasse fare musica anche per lavoro, e non soltanto per passione.

La musica, però, era già presente nella tua vita. A un certo punto hai capito che sarebbe diventata il tuo percorso?

All’inizio era uno sfogo ed era qualcosa che mi piaceva. Questo l’ho capito molto presto, già alle elementari. Ai saggi di fine anno era facile che mi facessero fare il solista in una canzoncina, quindi la predisposizione c’è sempre stata. Poi ho capito che volevo vivere facendo quello. La passione è diventata anche impegno, lavoro e riscatto.

Nel 2014 sono arrivati traguardi importanti, dal Verona Pop Festival al Festival di Castrocaro, trasmesso su Rai 1. Che cosa hanno rappresentato per te?

Sono stati proprio i primi traguardi che mi hanno fatto capire quanta emozione mi facesse provare fare queste cose. Il 2014 è stato un anno molto intenso per me, perché ho avuto la difficoltà di dovermi esporre e per me non era facile. Avevo sempre costruito tutto nella mia piccola città, ma allo stesso tempo questo mi ha permesso, per esempio, di arrivare in finale a Castrocaro e di vincere il Verona Pop Festival, entrambe le cose proprio nel 2014. Non lo dico per vantarmi, anche se è ovvio che ne vado molto orgoglioso. Lo dico perché prima c’è stato un percorso, c’è stato uno studio, e poi sono arrivate delle soddisfazioni che mi hanno fatto capire che volevo vivere di questo.

La tua formazione è stata importante. Hai studiato canto, armonia, solfeggio e pianoforte e sei passato anche dal conservatorio. Quanto ha influito lo studio sul tuo percorso?

Penso che, quando troviamo qualcosa per cui siamo portati, quello sia il punto di inizio. Da lì in poi, però, sta a noi curare, studiare e perfezionare le nostre abilità. Io ho fatto tre anni di conservatorio principalmente perché volevo imparare a conoscere la musica. Volevo imparare a leggere uno spartito e a ragionare con quello che è il linguaggio delle note, piuttosto che con quello delle lettere. Poi tutto è venuto di conseguenza. Quando fai qualcosa che ami, la fatica è sicuramente quasi impercettibile. L’impegno ci vuole, così come la costanza: anche questo è alla base. Altrimenti finiamo per dare ragione a chi dice che la nuova generazione è tutta fuffa, tutta chiacchiere. Invece ci sono stati geni musicali cento anni fa, mille anni fa, ma ci sono anche giovani dotati oggi. La fortuna di questi giovani è che possono studiare su un computer o su un cellulare. Anche se non hanno voglia o il coraggio di andare da un insegnante, possono mettersi lì e imparare quello che vogliono.

Oggi la tecnologia permette di studiare e lavorare sulla musica in modi che un tempo non erano possibili. Che rapporto hai con la tecnologia e con l’intelligenza artificiale?

È una domanda interessante. Innanzitutto non sono refrattario all’intelligenza artificiale e alla tecnologia contemporanea. Sono, però, molto legato al pensiero umano. Credo quindi che la cosa fondamentale sia ricordarci di avere tra le mani qualcosa di potentissimo. Deve essere un mezzo che ci permetta, in quanto esseri umani, di diventare sempre migliori. Non dobbiamo finire per essere noi schiavi di una tecnologia che rischia di superarci a livello psicologico. Se usata bene, l’intelligenza artificiale può essere una grande risorsa. Anche a me, a volte, ha aiutato. Mentre cercavo dei brani, degli artisti o dei percorsi, con l’intelligenza artificiale mi sono creato delle liste che poi, andando a cercare un elemento alla volta, mi hanno permesso di scoprire cose che forse da solo non avrei trovato. È lì che ho capito che Internet, la musica elettronica e la musica digitale sono risorse meravigliose. Dobbiamo però ricordarci di essere all’altezza.

Hai citato la tecnologia come strumento di ricerca. Pensi che possa anche contribuire alla nascita di nuovi suoni?

Io sono uno di quelli che non usa l’autotune. Non ritengo che faccia parte della mia cultura musicale personale. Sono però anche uno di quelli che ama gli artisti che lo usano, perché riconosco che, a volte, il genio sfrutta la tecnologia per creare effetti ancora più belli. L’incapace, invece, la sfrutta a modo suo. Musicalmente parlando, poi, con il tempo si vede chi ha un po’ di contenuto e chi no.

La tua musica unisce canto, rap e cantautorato. Come nasce questo impasto? Quanto dipende dai tuoi ascolti e quanto dal tuo gusto personale?

Ho fatto fatica per riuscire a esprimermi come volevo, cioè attraverso il canto e il rap. Penso che, quando si parla di arte, dobbiamo dimenticarci di dover piacere, di voler sfondare o di voler avere successo, perché questi sono fini secondari. L’arte può far nascere dentro di noi qualcosa di meraviglioso. La differenza, secondo me, sta tra chi fa musica perché ama la musica e chi, invece, fa musica perché sa di essere bravo e vuole farsi conoscere per questo. Non disprezzo nessuno e tutti hanno il diritto di vivere la musica nel modo che preferiscono. Sono però uno di quelli che combatte e difende il lavoro, lo studio e la ricerca della perfezione, che ovviamente nessuno può raggiungere. L’ispirazione deve partire dai giovani, dalle serate divertenti e dai momenti un po’ folli. Poi, però, bisogna mettersi lì e lavorare tanto sulle canzoni, su se stessi e sulla tecnica. Solo allora si potrà dare piena voce a tutto quello che si ha dentro.

 

Erick panini

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