09/12/2025

Francesco Maria Mancarella tra ricerca e sentimento: “What I Felt”

Il suono unico del direttore d’orchestra, pianista e compositore tra sperimentazione ed emozione… senza tralasciare Il pianoforte che dipinge

Si intitola What I Felt il nuovo album di Francesco Maria Mancarella. Il direttore d’orchestra, pianista e compositore ha portato in scena il suo lavoro il 16 novembre al Teatro Franco Parenti di Milano e il 21 novembre al Teatro Paisiello di Lecce, occasioni in cui ha presentato anche il suo progetto Il pianoforte che dipinge, inventato e brevettato nel 2014 e già noto a livello internazionale.

Mancarella ha creato un timbro unico utilizzando la tecnica del pianoforte preparato: ha modificato un pianoforte a coda Kawai applicando feltri di diversa qualità in ogni registro, ottenendo un suono raccolto, potente e difficile da replicare altrove.

Il suono dell’album è caldo, ovattato e avvolgente. Come suggerisce il titolo, What I Felt gioca sul doppio significato della parola inglese felt: da un lato il feltro, materiale inserito tra la martelliera e le corde per smorzarne le vibrazioni; dall’altro il sentire, l’emozione che prende forma nella musica. Si tratta del primo disco in tonalità maggiore di Mancarella, arricchito da elettronica, produzione e dalla presenza di altri strumentisti, e che esprime pace, armonia e libertà.

Francesco Maria Mancarella è diplomato al conservatorio Tito Schipa di Lecce in pianoforte jazz con il massimo dei voti e in tecnologie dell’industria audiovisiva, con un master universitario in composizione per musica da film.

Ha collaborato con grandi orchestre nazionali e internazionali, tra cui la Bulgarian National Symphony Orchestra, l’Orchestra Ritmosinfonica Italiana e la Southern East Europe Orchestra. Si è esibito in rassegne come Piano City Milano, Milano Music Week, Calatafimi Festival di Segesta, e in sedi prestigiose come la Steinway Hall di Miami e l’Arena di Verona. Nel 2024 ha pubblicato gli EP Nord e Promenade e ha diretto l’orchestra per Alessandra Amoroso al Festival di Sanremo.

Con What I Felt Mancarella conferma la sua attenzione alla ricerca sonora, alla melodia e alla sensibilità artistica che hanno caratterizzato la sua carriera, sviluppando un’estetica musicale riconoscibile e libera dai confini di genere. La sua musica fonde classica, jazz e contemporanea, creando un crossover virtuoso e innovativo.

 

Francesco Maria Mancarella - What I Felt

 

What I Felt è il tuo nuovo album. Per riprendere il titolo, sentivi anche un suono che volevi ottenere in modo particolare, vero?

Sì, ho utilizzato un pianoforte a coda che è stato preparato: non possiede questa capacità di per sé, quindi ho scelto delle qualità particolari di feltro per ottenere questo suono così particolare, avvolgente, ovattato. I brani sono “one shot”: mi sono seduto al pianoforte, li ho registrati e quello che si sente sul vinile è come l’impressione di un attimo, un momento di racconto delle emozioni oltre i feltri. Ho voluto fissare proprio ciò che c’era in quell’istante preciso.

 

Non sei nuovo all’utilizzo di un pianoforte in maniera meno usuale pensando ad esempio al pianoforte che dipinge che tu stesso hai inventato.

Beh, è vero, il mio pianoforte che dipinge è uno strumento molto particolare: è sinestesia allo stato puro, l’unione di due sensazioni – vista e ascolto – nello stesso momento. Il processo sinestetico è qualcosa di magico: alcuni lo hanno naturalmente, molti grandi del passato lo avevano, altri no. Sono poche le persone che possiedono questa capacità. Il pianoforte che dipinge aiuta a provare quella sensazione e, soprattutto, rende la mia musica materiale: posso vederla, posso toccarla, non rimane nell’etere come accade di solito.

 

Dov’è nata l’esigenza o la voglia di esprimerti in questo modo?

Volevo mettere insieme ciò che conosco: tutto quello che non conosciamo resta fuori dal nostro orizzonte ermeneutico e lo perdiamo. Che cosa riporto allora dentro il pianoforte che dipinge? Le sensazioni, le vibrazioni che un colore mi dà all’interno di un contesto. Non collego nota e colore come fece Skrjabin con il suo clavier à lumières, la tastiera luminosa collegata alle luci. Io collego il colore al contesto. Perché? Perché il cerchio è un elemento fondamentale e ancestrale della nostra vita; ha a che fare con tutto ciò che è importante, anche con la religione: il semplice cerchietto sopra gli angeli ne è un simbolo. La circolarità non permette la linearità, che invece la musica ci dà: nello spartito si parte da una nota e si arriva ad un’altra. Nel mio caso, invece, le note ci sono tutte, ma non sappiamo in quale momento sono state suonate. Dobbiamo accontentarci del tutto, non dell’ordine.

 

Ma i pezzi che suoni con il pianoforte che dipinge sono sempre gli stessi e quindi di conseguenza i quadri sono tutti uguali?

Non sono uguali perché voglio che l’opera sia istantanea. Ogni quadro nasce da una sola canzone, non ci sono repliche: chi possiede quei quadri possiede l’unica opera possibile. L’intento è dare una forma visiva a ciò che è arte contemporanea, sì, ma che deve avere anche un valore e un senso estetico.

 

Tornando al tuo nuovo album e parlando sempre dei feltri, come si sviluppa questo processo? Vai da un tecnico del suono, da un accordatore di fiducia o da un addetto ai lavori che magari può aiutarti a preparare il pianoforte?

Nel momento in cui compongo non penso a cosa potrebbe funzionare, penso al suono che mi serve e cerco la prima cosa che ho a portata di mano per ottenerlo. Per esempio c’è una pezzolina, quella cioè che copre i tasti del pianoforte? Benissimo… l’ho tagliata all’inizio, ho visto che funzionava e l’ho usata. Poi ne ho presa un’altra, trovata su un altro pianoforte, e ho continuato con questo lavoro. Avevo uno studio con cinque pianoforti: ho preso parti di ognuno e ho composto con quelle. Quando mi sono reso conto che tutto era a posto, ho attaccato i microfoni e ho registrato ciò che mi passava per la testa.

 

Contrapposta alla preparazione meticolosa del pianoforte c’è anche un’immediatezza in What I Felt. Prima parlavi di brani “one shot”.

Sì, secondo me la forza di questo disco è proprio questa: l’istinto. La parte accademica – che ho studiato molto, per fortuna – a volte toglie spontaneità. Io non volevo fare un disco jazz o contemporaneo: volevo un disco naturale, libero. Ho messo i feltri, ho attaccato due microfoni ed è perfetto così.

 

Ma l’istinto ti porta anche a improvvisare dal vivo e quindi a modificare, seppur in parte, i brani?

I brani già ora si sono un po’ evoluti rispetto a ciò che si sente sul vinile, ma è più forte di me. Da piccolo studiavo musica classica al Conservatorio; la mia maestra mi sgridava sempre perché cambiavo i temi di Bach. Quello che era un difetto per quel tipo di musica è diventato una peculiarità che il jazz mi ha fatto amare. Non suono jazz in questi spettacoli, ma ne conservo la libertà: se voglio cambiare una nota, la cambio. Mi metto lì, chiudo gli occhi e suono; se in quel momento mi viene un’altra nota, la suono, e quel che succede, succede.

 

Di recente sei stato protagonista di alcuni concerti in Italia in cui hai presentato il tuo nuovo album. Prossimamente sarai impegnato in altri live, magari all’estero?

Per il 2026 sì, ci sono progetti, anche se non c’è ancora un calendario ufficiale. La carriera internazionale per me è fondamentale: Stati Uniti, Parigi, Islanda… esperienze importanti, che posso raccontare nei brani. È importante vedere cosa c’è fuori per poi riportarlo e ritradurlo con il nostro linguaggio: la musica.

 

Francesco Maria Mancarella – Foto di Michele Giannone

Francesco Maria Mancarella (ph Michele Giannone) 3_b

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