Che musica finirà per comporre uno che si reca tutti i giorni in ufficio a lavorare sulle canzoni come un qualunque commercialista? Con questi dubbi in testa, all’indomani dell’uscita di Nocturama, Nick Cave si rifugia a casa del fido Warren Ellis, a Parigi, e questi gli consiglia di cambiare da subito il metodo di lavoro. I due convocano Jim Sclavonus e Martyn Casey, la dorsale ritmica e le anime sporche dei Bad Seeds, per alcune sedute dedicate alle dinamiche compositive di gruppo. Fuori Mick Harvey, Conway Savage, Thomas Wydler e il neoacquisto James Johnston: l’evoluzione ridotta degli obesi Bad Seeds si testa anche su alcuni palcoscenici tra fine 2004 e inizio 2005. Di quelle sessioni ha beneficiato parzialmente Abattoir Blues/The Lyre Of Orpheus; il resto è stato tenuto in serbo per l’aprile 2006, quando i quattro si sono ritrovati col produttore Nick Launay (veterano del punk, collaboratore dei Birthday Party e degli ultimi due album di Cave) ai RAK Studios di Londra con 13 canzoni da registrare (nel disco ne mancano due). Per l’occasione Cave imbraccia anche una chitarra elettrica “switchata” in overdrive e wah-wah anche se, rispetto al risultato finale, è un fatto secondario. Il cambio di nome per la nuova entità non è invece cosa da poco: scomparendo il leader, si attenua la dimensione egocentrica che relegava i Bad Seeds al ruolo di arrangiatori, seppur di lusso, coinvolti in una fase successiva alla scrittura. Una piccola rivoluzione che esplicita il lavoro paritario di una band nuova di fatto (Cave firma i testi, tutti firmano le musiche) e i reciproci feedback confluiti nell’efficace “room sound” confezionato da Launay. Non un semplice maquillage quindi, ma l’ennesima intuizione di un artista che ha costruito proprio sui cambiamenti di canone una credibilità ormai inattaccabile. La “nuova” band sarà anche headliner all’imminente All Tomorrow’s Party di Londra curato dai Dirty Three.
È un blues’n’roll declamatorio, impulsivo, non convenzionale, a muovere le canzoni. Non il blues delle dodici battute, ma un approccio contaminato e profano, anche se il titolo del lavoro cita un brano di Memphis Slim (pianista boogie-woogie autore di Steady Rolling Blues) datato 1941: “While everything is quiet and easy Mr. Grinder can have his way”, tanto per rimarcare le spinte di fondo che si diceva in apertura. Un Mr. Grinder che ricorda tanto Stagger Lee, insomma. Il suo blues è sporco: ossessivo e ossuto, come lo farebbe Tom Waits (la title track), o assorbito da mantra dilaniati e rutilanti alla Jim Morrison (When My Love Comes Down). Se canoni estetici affiorano, sono quelli della sporcizia e del ronzio psichedelico e vocale, un po’ alla Primal Scream, in Honey Bee (Let’s Fly To Mars), o le abrasioni noise della già nota No Pussy Blues. Nick canta da storyteller espressionista, a tratti iconoclasta; la band sviluppa sonorità ad hoc. Le chitarre di Ellis (che suona anche il violino distorto e il bouzouki elettrificato) e di Cave (anche organo e pianoforte) fanno sì la differenza; ma è la sezione ritmica a dettare la matrice: Sclavonus è più profondamente muscoloso e Casey riprende la costruzione dell’impalcatura (come nei Triffids e fino a Let Love In), anziché fungere da semplice accompagnatore melodico.
Uno scarto quindi rispetto alla direzione ormai intrapresa nei Bad Seeds (è anche la prima volta senza Mick Harvey), da cui sono parzialmente recuperate alcune strutture della ballata dissonante e del call and response stile gospel già ascoltate in passato, soprattutto in Henry’s Dream e No More Shall We Part, nei quali brani come l’iniziale Get It On e la stupenda (I Don’t Need You To) Set Me Free calzerebbero a pennello.
Dopo aver osservato le gioie del paradiso terreno e di quello celeste, Nick Cave torna a comunicare con la musica del diavolo. Questa è la notizia.
L’album esce il 5 marzo.
