Toc toc. e siamo entrati nella più grande casa della musica in Italia. Le Officine Meccaniche aprono le porte a noi, che le conoscevamo solo per averne letto il nome su una vasta quantità di cd negli ultimi anni. Aspettiamo il padrone di casa curiosando per i locali. Eccolo, arriva. Vestito di nero, ci accoglie con amicizia e naturalezza. E pensare che il suo curriculum artistico supera le dieci pagine: ha suonato nella Pfm, ha collaborato con gente del calibro di Bertoli, Finardi, Fortis, Bubola e ha prodotto grandi artisti come De André, Vecchioni, Ranieri, Jannacci e la Vanoni. Ci invita in una delle stanze testimoni delle tante registrazioni e iniziamo a chiacchierare. Subito indaghiamo sulla nascita del suo nuovo lavoro Domani, venuto alla luce a dodici anni di distanza dal precedente Passa la bellezza (PolyGram, 1991). “Avevo un disco pronto già nel ’96. È stato un periodo della mia vita molto brutto quello. Ho ascoltato bene l’album e poi l’ho buttato via. E ho fatto bene.”
Pagani chiede il massimo a se stesso. Per lui un cantautore deve creare un’opera in grado di durare nel tempo. Calcolando che, come sostiene lui, “per fare un buon disco ci si deve impiegare almeno tre o quattro anni”, lui ce ne mette addirittura cinque o sei. in perfetta media col suo collega e amico De André. “Il disco del ’96 non avrebbe lasciato alcun segno. Da allora ho messo su questi studi, ho fatto collaborazioni e produzioni. Di tanto in tanto, riprendevo il lavoro sull’album. Da ottobre dello scorso anno mi ci sono dedicato a tempo pieno. È necessario tanto tempo per fare entrare la metrica dei versi nella melodia musicale, non è una cosa semplice.”
Domani è un’opera molto particolare. Pagani sembra avere una nuova voce che rasenta il blues, i testi sono in italiano e in inglese, sono presenti le preziose collaborazioni del bravissimo Raiz (Almamegretta), di Ligabue e di Morgan, melodie per piano e voce sono affiancate a spruzzate di elettronica e world music. Pagani spiega così l’originale mix: “Essendo un ragazzo cresciuto, ho avuto tante esperienze ognuna delle quali è stata un po’ un evo: sette anni di classica; sette, otto anni di rock-blues; sette, otto anni di progressive; quindici anni di musica elettrica. e da una decina d’anni mi interesso di tutto. Ognuno di questi momenti ha lasciato un segno, cosa che si avverte in modo chiaro ascoltando Domani”.
Nell’album c’è anche un’altra collaborazione oltre a quelle con Raiz, Morgan e Ligabue: i cubani Síntesis. Il gruppo è, nelle parole di Pagani, “abbastanza importante a livello locale, è tra i portavoce della santeria, religione nata dalla fusione della cultura dei neri d’Africa e della tradizione cristiana. Trovo che in quell’isola ci sia una vitalità musicale incredibile. Cuba è un po’ un tema ricorrente nel mio lavoro. Nel nuovo album c’è anche un pezzo tratto da Josè Martì, intellettuale cubano della fine del secolo scorso ed eroe dell’indipendenza. Sono in tutto tre i brani dedicati a Cuba”.
Le sue riflessioni si moltiplicano, la sua sensibilità e la sua colta dialettica incantano. Ci perdiamo nell’ascoltare i suoi ricordi di Cuba, le sue impressioni, i suoi vissuti. Quello più intenso, a cui lui stesso accenna in Fronte freddo, è nato dall’aver visto vicino all’Avana “un gruppo di bambini di Chernobyl visibilmente segnati dalle radiazioni in un Paese dove i contrasti sono già molto forti”. È un racconto abbastanza duro, ma sono tante in Domani le prese di posizione ‘scomode’ nei confronti di una società che ama i varietà televisivi e le vuote illusioni. “Il nostro dovere è di testimoniare noi stessi. Se sei sorteggiato per essere sensibile e hai una serie di contenuti, devi fare in modo che vengano fuori, è quello il tuo dovere, devi dire ciò che pensi e più forte che puoi. Gli stupidi non fanno nessuna fatica ad urlare, loro non smetteranno mai di farlo, ma se tu smetti di farlo, il mondo si sbilancia.” Sagge parole.
Certo è che ascoltando l’album si percepisce il lavoro che c’è sotto, balza all’orecchio fin dal primo ascolto la cura dedicata per anni al disco. L’equilibrio tra testi e parti strumentali rivela l’esperienza di una persona che ha dedicato alla musica ogni parte della sua vita. Sappiamo che suo padre suonava e perciò Mauro ha avuto a che fare coi suoni fin da bimbo, “ma non è tutto: abitavo sopra un’osteria e ho sentito cantare le canzoni degli alpini e della guerra per tutta la mia infanzia, tutte le sere per anni”. Poi sono arrivati gli studi di violino, la chitarra rock e il bouzuki. Quest’ultimo strumento “l’ho scoperto per assoluto caso a metà degli anni 70. Ero a casa di Massimo Spinosa e ce n’era uno sopra il suo armadio. L’ho comprato per 30mila lire! Era probabilmente greco e neanche tanto bello. Ho iniziato ad accordarlo subito in modo da riprodurre le sonorità turche che mi piacevano molto. È stato l’unico strumento armonico che ho iniziato a studiare davvero con passione e amore”. La passione per il bouzuki, nata trent’anni fa, dura tutt’ora. Suonando questo strumento Pagani ha regalato pietre miliari della musica italiana come Creuza de mä, che ha scritto con Fabrizio De André (Ricordi, 1984) e, di recente, ha caratterizzato i suoni dell’album Oggi o dimane di Massimo Ranieri (Sony, 2000).
La nostra chiacchierata continua in tutta rilassatezza spaziando da aneddoti curiosi sui grandi della musica che hanno lavorato con lui, a discorsi un po’ più seri che riguardano il panorama della canzone d’autore in Italia. La sua autorevole voce ci fa un quadro della situazione. “Ormai abbiamo una grandissima eredità per quanto riguarda il cantautorato. Ormai c’è una letteratura di cinquanta, sessant’anni. Tanti sono i modelli con cui abbiamo a che fare non appena iniziamo a comporre. Se si vuole fare un buon lavoro è necessario conoscere ciò che è stato fino ad ora.” Eppure tante produzioni odierne sono frutto esclusivamente di una spinta giovanile, ma “per diventare bravi ci vuole tempo”. Non è un caso che i cantautori di un certo livello abbiano tutti superato la soglia dei 40 anni. “È difficile riuscire a mantenere un entusiasmo da ragazzo e una creatività da adulto. La via del lavoro è quella, è fatta di tanto lavoro. E d’altronde per scrivere cose belle serve tempo, le cose brutte invece vengono subito.” L’eccezione che conferma la regola è la musica di Daniele Silvestri, “dove c’è una contemporanea grande presenza di musica e testo”.
Del resto il mercato ha mercificato questo tipo di arte con la conseguenza che un disco viene “pensato, promosso e distribuito come merce; e ne ha anche la volatilità! Dopo tre mesi che è nel circuito deve esser bruciato per far spazio al prodotto nuovo: con la mentalità della merce si producono solo canzonette chewing gum. Nel mondo dei cantautori, invece, c’è gente che vuole pensare di fare dischi che la gente vuole possedere e che ci mette due mesi a leggere, capire e far suoi i testi”.
In quanto al futuro, “voglio suonare e suonare e suonare”, dice. Ci spiega che ha accettato al volo l’invito di partecipare a una tournée con Ligabue proprio per il grande desiderio di far musica live. Le Officine Meccaniche sono state gestite in modo tale da acquistare col tempo l’indipendenza necessaria dal loro creatore. “Lo studio deve mantenersi da solo. Qui tutto deve funzionare da solo. Questo è un bellissimo laboratorio, ma può diventare una prigione. Voglio arrivare al punto che se ho bisogno del mio studio lo devo prenotare come qualsiasi cliente!”
Il suo progetto più impegnativo però riguarda gli studi di violino. “Questo strumento non ha ancora avuto il suo Jimi Hendrix, il suo Jaco Pastorius. Il linguaggio del violino non ha ancora fatto il suo scatto.” Suo obbiettivo è quindi di suonare il violino per quattro, cinque ore al giorno per tre o quattro anni e cercarne una nuova chiave di lettura. Lui stesso si rende conto che come progetto è più che ambizioso, ma d’altronde le carte in mano per giocarsela le ha: “C’è bisogno di gente adulta, ci vuole esperienza con lo strumento, bisogna conoscere la musica rock e il blues”. Ci guarda con aria complice. “È un conto che voglio saldare: voglio diventare un vero musicista verso i 60 anni.”
