15/05/2007

Laurie & Lou

La coppia più cool del rock’n’roll

Quando (a metà anni 90) si era cominciata a spargere la voce, in pochi ci avevano creduto. “Come? Lou Reed e Laurie Anderson fidanzati? Ma dai, non scherziamo.”

E invece, quella che sembrava soltanto una bufala dell’ennesimo buontempone si è rivelata una sorprendente verità. Che la coppia più cool del rock non ha per altro mai nascosto né tanto meno smentito.

Intelligenti, creativi, carismatici, Laurie & Lou rappresentano due facce diverse ma complementari di New York. Quella d’avanguardia, sperimentatrice e un po’ intellettualoide della Anderson, quella trasgressiva, dura e diretta di Mr. Reed. Ma che poi (alla luce delle recenti disgrazie) sembra essere al tempo stesso fragile, disorientata, malinconica.

L’insieme di questi aspetti può però, a volte, risultare superiore alla somma dei singoli elementi. Così come, e non penso sia solo una mia sensazione, anche l’accoppiata Laurie & Lou sia in grado di esprimere un potenziale straordinario, sia dal punto di vista personale che artistico. Certamente maggiore dei valori assoluti a disposizione di ciascuno dei due.

In questi giorni, Anderson e Reed hanno persino reso ‘ufficiale’ quella liaison artistica da tempo auspicata dai fan e già trapelata qua e là nelle tracce dei rispettivi lavori. E hanno scelto l’Italia come sede esclusiva per presentarla al pubblico: Words And Music si chiama il suggestivo progetto che ha debuttato in anteprima mondiale il 15 giugno al Teatro Verde nell’isola di San Giorgio a Venezia (si ripete il 10 luglio a Torino, il 12 a Ancona, il 13 a Ferrara) e che vede i due, soli sul palco, a dividersi tra musica e poesia, reading e rock song. “Perché”, sostengono in coro, “noi esistiamo anche grazie ad Allen Ginsberg e William Burroughs”, parafrasando quanto da sempre sostiene Ray Manzarek e cioè che “senza la Beat Generation non ci sarebbero stati i Doors”.

Il legame che lega parole e note è da sempre una loro prerogativa stilistica, un terreno artistico comune. La differenza, semmai, è quella della tecnica narrativa: Lou da sempre si trova più a suo agio su territori poetici, Laurie su quelli del racconto. Differenza questa che si coglie anche nello spettacolo, equamente suddiviso, ma che prevede stupefacenti interazioni e scambi di ruolo: il tutto con l’ausilio di un display (una sorta di gobbo elettronico) che rivolto a favore di pubblico permette di leggere la traduzione in italiano dei testi.

Sul palco, Lou e Laurie mostrano i loro caratteri (apparentemente) contrapposti: irascibile, scontroso e tostissimo lui, dolce, disponibile e rassicurante lei. Caratteristiche queste che sembrano filtrare persino dall’uso che fanno dei loro stessi ‘strumenti’: la chitarra distorta (Lou), il violino suadente (Laurie), il cantato/recitato crudo e tagliente, direttamente mutuato dai talkin’ blues del Delta (Lou), la narrazione intensa, folgorante e piena di fascino (Laurie).

Eppure, le due icone newyorkesi comunicano al volo la loro sensazionale intesa intellettuale. Uno sguardo è più che sufficiente per capirsi. E così, Halloween Parade, Perfect Day (il bis) o Ecstasy risorgono a nuova vita, diverse, poetiche, minimaliste. Con loro Blue Lagoon, The Imp Of The Perverse, White Lily o The Raven di Edgar Allan Poe diventano il pretesto per duetti inusuali, per interplay sciccosi, per nuance imprevedibili.

“Con Lou”, dice Laurie, “lavoriamo su una specie di linea di confine, in un mondo a metà tra parole e musica.”

“Facciamo brani insieme da tanto tempo”, ha spiegato Lou Reed, “e quando un amico ci ha chiesto perché non provavamo ad esibirci, abbiamo pensato: perché no? Potrebbe essere divertente e certamente il posto migliore per farlo sarebbe stato l’Italia. Direi che questo show è puro istinto: ci siamo giunti in maniera ‘biologica’. Non l’avremmo fatto se avessimo dovuto avere costrizioni: il divertimento è alla base di tutto.”

Curioso: non molto tempo fa, entrambi (da me sollecitati sull’argomento) avevano smentito una loro possibile collaborazione on stage. “Suoniamo insieme. Ma solo in privato”, rispondeva Lou alla mia domanda su un eventuale spettacolo con Laurie. “È molto divertente, direi persino appagante”, aggiungeva la Anderson, “ma cerchiamo di evitare far diventare il tutto un lavoro full time.”
Appunto.

Oggi viene ufficialmente smentita (in conferenza stampa) l’ipotesi di un album. Che, si accettano scommesse, non tarderà a venire.

Intanto, la Anderson presenta un suo nuovo doppio live: imperdibile per tutti i suoi fan, il disco documenta la registrazione di uno spettacolo tenutosi alla Town Hall di New York il 19 e 20 settembre 2001, pochi giorni dopo gli attentati alle Twin Towers. E Lou (pare) ha già pronto il suo prossimo progetto.

Come ci fanno sapere i puntuali e attivissimi membri del suo fan club italiano (a proposito, andate a visitare il loro sito www.loureed.it: è fatto benissimo e ha un forum coinvolgente) il titolo sarà The Raven (non POEtry, come il progetto del Thalia Theater concepito insieme a Robert Wilson) e sarà ispirato dagli scritti di Edgar Allan Poe.

Perché da questa unione sia Laurie che Lou stanno attingendo linfa vitale. Che stimola in loro entusiasmi artistici sopiti. È sufficiente guardarli negli occhi: penetranti, brillanti, furbissimi, ti fanno immediatamente capire che vedono assai al di là degli orizzonti piatti dei ‘comuni mortali’. E che sanno superare i pettegolezzi, le invidie o persino le maldicenze di chi vuole loro male. Come quel pirla che il 7 maggio 2001 fa ha messo in giro su Internet (attraverso un falso comunicato stampa) la notizia del ritrovamento da parte di Laurie Anderson del cadavere di Lou Reed nel suo appartamento newyorkese. Causa della morte: overdose (clicca su http://urbanlegends.about.com/ library/bl-loureed.htm). Il comunicato riportava dichiarazioni (tarocche ma apparentemente credibili) di celebrità varie, tutte amiche di Lou: da David Bowie a Madelaine Albright. Nel giro di poche ore, il management di Lou Reed ha smentito tutto.

Rimane solo un buco nero in tutta la vicenda: la recente partecipazione di Lou Reed al Pavarotti International. La cosa ha fatto sincera pena e, francamente, non l’abbiamo capita. E soprattutto, ce n’era proprio bisogno?

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