15/05/2007

Joe Strummer & The Mescaleros

Streetcore – Hellcat/Epitaph

L ‘album postumo di Joe Strummer, un album che nessuno di noi avrebbe mai voluto recensire. Perché quando se ne vanno dalla scena del rock (e non solo da quella) personaggi come John Graham Mellor (in arte Strummer) ci si sente il vuoto dentro, come se si dovesse subire la scissione forzata di un pezzo della propria storia personale.

Quando mesi fa sono cominciate a trapelare le prime notizie circa il lavoro in studio svolto sul materiale registrato da Strummer prima della sua scomparsa, abbiamo avuto il timore di dover assistere ad una operazione raffazzonata, fatta di scarti vari, di brandelli di musica cui dare corpo e anima, nonostante qualche pezzo fosse stato già registrato con l’ex Clash in vita. Fortunatamente non è andata così, Strummer non l’avrebbe meritato. Streetcore è un prodotto credibile, probabilmente fra le cose migliori di Joe Strummer dopo l’epopea Clash. I Mescaleros Martin Slattery e Scott Shields hanno concluso le session in studio seguendo le indicazioni di Strummer, il quale, quasi fosse un presentimento, era stato particolarmente (e insolitamente) preciso negli appunti elaborati, arrivando anche a partecipare direttamente alla realizzazione dell’artwork del disco.

Il sound che esce complessivamente da Streetcore abbandona la fresca e brillante patchanka sonora del precedente Global A Go-Go, per virare decisamente verso un rock più corposo e diretto (la presenza del fido violinista Tymon Dogg è limitata a un solo brano, Silver And Gold). Una sterzata netta che forse porta a galla un elemento a nostro avviso importante nel valutare la carriera solista di Strummer: l’ex Clash stava cercando ancora. Con i suoi Mescaleros (di cui parlava sempre con affetto) aveva ripreso fiducia in se stesso rilanciando decisamente la propria immagine, realizzando cose veramente pregevoli e raggiungendo una propria particolare dimensione live. Ma la ricerca continuava, instancabile.

Questo disco postumo ci consegna per fortuna alcune gemme che rimarranno a simbolo del suo anarchico e variegato percorso artistico, una manciata di pezzi cantati con una voce da brivido, quella voce dei bei tempi rimasta in penombra per anni e tornata a splendere come per magia nel momento dell’addio. È il caso della bellissima e riflessiva country ballad Long Shadow (registrata con Rick Rubin a Los Angeles e ‘pensata’ per Johnny Cash, un altro ribelle che ha lasciato questa vita nelle scorse settimane) e della versione del famoso brano di Bob Marley, Redemption Song, eseguito con un’intensità straordinaria tipica di chi ‘sta vivendo’ il testo che canta: “Aiutaci a cantare questi canti di libertà, perché è ciò che ho sempre avuto, canti di liberazione, ho avuto solo canti di liberazione”. Molto efficaci la rock song d’apertura Coma Girl (convincente singolo dell’album, dove Strummer suona la sua Telecaster), la musicalità del reggae-rock Get Down Moses (più volte eseguito dal vivo nel 2002) e il perfetto equilibrio di Burnin’ Streets. Fra le cose migliori inseriamo sicuramente l’atmosfera crepuscolare e molto suggestiva (attacco vagamente U2) di Ramshackle Day Parade con apertura di grande respiro e la voce di Strummer che traccia melodie di rara incisività. Midnight Jam è invece l’unico brano in cui l’ex frontman dei Clash non ha cantato. Le frasi inserite nel pezzo sono infatti tratte dalle trasmissioni radio della Bbc da lui stesso curate.

La chiusura dell’album è lasciata alla struggente Silver And Gold, una versione (reintitolata per l’occasione) del classico anni 50 Before I Grow Too Old di Bobby Charles. Vivere la vita prima di diventare troppo vecchi, canta Strummer. Guardare tutte le luci della città, baciare le ragazze più carine, viaggiare per il mondo, ballare nella notte. Magari dire un po’ di preghiere per salvare la propria anima, ma vivere comunque la vita prima di diventare troppo vecchi. Il rock’n’roll è la vita per eccellenza, e Joe Strummer ha vissuto la sua intensamente, prendendo quello che c’era da prendere, nella strada, con una coerenza invidiabile.

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Voto: 8 al disco, 10 e lode alla carriera
Perché: Joe Strummer ci ha lasciato con un disco che ha un’anima, e con un pugno di canzoni di rara intensità. Ma la valutazione deve essere necessariamente estesa all’uomo, al musicista, e deve comprendere il grande debito di riconoscenza che tutti noi dobbiamo all’ultimo profeta del rock’n’roll.

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