09/10/2026

Greta Van Fleet, “Palace for the people” e l’ombra dei maestri: la ricerca di una voce propria

Con Palace for the People, i Greta Van Fleet firmano un disco fisico e teatrale: il richiamo al rock anni Settanta resta, ma l’identità comincia a farsi largo tra assoli e chiaroscuri

I Greta Van Fleet entrano in Palace for the People con il volume già alto. Chitarre, batteria e groove rock tornano a essere l’architrave della scrittura, sostenuti da una produzione moderna ma ancora profondamente legata alla grammatica dei grandi anni Settanta. È un disco fisico, teatrale e ambizioso, attraversato da riff imponenti, assoli di vecchia scuola, parentesi acustiche e momenti più atmosferici. Il disco si apre con “Into the Beginning”, un’overture rock d’altri tempi che dura poco, ma svolge perfettamente il proprio compito: indirizza subito l’ascoltatore verso il cuore della questione. Qui si fa sul serio. È una dichiarazione d’intenti in miniatura, l’avvio ideale per un album che vuole recuperare il peso, la fisicità e la teatralità del rock classico, ma con una produzione contemporanea affidata anche al lavoro del produttore Mike Elizondo.

Subito dopo arriva “Tear It Down”, terzo singolo estratto dal disco e una cavalcata che procede senza esitazioni fino a sfociare in un assolo di chitarra da vecchia scuola. Il brano combina un riff potente con un testo più introspettivo, costruito attorno alla ricerca di risposte e alla difficoltà di fare ordine nel rumore del mondo. È un buon esempio della direzione del disco: il corpo è quello del rock, ma sotto la superficie c’è un tentativo di allargare il discorso.

Chiunque abbia ascoltato i Greta Van Fleet sa che la band convive da sempre con il fantasma del paragone con i Led Zeppelin. Non è un’accusa inventata dalla critica: quella fonte ispirazionale è dichiarata, riconoscibile e incorporata nel loro modo di suonare. In Palace for the People, però, salvo un paio di episodi che si possono leggere come omaggi creativi, il resto suona Greta Van Fleet al cento per cento. Il problema è che, a un certo punto, se qualcuno si è già fatto un’idea della band, provare a cambiargliela diventa tempo perso. “Heart and the Beat” picchia come se non ci fosse un domani, costruita sull’impatto combinato di riff e batteria. Qui emerge con particolare chiarezza l’attitudine da palco dell’intero progetto: gli stop and go centrati da Danny Wagner, le scorribande del basso e della ritmica quando la voce si fa da parte, la sensazione che ogni pezzo sia stato pensato per trasformarsi in un momento collettivo davanti a un pubblico. I Greta Van Fleet non scrivono soltanto canzoni da ascoltare: scrivono canzoni da abitare dal vivo. È una caratteristica che attraversa l’intero album. La batteria detta spesso il movimento, il basso e la chitarra si inseguono e si sovrappongono, mentre la voce entra come elemento narrativo e melodico, senza essere l’unico centro di gravità. La struttura dei brani sembra costruita per lasciare spazio alla band, non soltanto al cantante: quando Josh Kiszka tace, il gruppo continua a parlare attraverso la ritmica.

Poi arriva “Boughten Bliss”, episodio dall’attitudine acustica, quasi ridotto all’essenziale: voce e chitarra. È una ballad bella proprio perché non ha bisogno di imporsi. Lascia spazio, abbassa la luce e permette di apprezzare il filo rosso che unisce tutto il disco: la voce di Josh Kiszka insieme alle sei corde di Jake. Nel panorama odierno, questa combinazione resta oggettivamente singolare.

Kiszka, del resto, in Palace for the People spinge ancora più avanti il proprio strumento, sia nell’estensione sia nell’interpretazione. Il suo registro può dividere, e infatti alcune recensioni hanno giudicato eccessivi certi passaggi vocali, soprattutto in “Play Your Games”, ma è impossibile negare che la sua presenza dia alla band una fisionomia immediatamente riconoscibile.  La voce non è un semplice veicolo per le melodie: è una superficie cangiante, capace di passare dal sussurro al grido, dalla fragilità alla posa da frontman d’arena. “Field of Stars” è forse il brano più apertamente zeppeliniano del lotto, almeno all’inizio. Ma anche qui il riferimento non racconta tutto il pezzo: quando entra il solo, il suono prende una direzione meno prevedibile e diventa più personale. È il tipo di passaggio che interessa davvero nei Greta Van Fleet: non il momento in cui riconosci la fonte, ma quello immediatamente successivo, quando la band prova a spostare il materiale altrove.

“Play Your Games” martella in testa e conferma quanto il gruppo sappia maneggiare la forma-canzone. È anche uno degli episodi che riaccende il dibattito sulla voce di Josh e sulla misura con cui viene utilizzata: per alcuni è la firma inconfondibile del cantante, per altri un eccesso che finisce per mettere in ombra il lavoro di Jake Kiszka, la cui chitarra resta comunque molto più versatile di quanto il paragone con Jimmy Page lasci spesso intendere.

Il disco non vive soltanto di riferimenti al passato. Palace for the People raccoglie le diverse anime della band muovendosi tra energia rock, atmosfere eteree e una componente sinfonica più evidente. La stessa band ha indicato come temi centrali umanità, connessione, resilienza e trascendenza, definendo l’album un progetto personale ma anche universale. Il titolo nasce dall’idea del “palazzo del popolo” e dalla convinzione che la musica possa diventare uno spazio condiviso, un luogo in cui esperienza individuale e dimensione collettiva si incontrano.

Registrato in Tennessee nella primavera del 2026 e co-prodotto dai quattro musicisti insieme a Mike Elizondo, il disco mostra una formazione più coesa e solida. Il suono è ampio, lucidato quanto basta per sostenere l’ambizione dei brani, ma non così levigato da cancellare il sudore. Le chitarre rimangono in primo piano, la batteria conserva un peso fisico e gli arrangiamenti aggiungono sfumature senza cambiare la natura del gruppo.

La sensazione complessiva è quella di un album ben scritto e ben suonato, capace di fare compiere alla band un ulteriore salto in avanti senza rappresentare ancora la piena maturità. Ed è un bene che sia così. I Greta Van Fleet hanno ancora margini di crescita, e una band che non ha più nulla da conquistare rischia di diventare rapidamente una copia di se stessa.

I figli devono ancora staccarsi dai padri, ma sono sulla buona strada. Il punto non è negare i Led Zeppelin: sarebbe impossibile e, in fondo, anche inutile. Il punto è fare in modo che il riferimento smetta di essere il titolo principale della discussione. Palace for the People non risolve completamente la questione, però aggiunge nuove sfumature alla tavolozza dei Greta Van Fleet. Aggiunge pause, chiaroscuri, episodi acustici e momenti più atmosferici a una tavolozza che continua ad avere nel riff e nel groove i propri colori dominanti. La chiusura con “Born Into This” è una dichiarazione chiara d’intenti e la conclusione perfetta del disco. Il solo è sontuoso, la band sembra raccogliere in pochi minuti tutto ciò che l’ha portata fin qui: ambizione, teatralità, tecnica e desiderio di grandezza. Non è una fuga dal passato, ma neppure una resa a esso.

Il risultato è un album che probabilmente farà fuochi e fiamme dal vivo. Non soltanto perché contiene canzoni costruite per il palco, ma perché dà l’impressione di una band che ha finalmente capito come tenere insieme impatto e sfumature. I Greta Van Fleet non hanno ancora trovato la loro definitiva separazione dai padri nobili del rock, ma hanno trovato una direzione. E, per una band ancora in crescita, è una condizione molto più interessante di una maturità già confezionata.

In Italia la band porterà questo nuovo capitolo con un’unica data: domenica 16 maggio 2027 all’Unipol Forum di Milano, all’interno dell’Into The Beginning Tour. La vendita generale dei biglietti è prevista da venerdì 9 ottobre 2026 alle ore 10

Greta Van Fleet

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