Evanescence, “Sanctuary” è il disco di una band che ha ancora qualcosa da dire
Il nuovo album degli Evanescence mostra una band ancora ispirata, intensa e perfettamente riconoscibile
Con “Sanctuary”, sesto album in studio degli Evanescence, la band di Amy Lee firma un disco che ha il pregio più raro per un gruppo con una storia così pesante alle spalle: restare nel presente. Non c’è alcuna nostalgia programmatica, nessun tentativo di inseguire le ombre di “Fallen” o di replicare formule già vincenti, ma piuttosto la volontà di rimettere in circolo quell’identità emotiva e teatrale dentro un suono più moderno, più robusto, più contaminato.
La produzione è uno dei punti forti del lavoro. Il contributo di Zakk Cervini e Jordan Fish, affiancati da Nick Raskulinecz, si sente in un impianto sonoro che tiene insieme groove, muri di chitarre, tensione elettronica e aperture melodiche con grande equilibrio, senza mai dare la sensazione di un vestito forzato o di una modernizzazione di facciata. È un disco costruito bene, pensato bene, ma soprattutto suonato e rifinito con l’idea chiara di raccontare una band ancora viva, ancora curiosa, ancora capace di evolvere.
La doppia anima degli Evanescence, del resto, è tutta qui. Da una parte ci sono i brani più duri, spinti da riff massicci e da un motore ritmico che guarda a un alternative metal contemporaneo, più teso e stratificato; dall’altra resta intatto il gusto per la ballad, da sempre uno dei marchi di fabbrica del gruppo. In questo senso “Who Will You Follow” diventa quasi un manifesto del disco: un brano che tiene insieme impatto, tensione e riconoscibilità, mentre “Forever Without You“, ridotta all’osso in una dimensione più raccolta e commovente, riporta tutto al cuore pulsante della scrittura.
Al centro di tutto, però, c’è Amy Lee. E qui sì, vale la pena fermarsi un momento: perché la sensazione più forte che lascia “Sanctuary” è quella di ritrovare una cantante totalmente a fuoco, presente, ispirata, immersa fino in fondo nelle canzoni. La sua voce resta uno strumento fuori categoria, etereo ma mai fragile, capace di accarezzare o ferire, di salire sopra le stratificazioni del suono senza mai perdere intensità. Non sorprende allora che la stessa Amy Lee abbia parlato del disco come di uno sfogo, di un luogo in cui trasformare ciò che appare fuori controllo in speranza, grazie al potere della musica e della connessione. Ed è proprio questa la sensazione che “Sanctuary” restituisce dall’inizio alla fine: un album nato dentro il disordine del presente, ma capace di cercare luce senza smarrire il buio.
A rafforzare questa nuova fase c’è anche l’annuncio del tour mondiale, che riporterà la band in Italia per un’unica data lunedì 28 settembre 2026 all’Unipol Arena di Bologna, con Poppy e Nova Twins ad aprire la serata. È una notizia che arriva nel momento giusto, perché Sanctuary ha proprio il respiro del disco pensato per vivere ancora meglio dal vivo: pieno di contrasti, dinamiche e canzoni che chiedono un palco grande per sprigionarsi davvero. In definitiva, “Sanctuary” è un disco riuscito perché non ha paura di essere quello che è: un album degli Evanescence nel 2026, non nel 2003. E in un tempo in cui tanti ritorni si limitano a inseguire la memoria, questa è forse la sua qualità più forte: andare avanti, con le radici ben piantate nel passato ma lo sguardo finalmente rivolto in avanti.
