STONES 1962
Fumo di Londra
Arrivando nella capitale in aereo, è questione di un attimo capire cos’è il “fumo di Londra”: una densa cortina di nubi, che piantona i cieli del sud-est del Regno Unito da sempre. Gli anni Sessanta, con il loro clima sociale classista e compassato, aiutano però a ricavare un altro significato per quella coltre. Molti elementi lasciano pensare che, per molti adolescenti di allora, quel grigiore rappresentasse un problema interiore, prima ancora che meteorologico. Cresciuti giocando tra i crateri delle bombe naziste, i nati attorno al 1940 si portavano dentro un malessere esistenziale – reso ancor più consistente dalle prime avvisaglie della Guerra Fredda – davvero problematico da metabolizzare nella fase più ‘colorata’ dell’esistenza. Non può stupire quindi che i tentativi di squarciare la coltre, cercando linguaggi artistici, estetici e musicali tali da affievolire l’inquietudine, furono davvero numerosi. Alcuni di essi riuscirono e quella raccontata in queste pagine, oltre a rappresentare la celebrazione di un compleanno presti-gioso, è soprattutto la storia di uno di quei successi. Ad ottenerlo, cinque ragazzi allora ignari del fatto che, quarant’anni dopo, si sarebbe ancora parlato di loro.
Molti hanno tentato di vivisezionare l’unicità dello stile dei Rolling Stones. Nel cercare il segreto del successo del gruppo, non si può non tenere conto dell’apparentemente impossibile alchimia tra cinque personalità differenti, tutte pervase da gusti musicali piuttosto lontani. In quel fumoso 1961, il cantante Mick Jagger militava nella band Little Boy Blue & The Blue Boys. Una formazione che, ponendosi come specialità il rock’n’roll e il rhythm’n’blues, proponeva un sacco di Buddy Holly, Chuck Berry, Fats Domino ed Eddie Cochran. Sul giradischi del chitarrista Keith Richards passava di tutto un po’, ma si sa con certezza che le sue passioni, all’epoca, erano il country e il rock’n’roll. Alla domanda sul suo disco preferito ha risposto più di una volta magnificando le Sun Sessions di Elvis. Il rock era tuttavia destinato a crescere in lui, tanto che il suo idolo sarebbe diventato, nel giro di poco, Chuck Berry.
Per il tipo di formazione ricevuta, Brian Jones (noto all’epoca con lo pseudonimo di Elmo Lewis) se la tirava da jazz fan. Era infatti in grado di suonare clarinetto e sassofono. Presto, però, rimase pure lui folgorato dal blues che stregava Jagger e, imbracciata una chitarra, iniziò a farsene discepolo nella Blues Incorporated, la band di un nome preponderante nella scena musicale inglese ai allora, Alexis Korner. Del bassista dei Cliftons, Bill Wyman, per la verità non si sa molto. È lecito supporre che, provenendo dalla working class del sobborgo di Lewisham, il suo bagaglio musicale fosse meno orientato all’avanguardia di quello degli altri, con una vaga preferenza per il pop. Per finire, un altro scudiero di Korner, il batterista Charlie Watts. È assodato che il rock non fosse il suo amore. Dal giorno in cui schiuse gli occhi, respirò jazz e, volendo proprio trovare uno sconfinamento, si misurò con il rhythm’n’blues, ma in misura sicuramente minore.
La storia della sintesi tra persone e punti di vista così diversi presenta molti lati ancor oggi sconosciuti ed è quindi piuttosto complessa da ricostruire, eccezion fatta per un incontro su un treno tra Jagger e Richards. Uno dei due aveva sotto il braccio alcuni dischi blues e l’altro, attratto dall’insolita visione, ne approfittò per attaccare discorso. Come vadano le cose tra ragazzi è noto: una parola tira l’altra e una nuova frequentazione nasce dal niente. La leggenda accredita quindi quelle chiacchiere tra due studenti come la scintilla che innescò la bomba Rolling Stones. Ufficialmente, il certificato di nascita del gruppo porta la data del 12 luglio 1962. È in quel giorno che Jagger, Jones e Richards, unanimemente considerati il nucleo base della formazione, si esibirono assieme per la prima volta, al Marquee Jazz Club di Londra, accompagnati dal pianista Ian Stewart, dal bassista Dick Taylor e dal batterista Tony Chapman. A dicembre si aggiunse a loro Bill Wyman. La leggenda – e lui, dall’alto di un’autoironia tutta british, accredita parzialmente questa tesi – vuole che a influenzare la scelta degli altri fu l’amplificatore di cui era in possesso, ampiamente superiore alla strumentazione degli Stones. Nel gennaio 1963, la line-up si completò con l’ingresso di Charlie Watts, definitivamente scippato alle lunghe improvvisazioni su Charlie Parker e Duke Ellington.
Secondo chi li conobbe in quegli anni, le carte dei cinque potevano pure essere in regola per un’onorata carriera, ma nulla (o quasi) lasciava presupporre che si sarebbero impadroniti del mondo nel giro di poco tempo. Carlo Little sedette alla batteria dei Rollin’ Stones (così si chiamavano esattamente agli esordi) per tre volte, prima dell’arruolamento di Watts. Un ruolo, quello da ‘supplente’, toccato tra il ’62 e il ’63 anche al bassista Rick Fenson e al batterista Mick Avory, oltre ai già citati Chapman e Taylor.
“Allora”, spiega Little, frugando nel cassetto dei ricordi di gioventù, “ero nei Soul Davis All Stars. Gli Stones venivano a vederci, perché facevamo rock’n’roll e blues di Chicago. Georgie Fame era più jazzy e Alexis Korner maggiormente orientato verso il country. Una sera, al Marquee, ci chiesero di poter fare qualche pezzo nell’intervallo del nostro concerto. Accettammo. Suonarono un brano di Chuck Berry e tutta la gente nel club schizzò in piedi e si mise a ballare. La stessa canzone era nella nostra scaletta e, da un punto di vista tecnico, la eseguivamo sicuramente meglio, anche perché avevamo più esperienza di loro. Eppure, quando la facevamo noi, il pubblico restava seduto ad ascoltare.”
Il repertorio delle Pietre, per quelle esibizioni da tre quarti d’ora sui palchi del Flamingo Jazz Club, della Sandover Hall o dell’Ealing Jazz Club, affondava le sue radici nel terreno che Carlo Little definisce “il volto commerciale del blues”. “Elmore James, Bo Diddley, Chuck Berry, Jimmy Reed, ma mai Howlin’ Wolf o Muddy Waters. Con loro mi ricordo di aver fatto Memphis, Tennessee. Nessun altro la proponeva allora. Ho anche ricordi nitidi del brano Bo Diddley. Una bella versione jungle, quella targata Stones, con Mick alle maracas. Erano innamorati di quella musica. Una sera, dopo un concerto, andai nel loro appartamento di Edith Groove. Un posto terribile. C’era del caos ovunque. Ascoltammo alcuni dischi. Loro erano al verde. Brian mi disse: ‘Ho bisogno di soldi, posso venderti dei vinili’. Gli chiesi quali e lui mi rispose: ‘Johnny Cash’. Guardai l’album e glielo pagai dieci scellini. Era chiaro che gli pesava, ma aveva bisogno di procurarsi da mangiare. Comunque, resto convinto che, al di là di come suonassero, fu il loro impatto sul pubblico a fare la differenza.”
Una caratteristica che saltò immediatamente all’occhio di uno spettatore d’eccezione dei primi concerti tenuti dalla formazione nei club di Soho e del West End, Andrew Loog Oldham. Il giovane pubblicitario londinese non era forse il più grande conoscitore di musica della capitale, ma le esperienze nella boutique di Mary Quant e tra i tavolini del tempio jazz Ronnie Scott’s, avevano sviluppato in lui un sesto senso per i potenziali fenomeni di costume. I Rolling Stones fecero scattare tutti i suoi sensori e caricarseli sulle spalle, diventandone il primo manager, fu questione di pochi giorni. Lui stesso, oggi lontano dallo showbiz che ha visto nascere (vive in Colombia da tempo), conferma che il suo intuito rispetto al successo della band “fu dovuto essenzialmente ad un personale totale disinteresse per il r’n’b, finché esso non entrò nelle chart, trasformandosi in arte commerciale. Ragionando in quei termini, ho avuto la possibilità di vedere gli Stones in una prospettiva diversa, restandone meravigliato. Non avevo conoscenze musicali e, per me, loro erano qualcosa di completamente nuovo. Se solo avessi posseduto cognizioni esatte sul blues e sul loro modo di suonarlo, le cose sarebbero senz’altro andate diversamente”.
Il primo 45 giri del gruppo (una cover di Come On di Chuck Berry) e pure il secondo (I Wanna Be Your Man, scritto da Lennon/McCartney), usciti rispettivamente il 7 giugno e il 1 novembre del 1963, sono sì impregnati della carica propria dei guru del Delta, amplificata però dalla rabbia urbana di cinque giovani bianchi, brutti, sporchi e cattivi. Un’immagine creata alla perfezione da Oldham, spedendo tra l’altro nell’ombra il pianista Ian Stewart, poiché di aspetto “troppo normale” per chi si presentava con il biglietto da visita “Lascereste uscire vostra figlia con un Rolling Stone?”. Lo sforzo promozionale scaturì l’effetto desiderato, ma ben presto il manager si trovò a fronteggiare un altro problema. “Sfortunatamente”, è Jagger a parlare, “Brian covava l’insano sogno di diventare famoso. In più, aveva tutta l’ambizione che mancava a me e Keith. Era animato dall’ossessione di portare il rhythm’n’blues tra la gente, educandola a quel genere.”
“Non credo che Mick fosse in cerca di vendetta per la leadership allora esercitata da Brian”, sostiene lo scopritore delle Pietre. “Ritengo che il suo fosse piuttosto un agire molto pratico e pragmatico. Avere a che fare con Jones significava confrontarsi con qualcuno che predisse la sua morte (peraltro indovinando) entro i ventisette anni. Inoltre, lui concepiva la musica, e particolarmente il blues, in modo molto puro. Ciò creò più di un conflitto, dal momento che il resto della band e io ci muovevamo in un’ottica maggiormente commerciale.”
Nella ‘battaglia’ per imporre la sua visione, Brian Jones partiva svantaggiato, a causa di un minor eclettismo nello scrivere canzoni rispetto a Jagger e Richards. “Tentai di dare una chance a Brian, che insisteva di essere in grado di comporre altrettanto bene di Mick e Keith”, racconta Oldham. “Un giorno gli affiancai Gene Pitney, per lavorare su alcune idee di brani. La mia scelta fu dettata dal fatto che Pitney era piuttosto esperto nello scrivere, basti pensare alle sue Hello Mary Lou per Ricky Nelson e He’s A Rebel per le Crystals. I risultati che riuscì ad ottenere in quella session, però, furono purtroppo mediocri. Il problema principale era dato dal fatto che a Brian non interessava il pop, ma ambiva al successo che quel genere musicale era in grado di dare. Non puoi imbrogliare chi ascolta il pop, perché è in grado di riconoscere un falso da lontano e Brian, in quel campo, lo era.”
Prendendo a prestito le parole di Carlo Little, dalla pubblicazione dell’album The Rolling Stones (avvenuta il 17 gennaio 1964) in poi, “il resto è storia”. Andrew Loog Oldham è fermamente intenzionato a non disperdere quanto accaduto nella seconda metà dei Sixties, raccogliendo il suo bagaglio di esperienze con Jagger e soci in una trilogia di libri. Nel primo capitolo, dall’eloquente titolo Stoned, ha raccontato la folgorazione per la band e la conquista delle sue redini. Il prossimo ottobre arriverà nelle librerie il secondo volume, centrato maggiormente sulle ragioni dell’allontanamento reciproco, nel 1967. “Gli Stones sono riusciti a passare senza traumi, o almeno così sembra, dalla realizzazione di brani hit, negli anni con me, ad interi album di successo, prodotti da Jimmy Miller. Hanno saputo assecondare naturalmente il cambiamento che ha investito l’industria musicale, con il dilagare degli stupefacenti tra le persone che vi erano coinvolte. Per un periodo, il panorama radiofonico è stato orientato verso gli album, e non più verso i singoli, come accade invece nuovamente oggi. A chi mi chiede se Exile On Main Street avrebbe mai visto la luce sotto il mio management rispondo di no. Una sillaba che contiene molte delle ragioni per cui io e gli Stones abbiamo preso cammini diversi.”
Una categoricità pronta a riemergere ogni volta che la conversazione si sposta all’esterno della parentesi in cui Oldham ha guidato le Pietre. Tuttavia, trattenersi dal chiedere un’impressione su Mick Taylor e Ron Wood, i due chitarristi che si sono avvicendati dopo la triste scomparsa di Brian Jones, è davvero contro la natura umana. “Non posso esprimere un’opinione su questo, dal momento che, nei suoni e nelle immagini dell’epoca in cui ero con loro, non trovo elementi utili per rispondere”, afferma sereno Andrew Loog Oldham. “Mick, Keith e Charlie devono a loro stessi la scelta di quei membri della band.” Però, un rimpianto, l’uomo che ha alzato il sipario sulla formazione più longeva del rock, ce l’ha. Riguarda Bill Wyman, il bassista che, noncurante degli improperi di Keith Richards (“Gli Stones si possono lasciare solo in una bara”), ha scelto di cambiar vita nel 1993. “Mi spiace davvero che non sia più nel gruppo. Per me, rappresenterà sempre metà della sezione ritmica più devastante che sia mai salita su un palco. L’anno scorso, nel Connecticut, l’ho visto suonare con la sua nuova band (The Rhythm Kings, nda), in cui lo accompagnano Albert Lee, Georgie Fame e Gary Brooker. Non c’è che dire, lui è davvero meraviglioso.”
Chiunque abbia parlato ultimamente con Bill Wyman, sa bene che il pensiero di ricominciare a rotolare con le Pietre non lo sfiora nemmeno lontanamente. Per il quarantesimo compleanno, però, una rimpatriata sarebbe davvero un bel regalo. Non solo per Andrew Loog Oldham, ma anche per tutti coloro che, almeno una volta nella vita, hanno pensato che il “fumo di Londra” avesse davvero poco a che fare con il Weather Service della BBC.
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STONES 2002
On The Road Again
I ben informati sulle vicende di casa Stones dicono che, lo scorso novembre, Keith Richards è stato perentorio con l’altra metà dei Glimmer Twins: “Adesso puoi divertirti un po’ con il tuo Goddess In The Doorway”, sarebbe stato l’ultimatum rivolto a Mick Jagger, “ma dal primo gennaio in poi sarai tutto mio.”
Che il chitarrista delle Pietre scherzasse, lo pensarono davvero in pochi. D’altronde, il letargo della band si protraeva ormai da No Security (1999) e l’uscita del quarto album solista del frontman lasciava presagire un ulteriore silenzio. Mesi in cui i quattro musicisti si sarebbero trovati confinati nel limbo delle collaborazioni individuali e di qualche sparuta apparizione televisiva. Una ‘camicia di forza’ che Richards non aveva nessuna voglia di indossare, specie perché gli era già andata stretta nel 1988, quando il suo compagno di mille avventure lo trascurò preferendogli Primitive Cool e il suo tour incompiuto. Fortunatamente, il primo a capire la portata del messaggio trasversale fu proprio il cantante di Dartford. La promozione della sua ultima fatica si limitò ad un’esibizione all’El Rey Theatre di Los Angeles, poi gli Stones si calarono in quel vuoto pneumatico classico dell’avvicinamento ad ogni nuovo tour.
Lord Richards, stavolta, aveva colpito dritto nel bersaglio. I fan, e alcuni media, ne hanno avuto una prima, singolare conferma a febbraio. Dai flutti virtuali di Internet emerse infatti un documento campeggiato, sul frontespizio, dalla raccomandazione “Strictly confidential”. Proveniva dalla Clear Channel Entertainment ed era destinato a tutte le società potenzialmente interessate, per dimensioni e fatturato, a sponsorizzare la nuova avventura on the road. Sedici pagine permettevano di scoprire tutti i progetti dei pubblicitari della band, arricchiti da studi sul “target demografico” dei futuri concerti e sugli introiti delle ultime tournée mondiali di vari artisti.
“Cosa fai quando compi quarant’anni?”, si legge nel documento. “Semplice, dai una festa!” I Rolling Stones stavano stampando gli inviti. Secondo i progetti degli organizzatori, il party avrebbe preso il via a settembre, per concludersi nel 2003, dopo novanta show in tutti i continenti del globo, ad esclusione dell’Africa (mai visitata nuovamente, dopo il concerto del 1995 all’Ellis Park di Johannesburg). Precise anche le previsioni sull’affluenza (tre milioni di spettatori, di cui uno negli Stati Uniti e due nel resto del mondo) e sull’investimento per la campagna promozionale (non inferiore ai dieci milioni di dollari). Gli occhi degli inattesi lettori, tuttavia, iniziarono a luccicare dopo aver notato, accanto alla parola “Venues”, l’indicazione “Stadiums, Arenas and Clubs”. Proprio così, la band accarezzava l’idea di esibirsi in stadi, palazzetti e teatri, ritrovando contemporaneamente tutte le ambientazioni conosciute nelle varie fasi della carriera. Una pista che nessuno, nell’universo rock, aveva ancora pensato di battere. L’elenco dei primati delle Pietre era destinato ad allungarsi nuovamente.
In tanti la presero come una burla. In fondo, sulla rete, non sarebbe stata la prima, né l’ultima. Il muro di scetticismi crollò dopo poche settimane, quando iniziarono le prenotazioni delle strutture che avrebbero ospitato i concerti. L’attenzione era massima anche per le notizie contenute in un’altra parte della dispensa, quella dedicata ai progetti discografici a supporto del tour. La Clear Channel annunciava infatti l’intenzione della Virgin di pubblicare una compilation di hits del gruppo, ‘rinforzata’ da alcuni nuovi brani. La ridda di indiscrezioni si estese, poco dopo, al modo e al luogo in cui gli Stones avrebbero svelato il tour. “Arriveranno dal cielo”, era quanto correva lungo le trame del web, “e il loro volo si concluderà con l’atterraggio in un parco di New York.”
L’amore delle Pietre per la Grande Mela non costituisce un segreto. Da Steel Wheels in poi, a ogni ritorno sulle scene, la band ha puntualmente raggruppato i media nella metropoli americana. Anche l’insolito mezzo di locomozione, ragionando a mente fredda, non poteva destare più scalpore di tanto. Gli Stones si presentarono alla Grand Central Station in treno (1989) e sul ponte di Brooklyn in auto (1997). Andando per esclusione, l’aria era uno degli ultimi coup de théâtre disponibili. Non è ancora stato appurato chi, nel quartetto, abbia fatto propendere la scelta per questa ipotesi. Sta di fatto che, lo scorso 7 maggio, una miriade di teste si è alzata oltre la skyline più celebre del mondo. Un enorme dirigibile giallo, decorato dal marchio di fabbrica della band, si è alzato in volo sul Bronx all’ora di pranzo. Pare, in realtà, che la destinazione auspicata dal gruppo fosse Central Park, ma lo spazio aereo di Manhattan viene considerato off limits dopo gli attentati al World Trade Center. Al termine di un sorvolo visto in tutto il mondo grazie alla “Mickcam” sorretta dal frontman, i quattro hanno toccato terra nel Van Cortlandt Park, uno dei ‘polmoni verdi’ più ampi di New York. Placata la sete di immagini dei fotografi, Jagger, Richards, Watts e Wood si sono infilati in un tendone allestito per l’occasione, pronti ad affrontare il vociante conciliabolo di giornalisti americani ed esteri.
È bene spiegare immediatamente che si è trattato, senz’ombra di dubbio, di una conferenza stampa minimalista, probabilmente la meno ricca di dettagli mai tenuta dalla band. Oltre a confermare il tour americano, ricalcando sostanzialmente le previsioni del documento riservato, Mick Jagger ha sottolineato il raggiungimento di un accordo discografico. L’intesa consentirà l’inserimento, nella compilation di prossima uscita, dei brani registrati dal 1963 al 1970, sinora stretti nelle avide mani di Allen Klein, patron della Abcko. Niente più di questo. Ciò nonostante, i presenti sono stati ricompensati per la loro pazienza con una raffinata ed esilarante dimostrazione di ciò che significa oggi Stones style per Keith Richards. Qualche esempio? Alla domanda: “come si chiamerà il nuovo tour?”, il ruvido chitarrista ha risposto: “Come il nuovo album”. Sicché il giornalista ha ribattuto: “E quale sarà il titolo del disco?”, ricevendo in resto un candido: “Non lo abbiamo ancora deciso”. Inappellabile anche la replica ai tentativi di saperne di più sui nuovi brani: “Dobbiamo ancora registrarli, ma è un problema secondario”. Per non parlare poi di cos’è toccato a chi ha chiesto se, nei concerti, verrà dato spazio ai brani dei Sixties: “Beh, non so se mi ricordo ancora come si suonano alcune di quelle canzoni”. Una presenza, quella dell’autore del riff di Satisfaction, che ha illuminato l’intero incontro con i giornalisti. Oggi, affermando che Keith Richards costituisce la ragione stessa della sopravvivenza dei Rolling Stones, si sfonda una porta aperta. Dopo New York, lo hanno capito anche i più riluttanti.
Nel dettaglio la tournée partirà il prossimo 3 settembre dal Fleet Center di Boston. L’ultima data annunciata è quella di Denver, in programma per il primo febbraio 2003. Come sognato a lungo dai fan, e come promesso dalla Clear Channel ai suoi investitori, le esibizioni si terranno in stadi, palazzetti e teatri. In alcune città, la band toccherà le tre diverse venues in serate pressoché consecutive. Accadrà, ad esempio, a New York, dove la band suonerà, oltre che al Madison Square Garden e al Giants Stadium, in quella Roseland Ballroom tanto cara a Fred Astaire negli anni 50. Lo stesso succederà a Philadelphia, con gli show al Veterans Stadium, al First Union Center e al Tower Theater. La prima parte del tour mondiale porterà gli Stones in ventiquattro città del Nord America, ma sono tutt’altro che improbabili ulteriori aggiunte, considerati i numerosi sold out registrati in poche ore. In Canada, l’unica occasione per vederli dal vivo sarà Toronto, località che pare destinata ad accogliere pure le prove del nuovo spettacolo. Il viaggio attorno al mondo proseguirà quindi nel marzo 2003. A scanso di equivoci, va sottolineato che questa seconda manciata di date non possiede ancora i crismi dell’ufficialità. Tuttavia, una ‘tabella di marcia’ in possesso di alcuni addetti ai lavori stabilirebbe, per allora, i primi concerti della band in terra cinese, oltre a quelli in Australia e Giappone. L’arrivo in Europa è supposto per giugno. Ai fan nostrani farà piacere sapere che si vocifera anche di un concerto milanese.
Certo, mancano ancora il nome del tour, la scaletta e le caratteristiche del nuovo live act (anche se, dai prospetti per la prenotazione dei biglietti negli stadi, si evince la presenza di un secondo palco, come avvenuto per i concerti di Bridges To Babylon e No Security), ma alcune considerazioni sulla prossima avventura degli Stones sono possibili e legittime. Stando agli elementi sinora a disposizione, tutto sembra rilanciare con vigore gli ingredienti del ‘nuovo corso’ inaugurato con lo Steel Wheels Tour. Una ricetta basata su una produzione faraonica, in cui i linguaggi artistici offerti allo spettatore oltrepassano ampiamente lo steccato musicale. Peraltro – dal momento che alcuni biglietti superano allegramente la soglia dei trecento dollari e che le Pietre, quando sono in tour, impiegano quasi trecento persone – una performance inferiore allo standard dell’eccellenza non è contemplata tra le opzioni possibili. Dimenticate quindi il suono approssimativo e ridondante sentito durante l’European Tour del 1982. Volendo prendere in prestito il titolo di un celebre bootleg dei ‘giorni ribelli’ della band, non è più tempo di Jack Daniels On The Road. I quattro inglesi rimasti al timone dell’incrociatore Stones, nell’anno del loro quarantesimo anniversario assieme, sono anzitutto dei professionisti rispettosi del loro pubblico. Attenzione a non scambiare questa inclinazione per freddezza o attitudine ragionieristica nei confronti delle sette note. In realtà, è come se il tempo avesse favorito una esemplare presa di coscienza. Una nuova maturità si è fatta strada in ognuno di loro, miscelandosi (e non sostituendosi) all’amore per quella musica che, nel 1962, li fece incontrare. Raramente infatti, negli ultimi dieci anni, è capitato di pescare Jagger in fallo durante una canzone, oppure Watts perdere un colpo di rullante. La stessa chiave di lettura vale anche per la scelta di riscoprire i teatri. Difficile non vedervi un’intelligente elevazione dell’intimistico Stripped, registrato proprio in club di modeste dimensioni, al rango di miglior disco dell’ultimo decennio. In sostanza, che gli Stones siano assurti al ruolo di più grande (e longeva) rock’n’roll band del mondo non ha giovato solo a chi li ascolta, ma anche (e soprattutto) a loro stessi.
Volete sapere cosa ne dicono i diretti interessati? Charlie Watts ci scherza sopra, sostenendo che “l’unica differenza tra le Pietre e l’Abbazia di Westminster sta nel fatto che noi non celebriamo matrimoni e battesimi”. A Keith Richards, durante la conferenza stampa newyorkese, è bastata la parola “divertimento”, scandita assieme a Ronnie Wood in risposta a chi gli ha chiesto: “Come mai sarete di nuovo in tour?”. Mick Jagger, dal canto suo, è ritornato sui passi fatti in gioventù, quando aveva promesso il suicidio qualora si fosse trovato a gorgheggiare Satisfaction oltre i trentatre anni. “Non sono ancora certo”, ha dichiarato alla stampa con un po’ di imbarazzo, che quella canzone figurerà nella scaletta dei nostri concerti.” L’ultima parola spetta però alla levatrice delle Pietre, l’uomo che le ha scoperte ed aizzate a conquistare il mondo, Andrew Loog Oldham. Alla nostra curiosità sul desiderio che esprimerebbe spegnendo le candeline sulla torta di compleanno della band, ha placidamente risposto: “Gli stessi tre auspici di tutta la mia vita: un hit, un hit e un hit”.
Gli Stones, al momento di andare in stampa, sono impegnati a Parigi nelle registrazioni dei nuovi brani della compilation. L’uscita del doppio cd è in calendario per il 10 settembre e un primo singolo dovrebbe essere nei negozi per la seconda metà di agosto (una ristampa, sul moderno supporto SACD, degli album degli early years è stata inoltre assicurata dalla Abcko). Converrà controllare le chart europee in quel periodo. In fondo, pochi desideri di Oldham sono rimasti irrealizzati.
