Ingrid Carbone, dalla matematica alla musica (o viceversa?)
Pianista concertista e docente universitaria, Ingrid Carbone racconta il suo approccio all’interpretazione musicale, alla ricerca e alla divulgazione culturale attraverso le sue particolari “conversazioni-concerto”
Il percorso di Ingrid Carbone si muove tra musica, ricerca scientifica e divulgazione culturale. Pianista concertista con un’attività internazionale, si è esibita in Europa, Asia e Medio Oriente e ha inciso per l’etichetta giapponese Da Vinci Publishing, ottenendo riconoscimenti e attenzione dalla critica specializzata internazionale.
Accanto all’attività artistica, insegna Analisi Matematica all’Università della Calabria, dove svolge anche attività di ricerca con pubblicazioni su riviste internazionali. Questa doppia formazione si riflette nel suo modo di avvicinarsi alla musica, unendo rigore analitico e sensibilità espressiva, maturati anche attraverso lo studio con maestri di prestigio e in accademie internazionali.
Un ruolo centrale nel suo lavoro è occupato dalla divulgazione musicale, in particolare attraverso le “conversazioni-concerto”: incontri in cui l’esecuzione si intreccia al racconto e all’analisi dei brani. Nel corso degli anni ha collaborato con scuole, università, conservatori e istituzioni culturali italiane e internazionali. Nel 2025 è stata protagonista ad Amman, in Giordania, di masterclass e di un concerto dedicato ai compositori italiani.
Musica e matematica: da una parte si pensa a un qualcosa di artistico, dall’altro a qualcosa di più rigoroso, però non è così o non è soltanto così, vero?
Esatto. Nella mia esperienza, musica e matematica non sono contrapposte: la musica ha sicuramente un lato artistico, ma nasconde strutture rigorose che, se spiegate bene, non vengono percepite come calcoli freddi. Quando lavoro su trascrizioni complesse o brani articolati, le diverse linee musicali si intrecciano in modi che richiedono attenzione e coordinazione, allenando la mente senza far pensare a formule. Per chi ascolta, il risultato resta musicale e immediato: la logica interna del brano è presente, ma percepita naturalmente, come parte dell’esperienza estetica.
Sono discorsi che fai anche all’università come docente?
Sì, in parte. Nei miei seminari universitari o incontri musicologici mostro lo stesso tipo di analisi, ma con un’attenzione maggiore alla trascrizione e alla struttura interna dei brani. Ad esempio, ho presentato all’Università della Scienza a Siena e all’Università del Messico uno spartito della trascrizione dell’Ave Maria di Schubert fatta da Liszt, che ha tre pentagrammi con voci da incastrare in tempi complessi: dodici, quattro, sei, ventiquattro battute. Spiegare questo senza farlo sembrare un esercizio di matematica richiede tempo e attenzione, ma è esattamente ciò che permette di far capire il meccanismo musicale sottostante.
Le “Conversazioni-concerto” sono i tuoi eventi principali dal vivo. Che tipo di pubblico viene ad ascoltarti? Ci sono principalmente studiosi di matematica o di musica o ci sono anche curiosi in generale?
Il pubblico è molto vario. Ci sono studenti, musicologi, studiosi di matematica, ma anche semplici curiosi attratti dall’idea di capire la musica “da dentro”. In generale, non serve avere competenze particolari: la spiegazione è pensata per far percepire la logica della musica e i dettagli polifonici, come gli incastri ritmici, in maniera accessibile. Gli ascoltatori apprezzano la possibilità di comprendere cosa succede nelle mani del pianista o come un brano complesso venga interpretato in maniera coerente.
Sempre per quanto riguarda la percezione del pubblico: c’è differenza in come partecipano a questi tuoi eventi in Italia e all’estero?
Sì, ci sono alcune differenze. All’estero spesso il pubblico ha già familiarità con l’analisi musicale e può percepire più facilmente i dettagli delle strutture complesse, mentre in Italia l’approccio è più variegato. Ma in entrambi i casi c’è curiosità, entusiasmo e attenzione: chi viene vuole capire, e il coinvolgimento è sempre molto alto. Anche il riscontro del pubblico mi conferma che la strada intrapresa funziona.
Ci sono esempi di compositori che rendono più di altri per questo tipo di conversazioni?
Certamente. Alcuni compositori si prestano particolarmente bene perché le loro opere sono chiare nella struttura ma complesse nella costruzione. Schubert e Liszt sono ottimi esempi: le trascrizioni da Liszt dei brani di Schubert permettono di parlare di polifonia, ritmo, melodia e armonia su più livelli. Bartók è un altro compositore ideale perché ha combinato ritmi e tecniche che allenano la mente e le mani a lavorare indipendentemente, come ho spiegato con esempi pratici. Questi brani consentono di mostrare come la logica musicale si sviluppi senza perdere musicalità.
Ci sono anche esempi di popular music nelle tue “conversazioni-concerto”? Non so quanto c’entrino con il discorso che fai tu con la matematica, ma per esempio i Beatles, Frank Zappa o il prog – e l’elenco sarebbe ancora lungo volendo – trovano spazio nei tuoi incontri?
No, finora non ho mai utilizzato esempi di popular music nei miei incontri, quindi non costituiscono un focus delle conversazioni. Non escludo però che in futuro possano emergere spunti interessanti; per ora mi concentro su repertori che mi permettono di mostrare con chiarezza ciò che posso analizzare e interpretare personalmente.
Fai anche discorsi legati all’intelligenza artificiale o quello è un campo che non riguarda le tue “conversazioni-concerto”?
No, tengo a precisare che l’intelligenza artificiale non rientra nel mio lavoro artistico. Quello che presento nasce dall’esperienza, dalla pratica e da un percorso personale di interpretazione. Può essere al massimo uno strumento di supporto per aspetti marginali, ad esempio per affinare una traduzione in inglese, che non è la mia lingua madre, ma non può in alcun modo sostituire lo studio, la lettura dello spartito o le scelte interpretative.
Anche negli ambiti in cui si sperimenta di più, come la musica elettronica o la sintesi sonora, l’intelligenza artificiale può trovare spazio; ma per quanto riguarda l’interpretazione musicale e il lavoro artistico che porto nelle conversazioni‑concerto, si tratta di un terreno che resta profondamente umano e personale, dove l’intelligenza artificiale non può entrare.
Ci saranno altre “conversazioni-concerto” nel 2026?
Sì, e sono previste anche altre attività! C’è un progetto discografico in cantiere, anche se rallentato dagli impegni. Inoltre, sto valutando di scrivere un libro sulle conversazioni‑concerto e sul mio percorso, richiesto sia in Italia che all’estero. L’idea è condividere il materiale sviluppato in anni di lavoro, con la possibilità di pubblicare anche articoli su riviste di musicologia. La preparazione di questi progetti richiede tempo, ma quando inizio a lavorarci, mi dedico con grande intensità e concentrazione: studio, scrivo e sviluppo tutto nei minimi dettagli.
Ingrid Carbone – Foto di Mihran Kizirian
