Non è più, come di lui diceva The Edge, soltanto “il miglior esempio di bluesman moderno”: oggi, alla tenera età di 44 anni, Kelly Joe Phelps è una delle più intriganti realtà del songwriting americano.
Nato a Sumner, Washington, ma da anni residente a Portland, Oregon (pur sempre, quindi, nel tenebroso nord-ovest degli Stati Uniti), Phelps con Slingshot Professionals firma il quarto album della sua carriera e certifica quello status di artista di culto acquisito sin dallo scintillante esordio del 1995 (Lead Me On). Ma se in quel lavoro (e nel successivo Roll Away The Stone, 1997), l’acustica di Kelly Joe svisava meravigliosamente nei fangosi, fascinosissimi territori del country blues, a partire da Shine Eyed Mister Zen del 1999 Phelps, senza abbandonare le sue radici e il suo impeccabile stile, ha cominciato a sperimentare un’originale formula artistica capace di fondere suoni e tradizioni del Nord America con la canzone d’autore. Questa operazione si compie in modo definitivo con Slingshot Professionals che presenta 10 brani intensi e suggestivi, elegantissimi ed estremamente coinvolgenti. Infatti, senza rinunciare alla centralità del suo chitarrismo acustico (davvero squisito, una via di mezzo tra Ry Cooder e Mark Knopfler.) Kelly Joe confeziona un album di grande spessore ma al tempo stesso di gradevolissima fruibilità.
Il calore del blues, la casereccia fragranza del folk, la delicatezza sonora di certo new jazz, impreziosiscono un impianto compositivo semplice e mai banale. Nel quale testi riflessivi (metricamente imprevedibili e solo ogni tanto in rima) e melodie suadenti ma assolutamente non scontate (non c’è mai, in pratica, un ritornello vero e proprio nei 10 pezzi che durano tutti più di 5 minuti) costituiscono un trademark inimitabile. Più che di “fotografie acustiche” di vita vissuta, dunque, le canzoni di Phelps possono essere descritte come irresistibili acquerelli sonori.
“Ci ho lavorato tanto”, racconta, “ma se ho raggiunto questi risultati lo devo anche al mio nuovo team di lavoro.” Già, perché da un paio d’anni, Kelly Joe è sotto l’ala protettiva di Lee Townsend, manager californiano nella cui scuderia ci sono personaggi del calibro di Bill Frisell e Joey Baron. Ma anche una roots band emergente come quella dei canadesi Zubot And Dawson. “Senza di loro”, dice, “l’album non sarebbe stato così bello.”
Sin dal brano d’inizio (Jericho), il disco vola ad alta quota. E se avete amato il magnifico Ragpicker’s Dream di Mark Knopfler, qui troverete le stesse atmosfere country blues, la medesima raffinatezza acustica e persino qualche piccolo brivido in più. Son quelli, ad esempio, che fa venire la magica sei corde di Bill Frisell, il cui suono liquido si fonde in modo perfetto con l’acustica di Phelps dando origine a una blend chitarristica davvero sopraffina. Il tutto funge da tappeto per Not So Far To Go (uno dei pezzi melodicamente più riusciti dell’album) o per Cardboard Box Of Batteries che, a detta del suo autore, “è uno degli interplay chitarristici più affascinanti che abbia mai sentito. So di sembrare presuntuoso nel dire ciò, ma quando ascolto quel brano sono davvero orgoglioso di me stesso”.
Particolarmente azzeccati i pezzi sostenuti dal particolare mix sonoro prodotto da violino (Jesse Zubot), slide Weissenborn (Steve Dawson) ma soprattutto dall’efficacissima fisarmonica di Chris Gestrin: ascoltate la leggiadra Window Grin, la più struggente Waiting For Marty o la sincopata Circle Wars (con echi alla Subdudes) per apprezzare l’equilibrio, la delicatezza e il superiore gusto estetico del chitarrista di Portland. Il cui amore per il blues non è mai tramontato: lo si coglie chiaramente ascoltando la title-track (perfettamente in stile) ma anche la soffertissima Knock Louder con un incipit da far invidia al Reverendo Gary Davis.
Accompagnato dal contrabbasso di Keith Lowe (quando c’è Frisell) e da quello di Andrew Downing negli altri pezzi così come dalla batteria intelligente di Scott Amendola, KJP regala pure una chicca sul finale: e così come in Waiting For Marty nella deliziosa Rusting Gate si fa accompagnare alla seconda voce da Petra Haden, bellissima figlia del grande Charlie Haden. Noblesse oblige.
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Voto: 8
Perché: KJP è una specie di Ben Harper bianco. Raffinato, intrigante e altamente suggestivo, il country blues di Kelly Joe si è magicamente trasformato in canzone d’autore dal sapore roots e dall’eleganza jazzy. Bill Frisell docet.
