Mario Biondi, “Two Entities” e la forza di un artista che sa ancora mettersi in gioco
A vent’anni da “Handful of Soul”, Mario Biondi torna all’inglese con un disco raffinato, caldo e libero da qualsiasi compromesso
Pochi artisti possono vantare una carriera come quella di Mario Biondi. Ma il punto, con lui, non sono soltanto i numeri, i dischi venduti o i vent’anni trascorsi da Handful of Soul. È la qualità del percorso, la capacità di riconoscersi dopo ogni deviazione. Two Entities, il nuovo album in studio uscito ieri per Sony Music Italy, ne è una nuova conferma. Il disco arriva dopo Prova d’autore e segna il ritorno alla lingua inglese, proprio nell’anno del ventennale di “This Is What You Are”. Ma Biondi non torna semplicemente alla sua anima internazionale: la riprende, la osserva e la fa suonare ancora una volta presente. La produzione, curata dallo stesso artista, è raffinata ed equilibrata, con ogni elemento al proprio posto, senza che nulla dia l’impressione di essere stato inserito per calcolo. È un disco che suona Biondi e, proprio per questo, suona fuori dal tempo e adatto a ogni stagione: sincero, caldo, mai compromesso.
E anche quando si muove tra generi diversi, non perde la propria direzione. Two Entities danza e dondola tra jazz e soul, bossa, R&B, disco e funk, attraversando le diverse sfumature di una tavolozza ampia ma sempre riconoscibile. Il titolo suggerisce una dualità, ma l’ascolto restituisce molte più di due anime. Ci sono le note, naturalmente, ma anche gli incontri, le storie, la vita vissuta e l’inchiostro. E poi c’è la voce. Vale la pena sottolinearlo ancora: la voce di Mario Biondi è un unicum. Non soltanto per il timbro profondo, ormai immediatamente riconoscibile, ma per il modo in cui riesce a restare elegante dentro arrangiamenti molto diversi. Biondi può appoggiarsi a un brano funk, entrare in una struttura R&B o lasciarsi accompagnare da un pianoforte jazz senza perdere la propria identità.
Two Entities nasce anche dagli incontri costruiti nel tempo: è il risultato di sinergie musicali e umane che non sembrano assemblate a tavolino, ma maturate lungo una carriera fatta di relazioni vere. Le collaborazioni non funzionano come semplici nomi da aggiungere alla copertina, ma come prolungamenti naturali di un percorso. “Believe” trova la propria forza nell’incastro con Leee John. “On The Wave” respira grazie al pianoforte di Antonio Faraò. “Mesmerizing Eyes”, con gli High Five Quintet, è uno degli episodi più belli del disco: il dialogo tra gli strumenti e il groove raccontano un movimento tellurico interiore, come se la musica riuscisse a seguire pensieri ed emozioni prima ancora delle parole.
Colpisce anche la capacità dell’album di suonare come un unico affresco, nonostante sia stato registrato tra Italia, Inghilterra e Stati Uniti e raccolga brani nati in momenti diversi. E con “suonare” si intende proprio questo: suonare. Non una sequenza di campionamenti o di interventi sovrapposti a distanza, ma strumenti, musicisti, respiri e session. La varietà delle provenienze non frammenta il disco; al contrario, ne amplia la prospettiva senza alterarne la temperatura. Tematicamente, il disco è una boccata d’aria fresca perché non ignora le difficoltà del presente, ma sceglie di reagire attraverso messaggi di speranza. Da “Believe” a “The Noise Of The People”, che guarda alle guerre, al razzismo e alla disillusione con lo spirito del black power, fino a “One Big Family”, che risponde con un’idea semplice e necessaria: restare insieme. Biondi conosce il peso del mondo, però non gli concede l’ultima parola. La chiusura con “Take Your Soul To The Funk” è un finale fisico, energico, quasi liberatorio. Sei fiati suonati dal vivo spingono il brano verso una dimensione più ruvida e carnale, lasciando il corpo in movimento: dopo aver attraversato jazz, soul, bossa, R&B e disco, Biondi saluta con il funk.
In conclusione, Two Entities non vive soltanto della voce di Mario Biondi, delle collaborazioni o della qualità dei musicisti coinvolti. Funziona perché ogni elemento è ricondotto a una visione precisa: gli arrangiamenti, il suono delle session, l’equilibrio tra i generi e la scelta di lasciare respirare le canzoni. Non è un disco costruito per sommare buone intuizioni, ma il risultato di un lavoro consapevole, riconoscibile in ogni passaggio. Quando c’è un artista, si sente: nel modo in cui una voce entra in un arrangiamento, nella misura con cui una canzone viene lasciata aperta, nella capacità di tenere insieme eleganza e calore senza trasformarle in maniera. E alla fine resta proprio questa sensazione: non quella di aver ascoltato una voce riconoscibile dentro un disco ben fatto, ma quella di aver ascoltato un artista capace di rendere riconoscibile tutto ciò che tocca.

