10/04/2024

Gli anni Ottanta secondo Luca Pollini

Evasione e illusione nel nuovo libro per Elemento 115

 

La politica, la militanza, la società, le buone vibrazioni musicali. Il filo conduttore dei numerosi libri di Luca Pollini è la controcultura storica, in particolare quella degli anni ’60 e ’70. L’epica di Re Nudo, le vicende di Gianni Sassi e il mito di Woodstock, le barricate e le utopie, sono lette dal giornalista milanese in un’ottica trasversale e fortemente legata ai cambiamenti generazionali. Gli Ottanta. L’Italia tra evasione e illusione, pubblicato da Elemento 115, è un’estensione del discorso, un ingresso non timido anzi deciso in un decennio scintillante ma problematico, che produce ancora oggi i suoi effetti. Ne parliamo con Pollini.

 

Non avevi ancora trattato un argomento impegnativo come gli anni ’80, anche se in qualche modo ti eri già avvicinato raccontando le storie di Elio Fiorucci, o di Mario Lavezzi. Da dove sei partito?

Dalla fine del decennio precedente, quegli Anni di piombo che hanno segnato, in modo indelebile, la storia del nostro Paese; anni degli scontri di piazza e delle crisi. Anni in cui la generazione dei ventenni faceva domande alle quali, spesso, non veniva data risposta. Ecco, ho provato a cercare quelle risposte che poi non ho trovato, perché quella generazione, alla fine, si è persa.

 

La storiografia sudamericana parla di “decada perdida”, con riferimento al fattore economico, al liberismo, alla velocità dei cambiamenti. Gli anni ’80 italiani invece, a mio avviso, sarebbero più da legare al fenomeno della “normalizzazione” partito col caso Moro e col riflusso, che ne pensi?

Stremati dai Settanta – decennio degli opposti estremismi – gli italiani si risvegliano negli anni Ottanta con una voglia matta di cambiare passo. E i giovani – quelli che volevano cambiare il mondo – si sono ritrovati svuotati e stanchi, reduci da un periodo troppo lungo di sangue e di morti, di ideologismi a colpi di spranghe e di morti di eroina. C’era sì bisogno di “normalizzazione”, di fermarsi, di leccarsi le ferite.

 

Hai restaurato Re Nudo, hai raccontato vari aspetti del nostro decennio più infuocato, quando puoi menzioni sempre militanza e assalto al cielo. Tutti aspetti che scompaiono negli anni ’80… O in ambienti sotterranei c’era ancora un progetto rivoluzionario?

Nessuna rivoluzione nascosta, anzi. Il cambiamento sociale più marcato riguarda proprio i giovani che in quegli anni non si ribellano più, anzi: sembrano perfettamente allineati al sistema proposto dagli adulti. Quella degli Ottanta è la prima generazione post-ideologica. Il loro obiettivo non era “cambiare il mondo” ma trovare il benessere a tutti i costi, all’insegna del “tutto, e subito, e senza fatica”.

 

Italia musicale anni ’80. Se diamo uno sguardo alle classifiche, al gradimento del pubblico, mi vengono in mente subito alcuni nomi, che ti lancio di pancia e senza ordine razionale: Righeira, Spagna, Ramazzotti, Sergio Caputo, Matia Bazar. Ma anche l’ascesa di Sanremo, i milioni di copie della Vita è adesso, la rivoluzione di Battiato. Manca qualcosa?

La canzone d’autore – esplosa negli anni Settanta – negli arrangiamenti inizia a contaminarsi con il pop e nei testi scompare la politica e il sociale in favore della riscoperta dei sentimenti. Poi si segnalano due nuovi fenomeni: quello delle sigle dei programmi tv che dominano le classifiche (Heather Parisi, Loretta Goggi, Claudio Cecchetto e le decine di sigle cantate da Cristina D’Avena) segno di un mercato dominato dagli show televisivi, e quello delle meteore che durano solo la stagione estiva. Oltre ai nomi che hai ricordato aggiungerei il Battisti del dopo-Mogol; Alberto Camerini, che compie un’inversione a U abbandonando per sempre l’immagine di cantautore impegnato per travestirsi da Arlecchino elettronico; e Toni Esposito che passa dalla ricerca musicale alla discoteca con Kalimba de Luna.

 

Il decennio comincia con la morte di John Lennon. Se i ’70 erano partiti con la fine dei Beatles, gli ’80 iniziano con la scomparsa di una delle figure più emblematiche della cultura rock. in che modo la sua fine segnerà quest’epoca?

C’è una frase di Tommaso Pincio che secondo me può riassumere il periodo: «Si è capito subito che gli anni Ottanta sarebbero stati un decennio di merda: al loro inizio ammazzarono John Lennon». A questa aggiungerei anche quella di un giornalista che, uscito dall’obitorio, disse: «ora gli anni Sessanta giacciono in una cella frigorifera». Non lo classificherei come un decennio di merda, ma come decennio della leggerezza, vissuto – ahimè – in una sorta di deserto culturale.

 

In una vulgata un po’ superficiale, anni ’80 e rock vanno poco d’accordo. Se poi ci si ferma un attimo, pensiamo al fatto che l’Italia all’epoca ha espresso CCCP e Litfiba. Che caratteristiche aveva il rock tricolore dell’epoca?

La nuova identità del rock italiano matura nel passaggio degli Ottanta, periodo in cui avviene una contaminazione tra melodie nostrane e canzoni e ritmi internazionali. Protagonisti di questa nuova fase sono soprattutto i gruppi, oltre ai CCCP e i Litfiba, sono da segnalare i Gang. A sentire i loro ultimi lavori, di stampo prettamente cantautorale e folk, si stenta a credere che il loro esordio è marcatamente influenzato dalla musica punk: nel 1987 incidono Barricada, album cantato in inglese «Perché – sostengono – in Italia è ancora difficile proporre il messaggio rock in italiano». E invece c’è stata anche una timida new wave di casa nostra, avanzi di un movimento punk che in Italia non si è mai affermato: il Tenax di Firenze è stato quello che, nei primi anni Settanta, è stato il Folk Studio di Roma per i cantautori, sul suo palco si sono esibisti gruppi che hanno guidato la “nuova onda”, come Diaframma, Moda, Neon, Giovanotti Mondani Meccanici. Anche nell’ambito rock c’è chi ha fatto l’inversione a U verso una musica sicuramente più commerciale e di facile ascolto. Mi riferisco ai gruppi che gravitavano attorno all’Italian Records di Oderso Rubini come Gaznevada, Stupid Set, Hi-Fi Bros, Confusional Quartet, Noia: il loro sound era inizialmente una sorta di punk miscelato alla new wave, ma nella seconda metà della loro carriera, e siamo nell’83, si muovono verso sonorità pop, sviluppando una particolare forma di Italo Disco. I Gaznevada con I. C. Love Affair hanno avuto buoni riscontri di vendite anche in Europa.

 

Prefazione di Claudio Cecchetto, che c’era, osservava, parlava e influenzava. Qual è stato il suo ruolo nel decennio?

Per me i simboli di quel periodo sono lo spot dell’Amaro Ramazzotti – che recitava “…Questa Milano da vivere, da sognare, da godere. Questa Milano da Bere”; testo che, va detto, prende spunto da un articolo del Time, che nel bel mezzo del decennio celebra Milano come la città di tendenza del momento, traino dell’economia del mondo – e Claudio Cecchetto, il testimonial perfetto per gli anni Ottanta. Lui più che chiunque altro ha saputo cogliere al volo lo spirito che aleggiava in Italia all’epoca, gioia e spensieratezza. Capisce che “la musica è cambiata” e così dopo essere passato dai microfoni di Radio Milano International e Studio 105, decide di fondare una radio tutta sua («l’unico modo che avevo per fare una radio come volevo io – ha detto – era esserne proprietario») che battezza Radio Deejay e che rispetto alle altre grandi radio parte con sette anni di ritardo. Il gap è subito colmato perché alla fine degli anni Ottanta è la radio più ascoltata d’Italia. Sempre lui per primo intuisce che bisogna puntare alla musica “da vedere” e s’inventa DeeJay Television, trasmissione di soli videoclip in onda su Italia 1, la rete “giovane” di Fininvest. Ha poi una sorta d’infallibilità della creazione di hit (basti ricordare Gioca Jouer): e così le colonne sonore delle estati si ritrovano farcite di brani prodotti da lui, creati a tavolino e affidati di volta in volta ad artisti sconosciuti – spesso dj suoi colleghi – come Sandy Marton, Jovanotti, Tracy Spencer, Sabrina Salerno che hanno scalato le charts di mezza Europa. A lui poi il merito di aver “svecchiato” il Festival di Sanremo e averlo fatto diventare un evento televisivo.

 

Restiamo ancora sulle radio, che hanno segnato la storia degli ultimi anni ’70, da dove parte il tuo racconto…

Per la radiofonia privata gli Ottanta sono stati anni fondamentali. Si comincia a percepire una maggior professionalità, sia nella conduzione sia nella programmazione, le emittenti iniziano a distinguersi per linee editoriali e stile, a crescere sul piano organizzativo e professionale e a mettere a punto progetti di crescita, sviluppando piani editoriali ben precisi e complesse strategie commerciali.

 

Mutuando dal tuo sottotitolo, gli anni ’80 sono stati un’epoca di evasione. C’è stata però anche un’illusione. Gli anni ’80 non hanno promesso ciò che hanno mantenuto?

Il nuovo boom dei consumi e l’espansione del benessere avevano scoperchiato il desiderio di trasgressione, una sorta di fai-da-te della felicità nata da un delirio di onnipotenza. Si viaggiava di più e si era convinti di essere moderni e cosmopoliti: in realtà si era naif, provinciali che imitavano lo yuppismo americano. A conferma di ciò riusciamo a produrre due delle automobili più brutte del secolo: l’Alfa Romeo Arna e la Fiat Duna. Chi è nato in quegli anni non ha fatto nessuna guerra, non ha partecipato a scontri di piazza, non ha vissuto il terrorismo, ma ha dovuto ben presto scontarsi con il falso mito della leggerezza. E prima di tutti se ne sono accorti proprio i Righeira: «L’estate sta finendo e un anno se ne va – sto diventando grande, lo sai che non mi va». Il testo parla della sensazione di malinconia che provoca la fine dell’estate, ovvero la stagione delle vacanze per eccellenza: ecco, la spensieratezza degli Ottanta stava finendo e tutti, ormai, dovevamo tornare “adulti”, nostro malgrado.

 

Cosa resterà di questi anni ’80, cantava Raf. Cosa resta, sia nell’evasione che nell’illusione, di quel decennio quarant’anni dopo?

Capita di guardare indietro verso quegli anni, forse per cercare un ragionamento oppure per trovare la forza di uscire dall’ovatta culturale che sembra foderare questo inizio di nuovo secolo. Anche se quello che appartiene al passato spesso appare più bello, sia del presente sia di ciò che era nella realtà, per quanto riguarda gli anni Ottanta non sempre è così, perché penso che al di là della voglia di leggerezza sia stato un decennio complesso, difficile e indecifrabile, zeppo di contraddizioni, tra edonismo e apparenti rivoluzioni, tra punk e paninari, tra l’esplosione del consumismo e il comunismo moribondo. È stato un patchwork su cui poi si è poggiata la costruzione dell’Italia post-Tangentopoli (che scoppiò un anno e mezzo dopo la fine del decennio). Ecco, quarant’anni dopo viene da dire che forse in quel patchwork mancano pezzi fondamentali.

Luca Pollini - Ottanta - libro

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