Francesca Tandoi: “Con SongBook Vol.1 inseguo il sogno di lasciare qualcosa che possa ispirare altri musicisti”
Con il nuovo album uscito per Fresh Sound, Francesca Tandoi raccoglie per la prima volta soltanto composizioni originali, tra riletture, ospiti internazionali e una visione del jazz capace di parlare anche alle nuove generazioni
Dopo anni trascorsi a misurarsi con il repertorio jazz e con la grande tradizione dell’American Songbook, Francesca Tandoi apre una nuova fase del proprio percorso con “SongBook Vol.1”, uscito il 2 giugno per Fresh Sound: un lavoro che raccoglie brani originali, alcuni scritti di recente, altri recuperati e rivisitati attraverso nuovi arrangiamenti. Un disco che mette al centro la scrittura, la visione autoriale e una dimensione sonora costruita tra trio jazz e quartetto d’archi, con ospiti d’eccezione come Becca Stevens e Stacey Kent. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Francesca per sapere l’origine di questo progetto
Partiamo dall’inizio: che storia c’è dietro SongBook Vol.1?
È un disco che volevo registrare da tanti anni. Nei miei album c’è sempre stata musica originale, ma questa volta ho voluto raccogliere soltanto brani miei, ed è anche per questo che l’ho chiamato SongBook: una sorta di raccolta di composizioni dello stesso autore. Alcuni pezzi sono completamente nuovi, scritti nell’ultimo anno; altri invece esistevano già e ho sentito il bisogno di concedergli una seconda vita. Mi interessava rileggerli con un nuovo assetto sonoro. Nel disco convivono infatti il trio – pianoforte, contrabbasso e batteria – e il quartetto d’archi. Questo ha cambiato molto il colore della musica e mi ha spinto a riprendere anche alcuni brani già editi, per registrarli di nuovo dentro un suono diverso
Dal punto di vista emotivo, che cosa significa pubblicare un album interamente firmato da te?
È una grande emozione. Per me comporre musica originale è sempre stato un traguardo ideale. Ho amato profondamente il jazz, gli standard, tutto l’American Songbook: è una musica che studio, ascolto e suono da sempre. Ma dentro di me c’è sempre stato anche il desiderio, prima o poi, di scrivere dei brani miei. Il sogno, in fondo, è quello di ogni jazzista: scrivere musica che possa rimanere, magari diventare un punto di riferimento per qualcun altro. Mi è già capitato di sapere che alcuni miei pezzi sono stati scelti da studenti per esami, concerti o lauree. Ecco, quella per me è un’emozione enorme: sapere di aver ispirato anche solo una persona significa già aver lasciato qualcosa
C’è quindi anche un’ambizione molto alta, nel senso più bello del termine.
Sì, assolutamente. Se devo sognare in grande, sogno proprio questo: lasciare qualcosa di bello, qualcosa che possa arrivare alle nuove generazioni di musicisti. Quando un brano diventa uno standard entra quasi nel DNA della musica popolare. Il jazz resta una musica di nicchia, certo, ma sapere che dei ragazzi abbiano trovato valore nelle mie composizioni per me è davvero incredibile
Come nasce la collaborazione con Becca Stevens?
Ci siamo conosciute in Danimarca, durante un workshop internazionale per giovani musicisti dove eravamo entrambe insegnanti. Io seguivo il pianoforte e il lavoro d’ensemble, lei insegnava songwriting. A un certo punto ho proposto ai ragazzi alcuni brani da suonare per il saggio finale, tra cui Hope, che all’epoca non aveva ancora un testo. La cantante del gruppo, una ragazza molto giovane e molto brava, ha scritto il testo facendosi aiutare proprio da Becca. Lei rimase colpita dal brano, ne parlammo, e quando dopo un paio d’anni ho deciso di registrarlo ho pensato subito che la sua voce sarebbe stata perfetta. L’ho chiamata, lei si ricordava del pezzo e ha accettato con entusiasmo
E Stacey Kent?
Avere nel disco una voce come la sua è un onore enorme. Memories of Love aveva un’eleganza, una malinconia e un respiro narrativo che sentivo molto vicini al suo mondo. È una delle mie cantanti preferite, quindi ritrovarla in questo progetto è stato davvero speciale
Dal tuo osservatorio di docente, i giovani musicisti di oggi sono diversi rispetto alla tua generazione?
Sì, soprattutto nel modo di ascoltare la musica. Quando avevo vent’anni non c’era l’accesso immediato che abbiamo oggi. Trovare un disco era quasi un rito: lo cercavi, lo compravi, tornavi a casa e lo ascoltavi tutto, dall’inizio alla fine. C’era un desiderio fortissimo, una fame di ascolto che forse oggi si è trasformata. Adesso possiamo ascoltare qualsiasi cosa in qualsiasi momento ed è una fortuna enorme. Però a volte questa disponibilità totale rischia di produrre un ascolto più distratto. Non vale per tutti, naturalmente: ci sono ragazzi appassionatissimi che vanno a fondo. Ma in generale il rapporto con la musica registrata è cambiato, ed è cambiato molto
Che consiglio daresti a chi sogna una carriera come la tua?
La cosa più importante è trovare la propria voce. Che sia nell’esecuzione, nella composizione o nella ricerca di uno stile, bisogna capire qual è il proprio modo di esprimersi. E questo può nascere solo da un’esigenza autentica e da una passione fortissima per la musica. Poi bisogna crederci senza mollare. La carriera artistica è difficile, è facile scoraggiarsi. Ma spesso va avanti davvero chi non demorde
Osservando il tuo lavoro online, sembra che tu abbia scardinato un certo immaginario del jazz come linguaggio distante o elitario.
È successo un po’ per caso, più che attraverso una strategia precisa. Però ho capito abbastanza presto che anche nel lavoro artistico esiste una componente di comunicazione, e quindi anche di marketing. Io cerco di proporre un’immagine sincera, che trasmetta soprattutto una cosa: il fatto che mi sto divertendo davvero. La mia piccola missione è mostrare che questa musica può essere anche gioiosa, coinvolgente, vitale. Nei video provo a far passare entusiasmo, energia, piacere di suonare. E credo che questa chiave abbia funzionato, perché molte persone mi scrivono proprio questo: che percepiscono il divertimento, che si sentono trascinate.
Ma i social non bastano da soli.
No, infatti. I social vanno usati con intelligenza, senza esagerare. Esistono tantissimi musicisti straordinari che magari non si sentono a loro agio a esporsi così tanto, e il successo online non stabilisce certo chi sia il musicista migliore. Però oggi è uno strumento importante e bisogna farci i conti
Venerdì 26 Giugno sarà in concerto alla Casa del Jazz di Roma in duo con Raphael Gualazzi.






