09/12/2010

FISTFUL OF MERCY

AS I CALL YOU DOWN (PIAS / SELF)

Doveva essere il nuovo album di Joseph Arthur, è diventato quello di uno dei più particolari “supergruppi” di questi tempi. Fistful Of Mercy è infatti una all star band assolutamente anomala che, a qualcuno, potrebbe ricordare Crosby, Stills & Nash. Non solo perché formata da tre identità ben distinte, tre songwriter (due americani e un inglese innamorato della California) con un sound prevalentemente basato su chitarre acustiche e armonie vocali, ma soprattutto perché nata dalla stima e dall’amicizia tra i protagonisti.
Ben Harper e Joseph Arthur si sono conosciuti tramite Peter Gabriel, in Inghilterra, nel 1994. «Eravamo nel backstage di un concerto», ricorda Joseph, «ma c’era troppo frastuono. Così, ci siamo rifugiati nei bagni, sporchi e maleodoranti, pur di scambiarci le nostre opinioni. Poi, ho invitato Ben a un mio show al Troubadour e ben presto siamo diventati amici».
Ben e Dhani Harrison (pensate un po’) sono invece entrambi assidui frequentatori di The Cove, uno skateboard park a Santa Monica, California. «Non ho mai visto nessuno bravo come lui», pare abbia detto Harper del suo giovane amico. «Si vede che ha fatto tanta pratica sui tappeti di casa durante le piovose giornate inglesi». Dhani, 33enne figlio di George e Olivia Harrison, che quando è sullo skate indossa sempre un paio di Vans violacee, di Ben dice invece che «è uno skater un po’ old style». Old style è anche lo spirito con cui i tre si sono ritrovati al Carriage House, studiolo della L.A. neofolk. Qui, in soli tre giorni hanno registrato (divertendosi moltissimo) i 9 brani di As I Call You Down, dato un nome al loro nuovo sodalizio (Fistful Of Mercy, un pugno di pietà, «la più potente forma di kung fu» secondo Harrison) e cementato la loro amicizia. Tanto da decidere di partire quasi subito per un tour in promozione dell’album e girare Stati Uniti e Europa con questa nuova formula acustica.
Dhani e Joseph si sono conosciuti praticamente al Carriage House. «Mi avevano mandato un memo su cosa fare, ma me lo sono perso», racconta Harrison, «così mi sono presentato con tre ukulele».
«Appena l’ho visto mi è stato simpatico», aggiunge Arthur che poi spiega che «quasi subito abbiamo iniziato a suonare. Ci siamo seduti per terra, gambe incrociate e la musica è nata spontaneamente».
«Sono arrivato in ritardo come al solito», racconta Ben Harper, «e ho visto che Joseph e Dhani avevano già fraternizzato. Questo è un buon inizio, mi sono detto».
E così, al ritmo di tre canzoni al giorno, nasce il progetto Fistful Of Mercy. Ballad acustiche e rilassate (come In Vain Or True e l’emblematica I Don’t Want To Waste Your Time) che aprono l’album in un’atmosfera sin troppo lo-fi e confidenziale. Con la title track As I Call You Down si comincia a fare sul serio tanto che alla brava violinista Jessy Green (che, Foo Fighters permettendo, sarà parte dell’ensemble anche dal vivo) si aggiunge il «mago della batteria» Mr. Jim Keltner. «È un vecchio amico di famiglia», spiega Dhani (batterista lui stesso a tempo perso che, da piccolo, ha avuto come maestro “zio” Ringo), «e così Jim si è prestato molto volentieri».
«Si è messo a disposizione perché» spiega Ben «non tutti eravamo sicuri che ci sarebbe servita una batteria tanto che, a un certo punto, Keltner ha deciso di percuotere se stesso».
Il disco decolla e comincia a volare alto con la quarta traccia, l’entusiasmante Father’s Son, intensa e sincopata, degna del repertorio del miglior Ben Harper cui segue la deliziosa Fistful Of Mercy in cui anche le armonie vocali sembrano prendere forma compiuta. «Ho sempre avuto un debole per la Carter Family» spiega Harper «e la collaborazione con i Blind Boys Of Alabama ha consolidato la mia passione per le voci». Eppure, uno dei momenti più particolari e suggestivi dell’album è 30 Bones, strumentale semplicissimo basato su un normale giro di accordi arpeggiati sulle acustiche con il violino a fare da sottile contrappunto, mentre poche note di piano (quasi fossero gocce di pioggia) rinfrescano il tutto.
Si riprende con Restore Me (sulla stessa onda dei primi due brani) mentre Things Go ‘Round dà un tocco leggiadro e divertito, quasi beatlesiano. With Whom You Belong, che chiude il lavoro, è (insieme a Father’s Son) il pezzo migliore del disco che conferma la volontà dei tre di immortalare su nastro lo spirito di quei tre giorni di musica, amicizia e divertimento. Senza (una volta tanto) lavorare troppo sulla qualità delle esecuzioni, privilegiando il sentimento alla tecnica, l’atmosfera naif alla perfezione acustica.
Più Traveling Wilburys, dunque, che CSN.
Come si può vedere da alcuni video che già circolano in Rete, Fistful Of Mercy sembra dare dal vivo il meglio di sé. Ne avremo la controprova il 9 e il 10 dicembre quando Ben, Dhani e Joseph suoneranno a Milano e a Modena.

On demand

Iscriviti alla Newsletter

Vuoi rimanere sempre aggiornato su rock e dintorni? Iscriviti alla nostra newsletter
per ricevere tutte le settimane nuovi video, contenuti esclusivi, interviste e tanto altro!