Non tutti sanno che la scena rock della San Francisco degli anni 60 non è nata all’ombra del Golden Gate. Addirittura, nemmeno in California. Ma bensì nel vicino Nevada, a Virginia City. Lì, nell’estate del 1965 in un locale chiamato Red Dog Saloon, cominciò ad esibirsi un eccentrico gruppo di musicisti che proveniva dalla città della Baia ma che sembrava uscito dalle pagine ingiallite di un libro del vecchio West. Si facevano chiamare The Charlatans e furono l’intuizione di un artista stravagante (George Hunter), giovane architetto pieno di talento creativo. In breve tempo, quella band si rivelò il suo progetto più riuscito: un po’ jug e un po’ rock, look formidabile d’inizio Novecento, ma spiccatissima attitudine psichedelica, i cinque Charlatans non passavano certo inosservati. E, seppure i loro show al Red Dog Saloon erano spesso contrassegnati da pesante uso di sostanze allucinogene e da (conseguente) discutibile risultato sonico, diventarono subito una leggenda. Tanto che i gruppi di San Francisco (molti dei quali nati per puro spirito di emulazione) facevano la fila pur di esibirsi insieme a loro nel già mitico locale.
Proprio al Red Dog, per un concerto dei Charlatans, venne creata (altra ‘genialata’ di Hunter) la prima locandina ‘personalizzata’, autentico precursore dei poster destinati a diventare uno dei tanti trademark di quell’irripetibile stagione. A posteriori, quel manifesto è oggi noto con il nome di The Seed (il seme), e vale (credo) svariate migliaia di dollari.
Dei componenti della line-up originaria, l’unico musicista professionista (nonché l’unico in grado di suonare decentemente uno strumento) era un chitarrista nato nell’Arkansas ma ben presto trasferitosi con la famiglia nel nord della California. Paradossalmente, con The Charlatans suonava la batteria perché nessun altro del gruppo era capace di farlo. Anche per questo, Dan Hicks ben presto si stufò della band. I suoi interessi, sin da allora, erano concentrati su folk, blues e jazz. Nel giro di poco (1968) decide di lasciare il gruppo per dare vita a una prolifica e assai più gratificante carriera solista con una nuova formazione come supporto, gli Hot Licks.
Oggi, Dan Hicks è un affascinante signore di 62 anni che vive a Mill Valley, nella Marin County, poche miglia a nord del Golden Gate. Mi dà appuntamento di fronte al ristorante italiano Da Angelo (“è il migliore della città”, mi dice convinto). Arriva con una mezz’oretta di ritardo ma si presenta in forma smagliante. Camicia hawaiana, panama e occhiali da sole, Mr. Hicks (dall’alto del suo metro e novanta) è sempre una presenza carismatica. È da poco uscito un suo nuovo progetto (cd+dvd live, vedi Jam 98) davvero bello.
“È stato registrato al Warfield (leggendario teatro di San Francisco, nda) in occasione del mio 60esimo compleanno”, mi spiega, “e il sindaco della città è stato così gentile da dichiarare quel giorno il Dan Hicks Day. Al mio fianco, molti amici dei vecchi tempi, da George Hunter a David La Flamme: è stata una bellissima serata.”
Inizialmente scorbutico, nonostante il look inusuale e colorato che suscita immediata simpatia, Dan si scioglie con lo scorrere della conversazione. E gli piace ricordare i giorni gloriosi dei Charlatans e quanto naif fosse lo spirito degli artisti di San Francisco in quegli anni. “Tutti, ancora oggi, parlano dei Charlatans per un solo motivo: noi siamo stati i primi. Allora, non c’erano altre band in città. Forse solo i Beau Brummels (che un po’ imitavano i gruppi beat inglesi) avevano un poco di notorietà. Te lo dico senza mezze misure: musicalmente, noi facevamo schifo. E, tutto sommato, non era poi così strano se pensiamo che la band era la creatura di George Hunter, un architetto/designer che, di fatto, non sapeva suonare. L’unico strumento che era in grado di strimpellare era una vecchia autoharp. Ma il suo gusto estetico e la sua fantasia, fecero sì che la band divenne un’icona assoluta.”
Lo spirito autenticamente Usa (e il look ‘vittoriano’ così perfettamente intonato allo stile di San Francisco) hanno fatto dei Charlatans il primo esempio assoluto di rock band americana che non ricalcasse il cliché Beatles, Stones & co. Non solo. “Noi Charlatans”, continua Dan Hicks, “siamo stati il primo ensemble a far parte di una comune hippie, quella di Pine Street. A dire il vero, molti di noi avevano poi luoghi privati in cui risiedere. Però l’idea del collettivo artistico era una cosa a cui tenevamo molto.”
Tutti, in quel periodo, conoscevano i Charlatans. Eppure, il gruppo ebbe scarsissima fortuna discografica. “A pensarci bene”, spiega Hicks, “anche questo, in fin dei conti, non deve stupire. La band era uno state of mind più che una vera espressione musicale. Le cose migliori, senza falsa modestia, sono quelle che abbiamo registrato nel 1969 con una formazione diversa da quella originale. E che, in pratica, ruotava intorno al sottoscritto.”
Non a caso, uno dei pezzi più famosi del gruppo (a parte la bella cover di Alabama Bound) è la spumeggiante How Can I Miss You When You Won’t Go Away? uscita proprio dalla penna dello stesso Hicks, nonché brano emblematico dei suoi gusti musicali, a cavallo tra swing acustico, attitudine jug e feeling bluesy. “Se vuoi ascoltare qualcosa di bello, ti consiglio una compilation che si chiama The Amazing Charlatans (Big Beat, 1996) e contiene il meglio del nostro repertorio. Nel libretto del cd, Richard Olsen sintetizza benissimo lo spirito del gruppo: ‘Tutti pensavamo di essere importanti; questo perché eravamo talmente egoisti da risultare ridicoli. Ci sentivamo cinque pistoleri arrivati in città per sbrigare il nostro sporco lavoro’. A ripensarci, mi viene da ridere. Eppure, quell’avventura è stata davvero determinante. Per lo sviluppo di tutta la scena di San Francisco ma anche per la mia crescita professionale.”
Ci alziamo a fare una piccola passeggiata: lì, a pochi metri c’è lo Sweetwater, uno dei club più prestigiosi d’America, mentre sull’altro lato della strada ci sono le vetrine del Village Music, da trent’anni Mecca dei vinilmaniaci gestito con la competenza e la passione di John Goddard. “Sto registrando un nuovo album in studio”, mi dice Dan, “e dovrebbe essere pubblicato a marzo. Mi sta aiutando Tim Hauser (leader dei Manhattan Transfer, nda): credo proprio che sarà una bomba.”
L’avventura continua.
