Marco Cantini, il tempo sospeso di “Fermi così”
Un nuovo capitolo dopo la trilogia: il cantautore racconta un album più personale e autobiografico
Con Fermi così, pubblicato da Radici Records, Marco Cantini apre una nuova fase del suo percorso artistico dopo la trilogia composta da Siamo noi quelli che aspettavamo, La febbre incendiaria e Zero moltiplica tutto. Un album che mantiene al centro la scrittura d’autore e l’attenzione per le tematiche sociali, ma sposta lo sguardo verso una dimensione più personale e autobiografica.
Dieci brani legati tra loro come un unico racconto, costruito attorno alla storia di due persone e al peso delle esperienze che ciascuno porta con sé. Il passato, la memoria, le relazioni e il rapporto tra individuo e società attraversano il disco, in continuità con una tradizione cantautorale a cui Cantini ha sempre guardato, da Claudio Lolli a Francesco Guccini, passando per tanti altri grandi autori.
Dal punto di vista musicale, Fermi così segna anche un nuovo passaggio: al consueto lavoro con il produttore artistico Gianfilippo Boni, arrivato al quarto disco insieme a Marco Cantini, si aggiunge il contributo del quartetto d’archi delle Euphoria, elemento fondamentale negli arrangiamenti di un lavoro in cui chitarra, pianoforte e archi accompagnano testi densi e ricchi di riferimenti.
L’album prende il titolo dall’opera del compianto pittore bolognese Antonio Saliola scelta per la copertina, un’immagine che richiama il concetto di fotografia, di istante sospeso e di vite condizionate da ciò che è stato.
Fermi così arriva dopo una trilogia: rappresenta una nuova fase oppure semplicemente un nuovo momento della tua musica e delle tue canzoni?
Opterei per la prima. La definirei una nuova fase. Ho chiuso sostanzialmente la trilogia sulla storia, come l’avevo definita, iniziando ormai dieci anni fa con il ’77 bolognese raccontato in Siamo noi quelli che aspettavamo, passando per l’ispirazione tratta da La Storia di Elsa Morante, che ha dato vita a La febbre incendiaria, uscito nel 2018, fino all’epilogo di Zero moltiplica tutto, che affrontava altre tematiche, altre storie, altri personaggi.
Sono entrato in una fase diversa, che non necessariamente segue un filone preciso. Questo è un disco sicuramente più autobiografico rispetto ai precedenti, anche se ogni cantautore, in fondo, parla sempre di sé stesso. Qui sono raccontati fatti strettamente legati alla mia vita e al mio passato, pur rimanendo su tematiche che mi sono care, perché alla fine si tratta di un lavoro con una forte connotazione, anche se più velata, politica: si parla sempre di classi sociali, di traumi che incidono sui vissuti di ciascuno di noi.
Dal punto di vista musicale c’è stato un ulteriore passo rispetto al precedente: ho provato ad avventurarmi, cercando di fare qualcosa di ancora diverso.
Infatti ti volevo proprio chiedere: come hai lavorato sul suono di questo nuovo album?
È nato tutto dal fatto che, sin dall’inizio, ho scritto queste canzoni immaginandole come un flusso ininterrotto, senza soluzione di continuità. Le pensavo già legate tra loro e immaginavo un andamento compassato dell’album, con ampie parti strumentali affidate agli archi, che avevo già in mente mentre scrivevo con la chitarra.
Parlando poi con Fabrizio Morganti, batterista di Irene Grandi e della Casa del Vento, oltre a essere per me un importante punto di riferimento, è nata l’idea. Lui aveva già collaborato con il quartetto delle Euphoria, musiciste che mi ha caldamente consigliato. Da lì è nata questa collaborazione, che spero possa continuare anche in futuro, perché sto già scrivendo un nuovo disco e immagino già la loro presenza, anche se vorrei cambiare di nuovo il sound. Cerco sempre di fare qualcosa di diverso.
Rimanendo però su quest’album c’è anche la presenza di Rosario Campisi, con un monologo tratto da Una gita scolastica, film di Pupi Avati. Come è nata questa scelta?
Intanto è un film a cui sono molto legato e che ho voluto inserire all’interno del lavoro.
Rosario, poi, è un bravissimo attore di teatro e di cinema. È anche un amico, una persona con cui collaboro da tanti anni. Abbiamo provato più volte a portare alcuni miei dischi in forma di teatro-canzone, soprattutto La febbre incendiaria. All’epoca pensavamo di allestire il tutto con delle parti recitate, perché la storia raccontata in La febbre incendiaria si prestava molto a questa formula. Coinvolgemmo due attrici e lui fu il regista di tutta la messa in scena.
«Già consapevoli che ogni cosa passa. Senza sapere che tutto rimane» canti alla fine del brano F. Un verso che mi ha fatto pensare alla celebre frase del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». Pur partendo da prospettive diverse, entrambe sembrano interrogarsi sul rapporto tra cambiamento e permanenza. Ti ritrovi in questa chiave di lettura della canzone?
Ognuno deve interpretare le canzoni come vuole. Lo dico sempre: una volta scritte e affidate agli ascoltatori, non appartengono più a chi le ha scritte. È giusto che ciascuno ci riveda ciò che vuole, in base ai propri vissuti.
Può essere sicuramente una chiave di lettura. È una canzone amara, perché è una riflessione su certi bilanci ormai definitivi. Quando si arriva a una certa età si cominciano a fare dei bilanci. È un brano che ha una duplice funzione: essere funzionale al concept dell’album, che racconta la storia di una coppia, ma è anche dedicato a un mio caro amico. Dentro ci sono molti bilanci sulla vita, su quello che è stato.
Hai parlato della coppia protagonista dell’album e dei riferimenti autobiografici presenti nel disco. In Milano torna anche la collaborazione con Francesco “Fry” Moneti, violinista e polistrumentista dei Modena City Ramblers e della Casa del Vento. Come si inserisce questo brano nella tua vita e nella storia della coppia raccontata nell’album?
Milano racconta di un incontro importante della mia vita e, come ti dicevo, è anche l’incontro che chiude la storia di questa coppia all’interno dell’album. Sono immagini che mi porto dentro e che ho cercato di trasferire nella canzone.
Anche la copertina è molto curata, come di consueto oserei dire. Parliamo allora del titolo di quest’album e dell’opera di Antonio Saliola che hai scelto per la copertina.
L’ispirazione è stata dettata proprio da questo dipinto.
Io sono un figlio d’arte: mio padre era un grande pittore, quindi ho respirato arte fin da bambino. Antonio Saliola è un artista che ho scoperto anni fa attraverso i cataloghi di mio padre e mi colpirono molto queste opere che lui intitolava Fermi così, perché mi trasmettevano una certa inquietudine.
Ho pensato che quell’immagine fosse perfetta per il concept che avevo in mente. Si parla di relazioni interpersonali immortalate nel presente ma sempre condizionate dal passato. Una fotografia di gruppo che fissa un momento mi sembrava la metafora ideale per esprimere quello che avevo in testa.
Antonio Saliola è stato importantissimo. Tengo anche a ringraziare sua moglie, Cristina Baldassarri, per avermi concesso l’utilizzo dell’opera, insieme alla Galleria d’Arte Moderna Vero Stoppioni di Santa Sofia (FC) che ne è proprietaria.
I brani di Fermi così li presenterai dal vivo prossimamente?
Farò sicuramente un concerto il 4 settembre a Pontassieve, in provincia di Firenze, per il Festival Piazza dei Popoli, in cui presenterò l’album insieme ad altri brani del repertorio, con tutta la band e anche con il quartetto delle Euphoria.
In conclusione, anche questo è un concept album. Nei tuoi lavori tornano spesso i temi degli ultimi, degli emarginati. Possiamo considerarlo anche un modo per rendere omaggio ai tuoi maestri, da Claudio Lolli a Francesco Guccini?
Sì, assolutamente. Credo di essere costantemente influenzato da questi giganti della canzone d’autore. Andrei anche oltre e direi Bob Dylan, che ha influenzato gli stessi Lolli e Guccini, ma anche Simon & Garfunkel, che ho ascoltato tantissimo nella mia vita.
I nomi che hai fatto sono riferimenti imprescindibili. Per questo lavoro aggiungerei anche Franco Battiato: alcune melodie e il suono orchestrale che ho ricercato attraverso il quartetto credo risentano della sua influenza.










