Lo incontro a Mount Hagen, Papua New Guinea. In questo sperduto angolo del mondo, nei pressi dell’Equatore, a nord dell’Australia in pieno South Pacific, si svolge ogni anno (nel corso di un weekend di metà agosto) uno show culturale che raduna alcune delle tribù indigene più primitive del pianeta. Ultimo paradiso degli antropologi, Papua New Guinea ha poco più di 4 milioni di abitanti, una formidabile molteplicità di razze e ben 800 lingue diverse. Tutti, indistintamente, sono celebri per trasformare i loro corpi in vere e proprie opere d’arte: lo show di Mount Hagen è l’apoteosi di questa tradizione millenaria.
Sono poco più di 300 i turisti presenti (in maggioranza americani), incluse due troupe televisive giapponesi e una delegazione di documentaristi della Bbc.
Lui accompagna un gruppo di italiani.
Si chiama Nicola Pagano, ha 31 anni, viene da Trento. In saccoccia una laurea in filosofia (con specializzazione in antropologia), in testa e nel cuore grandi sogni. Alcuni dei quali già realizzati. Lo avevo visto in tv, ospite di Maurizio Costanzo, raccontare i suoi otto mesi vissuti insieme a una famiglia di aborigeni australiani. E suonare (da dio) il didjeridoo. Già, perché Nicola è soprattutto un abile percussionista (suona diversi tamburi africani oltre al didge) e un grande appassionato di musica.
“La mia passione è cominciata durante gli anni del liceo. Mi è sempre piaciuto il reggae e non solo come genere musicale; ho abbracciato la filosofia Rastafari in tutto e per tutto. Pensa che ho imparato l’inglese traducendo i testi di Bob Marley.”
E infatti il suo look è inequivocabile: pelle scura, dreadlocks lunghissimi (“Simboleggiano le radici che ci legano alla madre terra”), piedi nudi. Anche nel fisico, Nicola sembra voler somigliare ai popoli che studia. “Come regalo per la maturità conseguita, i miei genitori mi hanno regalato un viaggio in Giamaica. Ci sono rimasto 40 giorni. Giravo in sacco a pelo: un’esperienza fantastica, divertentissima. Mi sono perso nelle Blue Mountains dove ho conosciuto questi ‘rastoni’ in pace con la vita. Anche lì i ritmi dei tamburi mi hanno fatto intravedere il collegamento con l’Africa.”
“Avevo iniziato suonando i bonghi; poi ho incontrato il maestro senegalese Lamine Sow, che oggi vive a Parigi e ha una scuola di danza africana molto quotata, e da lui ho imparato a suonare il djambe. E ho approfondito la conoscenza delle poliritmie dell’Africa Occidentale. Quindi, ho iniziato i miei viaggi in Senegal.”
Nello stesso tempo Nicola comincia gli studi universitari. Ha le idee chiare in testa: “La filosofia, prima di tutto, che aiuta a liberare l’uomo dalle sue ‘strutture’. E quindi l’antropologia che serve per la ricerca delle radici”.
“Ho fatto tre lunghi viaggi in Africa”, continua, “ogni volta ci sono stato per circa tre mesi. Lì, le mie due grandi passioni, quella musicale e quella antropologica, si sono definitivamente formate.”
La famiglia di Nicola è stata molto importante. “I miei genitori, sin da piccolo, mi portavano nei loro viaggi. Specie in Nord Africa. A sei anni avevo già visitato il Mali. Sono stato ammaliato da visioni suggestive: deserti, villaggi, capanne, bimbi neri. Sempre con i ritmi delle percussioni africane in sottofondo.” Sua madre, Angela Prati, è un’affermata fotoreporter. “Ma con una predilezione per l’antropologia: le piace fotografare i popoli. Le ho fatto spesso da assistente e così ho girato il mondo. In particolare, grazie a lei, ho potuto conoscere in modo completo la cultura caraibica che mi piace moltissimo e che mi ha sempre ispirato.”
Ma, ad Africa e Caraibi, Nicola ha da qualche anno affiancato una passione particolare per le tradizioni degli aborigeni australiani. Il tutto è nato, ancora una volta, grazie alla musica. “È accaduto a Bologna, un paio di anni prima di finire l’università. Una sera, mi sono imbattuto in un personaggio stravagante che si chiama Willy. Completamente tatuato, suonava un didjeridoo di bambù. Sono rimasto ipnotizzato da quello strumento. Mi sono fatto spiegare i primi rudimenti e il giorno dopo sono andato in un negozio, ho comprato cinque o sei tubi di Pvc. Dopo tre settimane, in cui ho imparato la respirazione circolare e sperimentato il suono dei vari tubi, ho cominciato a ‘tirar fuori’ qualcosa di decente. In quel periodo non facevo altro. Mi alzavo la mattina e suonavo sino alla sera. Un’autentica ossessione. Ero stregato dal concetto della respirazione circolare, da quel suono ‘bordonico’ altamente evocativo. Per me suonare quel tubo aveva un solo significato: la meditazione. Non avevo proprio idea che fosse uno strumento appartentente alla cultura degli aborigeni australiani.”
“È stata mia madre a regalarmi il primo, vero didjeridoo. Mi ha chiamato da Darwin (nel nord dell’Australia, nda) e mi ha detto che lì era pieno di questi strumenti. Me ne ha portati due: una svolta. Finita l’università è scattato il grande sogno: un lungo viaggio in Australia. La passione per il didjeridoo non ha fatto altro che stimolare un mio interesse, probabilmente latente, per la cultura aborigena. Che, ovviamene, da quel momento ho studiato in modo approfondito. Ma che dovevo assolutamente conoscere da vicino. Sono partito con una sola idea in testa: la ricerca dell’uomo. E con un desiderio, quello di fare un’esperienza vera, genuina, a contatto con popoli straordinari. Ho impiegato più di quattro mesi ma, grazie alla musica, sono stato accettato da una famiglia di aborigeni nella Arnhem Land. Ho trascorso altri otto mesi insieme a loro diventando in pratica un membro di quella famiglia. Ho assunto un nuovo nome, Dharpa, una specie di serpente, e imparato a vivere con i loro ritmi, a capire il profondo legame con la natura, a condividere il loro senso di spiritualità. E ho suonato moltissimo il didjeridoo. Che ho imparato a conoscere anche oltre la sua valenza musicale. Perché nella cultura aborigena la musica, la religione e anche le abilità pratiche – caccia, pesca, ecc. – fanno parte di un’unica filosofia di vita. Che è lontanissima da quella del mondo occidentale.”
“Il visto australiano scade dopo un anno”, continua. “Avevo davanti a me due scelte: tornare nel mondo occidentale o restare là per sempre. Ho pensato fosse giusto fare ritorno a Trento, tra le montagne in cui sono cresciuto. Ma il rientro è stato durissimo.”
Oggi Nicola fa il tour leader turistico, continua a studiare antropologia sui libri e sul campo (proprio come gli aveva consigliato il suo professore, Alberto Salza), tiene seminari sugli aborigeni e suona in una band di percussionisti (Dum Dum T.). Il didjeridoo è sempre al centro dei suoi interessi. Prima di lasciarci me ne mostra un paio (bellissimi) e mi dà un esempio delle sue abilità. Due enormi rami di eucalipto (cavi, per il ‘lavoro’ delle termiti.) che insufflati da Nicola diventano strumento di seduzione ipnotica: suoni ancestrali e imitazioni di versi di animali (dingo, kokaboorra, ecc.) prendono magicamente vita. E trasportano l’ascoltatore verso affascinanti vie dei canti.
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