Il più celebre album solista di Paul McCartney ha rischiato di non essere mai realizzato per colpa di una variegata serie di imprevisti. McCartney decise di incidere Band On The Run a Lagos, in Nigeria, dove la Emi aveva degli studi, ma poco prima della partenza due musicisti degli Wings lo piantarono in asso: il chitarrista Henry McCullough si disse frustrato artisticamente, il batterista Denny Seiwell frustrato economicamente. A McCartney restavano il chitarrista Denny Laine e la moglie Linda, che però aveva iniziato a suonare le tastiere solo l’anno prima. Lungi dal farsi abbattere, Paul fu anzi più motivato e determinato a provvedere in prima persona alle parti di batteria e di chitarra solista. E così i tre Wings partirono per l’Africa nell’agosto del 1973. Una notte, Paul e Linda furono aggrediti e derubati, ma ne uscirono illesi. Poco tempo dopo, però, nel bel mezzo di una sessione di registrazione, Paul collassò davanti al microfono a causa di uno spasmo bronchiale, probabile conseguenza di un consumo smodato di sigarette. Nel frattempo, il musicista africano Fela Kuti rese pubblico il suo sospetto che McCartney fosse in Nigeria per appropriarsi indebitamente di alcuni elementi tipici della tradizione musicale locale, scatenando la stampa. Niente, tuttavia, fermò o scoraggiò McCartney: l’album fu registrato e poi completato a Londra con le sovraincisioni del sassofono di Howie Casey e delle parti per orchestra.
Band On The Run uscì il 7 dicembre 1973: l’impronta rock è prevalente, ma c’è spazio anche per ballate acustiche e brani dai toni delicati. Attraversato nelle liriche dal filo conduttore della libertà, ha una copertina a tema: un gruppo di fuggiaschi contro un muro, illuminati da un faro. Una copertina in stile Sgt. Pepper’s, ma meno affollata e senza sagome di cartone, perché accanto a Paul, Linda e Denny compaiono, in carne e ossa, il conduttore britannico Michael Parkinson, gli attori James Coburn e Christopher Lee, il pugile John Conteh, il cantante Kenny Lynch e il politico Clement Freud. Band On The Run raggiunse la vetta delle classifiche e riuscì – finalmente – a conquistare anche la critica, sempre tiepida nei confronti di Paul dalla fine dei Beatles. Rolling Stone, New Musical Express e (soprattutto) John Lennon lo definirono il suo miglior disco fino ad allora. Un giudizio che ha retto nel tempo: oggi, a trentasette anni e numerosi album di distanza, Paul sceglie di partire proprio da qui per ripubblicare tutta la sua discografia rimasterizzata. «Mi ha insegnato a essere indipendente», ha dichiarato McCartney a proposito di Band On The Run, il disco che lo ha fatto uscire dal periodo di smarrimento seguito allo scioglimento dei Beatles, lo ha liberato di quel “peso” preannunciato dalla profetica Carry That Weight in Abbey Road e gli ha fatto dire «Ehi, sono sopravvissuto». Non meraviglia, dunque, che più della metà di questo album – Band On The Run, Jet, Let Me Roll It, Mrs. Vandebilt e, da quest’anno, Nineteen Hundred And Eighty Five – viva ancora nei suoi concerti. (Arianna Cantoni)
Band On The Run dev’essere un album importante per te, se l’hai scelto per dare inizio alla serie di ristampe del tuo catalogo. È uno dei tuoi preferiti tra quelli realizzati nel periodo post Beatles?
«Per quanto riguarda le rimasterizzazioni, mi piace il lavoro che è stato fatto sugli album dei Beatles. Le persone che l’hanno curato hanno dimostrato grande competenza e sensibilità. Non hanno semplicemente cercato di rendere quei dischi moderni togliendo il fruscio di fondo, né li hanno stravolti completamente. Per questi ragazzi lavorare sul materiale dei Beatles è stata un’esperienza preziosa, hanno avuto modo di imparare alcuni trucchi del mestiere. Quando gli ho chiesto se fossero disposti a lavorare anche sui miei dischi hanno accettato con entusiasmo, e hanno fatto un ottimo lavoro. Mi hanno detto che, fino a pochi anni fa, rimasterizzare significava solo ripulire il suono il più possibile. Poi, ci si è accorti che si stava oltrepassando il limite, perché così facendo si perdeva gran parte della qualità del suono delle registrazioni originali. Oggi siamo in possesso di tecnologie molto più sofisticate che ci permettono di ripulire il suono senza rinunciare alla qualità. Sono rimasto colpito… voglio dire, ne sapevano molto più di me».
Quando hai ascoltato la versione rimasterizzata hai colto nuove sfumature o particolari che magari in quella originale non venivano fuori?
«Sì, certo. Il lavoro di rimasterizzazione può dare grandi risultati se sai come farlo… anche se poi c’è sempre qualcuno che dice: “Che senso ha pubblicare ancora lo stesso disco?”. È un punto di vista, ma come ho già detto ora siamo in grado di utilizzare tecnologie più avanzate. Il suono è più nitido. Personalmente, voglio che la gente che spende i soldi per comprare i miei album abbia in cambio qualcosa di valore. Quando un ragazzino acquista un disco, spende i suoi sudati risparmi fino all’ultimo centesimo e non vuole restare deluso. Parlo per esperienza. In questo i Beatles erano grandi: quando pubblicavamo un singolo, sapevamo che la gente avrebbe speso dei soldi per acquistarlo e non avevamo intenzione di propinargli riempitivi o brani di seconda scelta. Quindi, per tornare alla tua domanda, le nuove uscite avranno un valore aggiunto, cose molto interessanti che non si trovano sulle versioni originali».
Band On The Run uscirà anche in un’edizione speciale, accompagnato da un libro contenente molte immagini mai pubblicate prima.
«Ai tempi Linda aveva raccolto molto materiale fotografico. Aveva scattato un sacco di Polaroid, che poi ha selezionato: aveva un’idea ben precisa su come realizzare il poster che accompagnava l’album. Così abbiamo riguardato tutto il materiale: il poster è rimasto sostanzialmente lo stesso, ma abbiamo trovato altre fotografie molto interessanti che non erano state utilizzate. Ovviamente, qualunque documento risalente a quel periodo è interessante dal punto di vista storico… a maggior ragione se si tratta di uno scatto unico come una vecchia Polaroid. È come ritrovare una vecchia foto di famiglia, è una vivida testimonianza di un dato periodo della tua vita. Nella deluxe edition ci sono anche dei fermo-immagine tratti da alcuni filmini. Poi c’è un filmato girato durante una gita su un’isola al largo di Lagos. Ci siamo ripresi mentre gironzolavamo tra la gente del posto, è stato divertente. Anche queste immagini, come le foto, documentano la nostra vita in quel periodo, e in maniera assolutamente inedita. Per anni quel filmato è rimasto ad ammuffire in cantina, ma ora credo sia il momento di riportarlo alla luce. Un altro breve filmato è quello girato durante la session fotografica per la copertina dell’album con il fotografo Clive Arrowsmith. Ci sono immagini di noi che arriviamo, proviamo le uniformi per le foto, cazzeggiamo… Queste immagini danno un’idea precisa del contesto, quindi come vedi ci sono dei gustosi contenuti extra».
Band On The Run è uno degli album rock più grandi di tutti i tempi. Parliamo un po’ di come è nato. Corre l’anno 1973 e gli Wings vanno a gonfie vele. In aprile è uscito Red Rose Speedway e My Love è stato un grande successo. Stessa cosa per Live And Let Die. A quel punto hai deciso di andare a registrare in Africa. Perché?
«All’epoca era di moda. La gente andava a registrare nel sud della Francia, come hanno fatto i Rolling Stones per Exile On Main St. Si andava alla ricerca di nuove vibrazioni. Sapevo che la Emi, la nostra casa discografica, possedeva diversi studi di registrazione in giro per il mondo, così ho chiesto di averne una lista completa. Era davvero eccitante. Rio era una delle possibilità, ma anche la Cina. Poi ho visto che c’era uno studio a Lagos e ho pensato: “Wow! Adoro la musica e i ritmi africani”. Mi sono detto: “Se vado a Rio, andrà a finire che il disco acquisterà un mood latino”, perché è impossibile andare in Brasile e rimanere insensibili alla musica locale. Quindi se avessimo optato per Lagos, avremmo sicuramente tratto beneficio dall’influenza dei ritmi africani. Col senno di poi, credo di essermi lasciato prendere un po’ la mano perché alla fine, a parte un paio di pezzi, l’influenza non è stata così determinante come pensavo… Alla fine siamo usciti dallo studio con un disco in perfetto stile Wings. Ricordo che la notte prima di partire è successa una cosa terribile: Denny Seiwell, il batterista, e Henry McCullough, il chitarrista, mi hanno telefonato per dirmi che non sarebbero venuti. Non ho mai capito bene il perché… se non volevano affrontare un viaggio così lungo, oppure pensavano che fosse folle andare a registrare là. Alla fine siamo partiti solo io, Linda e Denny Laine (chitarrista e tastierista). Ma la cosa davvero buffa è che, al nostro ritorno a casa, abbiamo trovato una lettera della Emi che diceva: “Caro Paul, non andare a Lagos, per nessun motivo. C’è un’epidemia di colera”. L’abbiamo scampata bella! Se avessimo ricevuto prima quella lettera non saremmo mai partiti… ma quelli erano davvero anni folli».
La decisione di portare con te anche Geoff Emerick, il primo fonico dei Beatles, si è rivelata provvidenziale, visto che al vostro arrivo lo studio non era esattamente in stato di grazia…
«Ovviamente non era attrezzato e all’avanguardia come quelli di Londra o New York. Là fanno grande musica, ma non erano molto preparati né avanzati dal punto di vista tecnologico. Ci aspettavamo di trovare una classica sala d’incisione della Emi e invece… Ricordo che, a un certo punto, abbiamo chiesto al personale dello studio: “Dove sono le sale di ripresa per le parti vocali?”. E loro: “Sale di che?”. “Ma sì, quelle piccole cabine ricoperte di legno, con il vetro, dove metti un microfono e registri le voci”. Niente da fare, non sapevano di cosa stessi parlando. Così abbiamo dovuto arrangiarci in qualche modo: “Ok, funziona così: prendi delle assi di legno e costruisci una grande scatola”, e gli abbiamo dato le dimensioni. “Poi, ci vuole una finestra e le pareti devono essere insonorizzate… sigillate. A quel punto la copri con una specie di tetto, ci metti una porticina e il gioco è fatto”. Ci hanno messo un po’ a costruirla… entravamo in studio al mattino e li trovavamo a martellare, fissare il plexiglas, ma alla fine ce l’hanno fatta. Tutto sommato, passato lo shock iniziale, non è stato male registrare con attrezzature fatte in casa».
Quindi, ricapitolando: gli Wings arrivano in Africa con due elementi in meno, lo studio di registrazione non è quello che si aspettavano di trovare e, a un certo punto, siete anche stati rapinati.
«Già, nelle zone residenziali di lusso c’erano un paio di brutte zone. E noi, ovviamente, abbiamo affittato una casa proprio lì. Avevo preso una villa per me e la mia famiglia, mentre il resto del gruppo si era sistemato in alcune case situate in un’altra area residenziale. Una volta abbiamo fatto visita ai ragazzi e uno di loro si è offerto di riaccompagnarci a casa. Era una serata splendida e così abbiamo optato per una passeggiata, ma una volta in strada ci siamo accorti che l’illuminazione non era certo come quella delle città europee. Comunque, ci incamminiamo: io ho con me telecamera, registratore e una borsa con tutti i miei nastri. Linda, invece, ha la sua attrezzatura fotografica. Una macchina accosta e un ragazzo abbassa il finestrino. Mi viene naturale pensare che ci vogliano offrire un passaggio, così dico: “No, grazie mille, amico. Sei molto gentile, ma facciamo una passeggiata”. A bordo ci sono cinque o sei ragazzi del posto, sembrano un po’ confusi. La macchina prosegue lungo la strada e noi continuiamo a camminare, finché a un tratto si ferma nuovamente e, quando la raggiungiamo, uno dei ragazzi scende: “Siete turisti?”, chiede. A quel punto gli metto una mano sulla spalla e, riaccompagnandolo verso l’auto, dico: “Ascolta, è davvero gentile da parte tua… ci stai offrendo un passaggio, non è vero? Rientra in macchina e vattene”. Adesso il tizio mi sta fissando in modo proprio strano. Dev’essere sotto l’effetto di qualcosa. La macchina riparte, ma dopo una quarantina di metri inchioda di nuovo. Questa volta scendono tutti e sei insieme e ce li ritroviamo di fronte. Uno di loro ha un coltello, e finalmente capisco: “Porca vacca! Aspetta un attimo, questi non ci stanno offrendo un passaggio”. “Cosa volete?”, chiede Linda. E loro non fanno che ripetere: “Telecamera, telecamera, registratore, soldi, soldi”. Così ci siamo svuotati le tasche e gli abbiamo dato tutto quello che avevamo. Linda continuava a dire: “Lasciatelo stare! È un musicista”. Poi sono saliti in macchina e sono ripartiti sgommando. Hanno anche sbagliato strada, e quando hanno fatto inversione abbiamo pensato: “Oh no, stanno tornando indietro. Questi ci vogliono far fuori”. Invece si sono dileguati e noi siamo tornati a casa di gran carriera. Là c’era una vecchia guardia di sicurezza con un fucile che probabilmente risaliva alla Guerra Civile. Non aveva certo l’aria di uno che poteva aiutarci a recuperare le nostre cose, quindi siamo andati a letto e abbiamo cercato di dimenticare quello spiacevole episodio. Il giorno dopo siamo andati in studio e uno dello staff ci ha detto che eravamo stati fortunati perché eravamo bianchi. Quei tizi dovevano aver pensato che non saremmo stati in grado di identificarli. Fossimo stati due persone di colore, probabilmente ci avrebbero ucciso».
Hanno rubato anche i tuoi nastri?
«Sì, erano probabilmente la cosa più importante che si sono portati via. Certo, Linda aveva una bella telecamera, ma in quelle cassette c’erano tutti miei demo. Per loro erano oggetti senza valore, sicuramente ci avranno registrato sopra, oppure le avranno buttate o vendute come cassette vergini. Quindi mi sono dovuto ricordare l’intero album a memoria, ed è anche andata bene perché io e John l’abbiamo sempre fatto, era una specie di regola per noi. Non avevamo cassette o registratori a quei tempi… Ci dicevamo: “Se non riusciamo a ricordarcelo noi, come potrà mai farlo la gente?”».
Nonostante tutti quegli ostacoli, hai registrato uno dei tuoi album migliori. Sai come si dice, le grandi opere d’arte sono frutto di avversità e grandi difficoltà. Credi che la tua esperienza ne sia la prova?
«Suppongo sia così, ma questa non è mai stata la mia filosofia. Io sono per una vita più tranquilla però, probabilmente, tutto quello che è successo ha influenzato in qualche modo l’album. D’altra parte, Live And Let Die è nato in modo molto naturale, senza attriti o problemi, ed è stato un grande successo. Lo stesso vale per i Beatles: non sono sicuro che le tensioni abbiano generato i pezzi migliori, semmai quelli più tesi… Se vuoi dei pezzi tesi, allora forse è un buon metodo di lavoro».
Molti credono che Band On The Run sia un concept album. Credi sia dovuto al fatto che alcuni temi musicali si ripetono nel corso del disco?
«Credo di sì. A quei tempi era una cosa abbastanza comune. All’inizio tutto si risolveva in tre accordi. I pezzi di Buddy Holly o Elvis erano molto semplici, anche i Beatles li hanno registrati. Poi, col passare del tempo, le nostre canzoni si sono fatte più complesse. Alcune di esse hanno cominciato ad avere una struttura a strati o episodi. Parti in un modo e poi vai in una direzione completamente differente. Abbiamo iniziato a usare questi espedienti, come chiudere i nostri singoli in modo inusuale. Per esempio (cantando, nda): “She’s got a ticket to ride, and I don’t care, my baby don’t care”. È come se un frammento musicale sbucasse da chissà dove proprio mentre la canzone sta sfumando. Credo che questo modo di scrivere abbia portato in seguito ai concept album. Bisogna anche considerare che all’epoca ci divertivamo a sperimentare con il nuovo formato del long playing. Normalmente un album conteneva 14 canzoni, 7 per lato, e in mezzo c’era una pausa non solo tecnica, cioè il tempo materiale per girare il disco, ma anche mentale in un certo senso… Era come se la storia fosse divisa in parte 1 e parte 2, e quando arrivavi in fondo era come giungere alla fine di una pièce di 40 minuti. Questo alimentava l’immaginazione degli artisti, li stimolava a sfruttare al massimo il nuovo formato espressivo. È stato con Sgt. Pepper’s che abbiamo iniziato a pensare a un album come a un’opera unitaria e complessa; un’idea affascinante, che ho voluto approfondire ulteriormente in Band On The Run: questo l’ha reso più uniforme, facendolo evolvere in un concept».
Linda McCartney è accreditata come co-autrice di quasi tutti i brani. Che tipo di collaborazione c’era tra voi? Vi sedevate al piano e componevate insieme? Come funzionava?
«Più che altro, Linda era lì mentre scrivevo… Se mi veniva qualche idea interessante chiedevo la sua opinione e magari la sviluppavamo insieme. Non ci siamo mai seduti con carta e penna… In verità, dal punto di vista compositivo, ero io a fare la parte del leone, però ogni volta che avevo bisogno di aiuto lei era lì accanto a me. Quindi andava a finire che le chiedevo: “Cosa ne pensi di questo? Mi sai dire un sinonimo di questa parola?”. Per questo abbiamo condiviso i crediti ed è stato molto bello, sai, avere qualcuno con cui confrontarsi. Per intenderci, non era lo stesso tipo di collaborazione che avevo con John, era semplicemente bello condividere questi momenti insieme».
E cosa mi dici delle parti di sintetizzatore suonate da Linda in Band On The Run?
«Quei sintetizzatori, ma anche i suoi cori in Jet sono parte integrante delle canzoni. Ancora oggi vengono riprodotti fedelmente da Wix (Paul Wickens, ndr). All’epoca era cresciuta molto come musicista, ma suonava sempre in modo istintivo. La verità è che, quando abbiamo iniziato, Linda non sapeva praticamente nulla. Eravamo come una college band. Non ci siamo fatti troppe domande, eravamo semplicemente un gruppo di amici che volevano fare musica, il resto è venuto strada facendo, siamo migliorati suonando insieme. Linda non era esattamente una tastierista, quindi all’inizio suonava parti molto semplici. Però imparava in fretta: le mostravo una cosa e la faceva. Le piacevano in particolar modo le sonorità funk e il suono del Moog, tutte cose che ora sono tornate in voga. Le dicevamo sempre che sarebbe stata una buona punk-rocker. Aveva la cresta, infatti in quel periodo abbiamo iniziato a darci dei soprannomi punk-rock: lei era Vial Lynn, che stava per violin, io invece ero Noxious Fumes. Comunque sia, strada facendo Linda è diventata un’ottima musicista, si è integrata perfettamente nella formazione, e quando abbiamo registrato Band On The Run era ormai diventata anche un’eccellente cantante. Ricordo che, anni dopo, quando ho lavorato con Michael Jackson, lui mi ha chiesto: “Chi ha cantato quelle armonie vocali? Sono grandiose!”. Per la maggior parte eravamo io e Linda, e qualche volta Denny».
Da dove è saltato fuori il titolo Band On The Run?
«L’ho inventato apposta per la canzone. A quei tempi c’erano un sacco di canzoni con nomi come Desperado o Renegades. Era l’inizio degli anni 70 e c’era molta gente in fuga… molti avevano scelto, in un modo o nell’altro, di vivere al di fuori della società… era nell’aria. Così ho pensato che fosse forte l’idea di gente in fuga: un gruppo di fratelli, di detenuti, una band musicale… Ho messo insieme tutte queste cose ed è venuto fuori Band On The Run».
Recentemente anche i Foo Fighters si sono cimentati con Band On The Run. Qual è l’eredità dell’album a distanza di tanti anni?
«Dopo i Beatles, il mio grande obiettivo, una volta deciso di formare gli Wings, era dar vita a qualcosa di diverso ma sempre di successo. E non era un’impresa facile. Per non ripetermi dovevo evitare qualunque cosa suonasse troppo beatley e creare un nuovo stile che fosse distintivo degli Wings. Con Band On The Run mi sembrò di esserci riuscito. Certo, forse l’album conteneva echi dei Beatles, era inevitabile, ma aveva un suo stile. Molti anni dopo, parlando di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, un giornalista di Rolling Stone mi disse: “Band On The Run è stato il mio Sgt. Pepper’s”. Per la sua generazione l’album è stato altrettanto importante, e questo mi ha dato una grande soddisfazione perché era esattamente il mio obiettivo. Per quanto riguarda Dave Grohl, ha fatto una splendida versione di Band On The Run durante lo show alla Casa Bianca. L’ha suonata con la mia band e l’ha cantata benissimo. Per me è fantastico veder prosperare quella canzone, è la riprova che l’obiettivo che ci eravamo prefissati a quei tempi è stato raggiunto».
Ultimamente, in concerto hai eseguito cinque diverse canzoni di Band On The Run e suonano tutte molto attuali. Pensi che i più giovani, ascoltando la riedizione dell’album, penseranno si tratti di un nuovo grande album di Paul McCartney?
«Non lo so e sinceramente non mi interessa. È strano, la musica sta attraversando uno dei suoi cicli, proprio come la moda. Se negli anni 80 impazzava la disco music, ora si sta tornando alle origini, ai suoni grezzi, reali, agli arrangiamenti realizzati con strumenti veri, suonati da veri musicisti, e un album come Band On The Run si inserisce perfettamente in questo contesto. Quindi sì, è possibile che qualcuno possa pensare che si tratta di un album contemporaneo».
La Paul McCartney Archive Collection è partita alla grande e so che hai in serbo molte altre sorprese. C’è la possibilità che, alla fine di questo viaggio musicale, venga pubblicato anche un box set contenente materiale raro?
«Sì, può darsi. Per il momento siamo concentrati su questo lavoro di restauro, ma è proprio facendo queste cose che si riportano alla luce le rarità. Devo ammettere che io stesso ho cominciato ad andare in cerca di piccoli, strani nastri sepolti nel mio archivio musicale. Certo, bisogna anche considerare che sono il peggior archivista del mondo, quindi si troveranno inscatolati da qualche parte, in qualche soffitta. Per questa serie di rimasterizzazioni abbiamo già scoperto delle cosette piuttosto interessanti. Non vedo l’ora di farle ascoltare alla gente».
09/12/2010
MAN ON THE RUN
INTERVISTA A PAUL MCCARTNEY
