25/06/2026

Muse, fantascienza, ferite e potenza: dentro “The Wow! Signal”

Abbiamo ascoltato in anteprima “The Wow! Signal”: i Muse ritrovano il fuoco e firmano il loro disco più centrato da anni

I Muse tornano a guardare il cosmo ma stavolta lo fanno partendo da una ferita più intima. “The Wow! Signal” è un disco che nasce dal mistero, dall’ignoto, da un impulso radio che arriva da lontano e che diventa subito simbolo narrativo, ma dentro quel segnale Matt Bellamy, Chris Wolstenholme e Dominic Howard infilano soprattutto dubbi personali, tensione emotiva e una forma di reciproco guardarsi dentro che finisce per allargarsi fino al buio cosmico. È proprio qui che il disco trova la sua forza: nell’idea di unire il respiro enorme della fantascienza al peso tutto umano delle ferite che ci portiamo dentro.

L’apertura di “The Dark Forest” mette subito le cose in chiaro. Il campionamento del celebre “Wow! Signal”, quel segnale radio di 72 secondi rilevato nel 1977 dalla costellazione del Sagittario e diventato uno dei misteri più affascinanti della cultura scientifica contemporanea, non è soltanto un vezzo concettuale, ma il portale dentro cui i Muse decidono di farci entrare. Da lì in poi il disco si accende con un taglio epico, orchestrale, attraversato da un’attitudine che rimanda a un universo metal, con echi prog che riaffiorano spesso e danno profondità a tutta la corsa. “The Dark Forest” suona infatti come una dichiarazione d’intenti: l’universo è pieno di vita ma se ne sta in silenzio per paura e quel silenzio si trasforma in tensione, in magnificenza.

La sensazione, ascolto dopo ascolto, è quella di una band ispiratissima come poche volte negli ultimi anni, di nuovo a fuoco, di nuovo sul pezzo, come se avesse ritrovato una sorgente che sembrava essersi assottigliata. “The Wow! Signal” è davvero il lavoro più centrato dei Muse da parecchio tempo: più ispirato, più personale, più coeso, ma soprattutto più libero di prendersi i suoi tempi e le sue sospensioni. Non cerca la comodità, non cerca la scorciatoia e anche quando gonfia la produzione non lo fa per mero vezzo o per mostrare i muscoli ma per accompagnare una scrittura che ha qualcosa da dire. Dentro questa architettura monumentale c’è poi tutto il repertorio genetico della band. I synth tornano a essere architrave vera del suono, gli arpeggiatori lavorano come nervature interne, mentre la produzione resta gigantesca ma non schiaccia mai del tutto il respiro dei brani. Anzi, uno degli aspetti più riusciti del disco è proprio il modo in cui gioca anche di sottrazione: nelle sospensioni strumentali, nei vuoti improvvisi, nei momenti in cui i Muse sembrano trattenersi prima di esplodere di nuovo.

“Nightshift Superstar”, già anticipata come singolo, porta dentro derive electro-funk molto evidenti, con il basso a reggere il tiro e piccole sfumature quasi disco che danno elasticità a uno dei pezzi più obliqui dei 45 minuti di corsa. È un brano che conferma quanto il disco non abbia paura di contaminarsi, di sporcare il proprio asse rock con il groove, con una fisicità ritmica meno frontale ma non meno efficace. Anche qui, però, la sensazione è che tutto resti dentro un disegno preciso. Poi arrivano i momenti in cui il disco si stringe, si fa più vulnerabile. “Shimmering Scars” entra in quella zona da ballad sospesa e ferita in cui Bellamy lascia parlare di più la fragilità che la retorica. La chiusura emotiva del pezzo, come quella di altri passaggi più meditativi del disco, mostra un gruppo che non ha più bisogno di dimostrare sempre tutto, che sa rallentare, che sa lasciare sospesa una frase musicale senza temere il vuoto.

Anche i brani più diretti hanno però un peso preciso. “The Sickness in You & I” è uno di quelli che colpiscono per immediatezza. “Unravelling”, invece, è uno di quei pezzi che nascono già con una vocazione live chiarissima: spinge, apre, stratifica e si immagina facilmente dentro una platea che sale di colpo insieme al riff. È il genere di brano che potrebbe trovare la sua forma definitiva proprio sul palco. Curiosa e riuscita anche “Hush”, la collaborazione con Ellie Goulding, che sulla carta poteva sembrare un episodio laterale e invece trova una collocazione sensata nel corpo del disco. Il brano, contaminato da un pop elettronico più soffuso, non tradisce il solco generale del lavoro ma lo allarga, introducendo un’altra sfumatura dentro questo paesaggio di tensione, malinconia e spinta melodica.

La chiusura, poi, fa da vero contraltare emotivo all’apertura. Se “The Dark Forest” spalanca il disco come un varco nel mistero, il finale lo richiude in una sospensione malinconica che non consola, ma accompagna. Di nuovo i Muse restano sospesi ma qui la sensazione è quella di una fine che si allarga lentamente fino a esplodere in un crescendo orchestrale da pelle d’oca, quasi come se dopo tutta la corsa cosmica restasse solo il riverbero umano della perdita. In generale, “The Wow! Signal” è un grande disco per ispirazione, focus, suono e respiro. È uno di quei lavori che da loro si aspettavano da tempo, un album che se ne frega di suonare comodo e va a piene mani dentro il proprio universo, senza paura di essere enorme, enfatico, teatrale, ma ritrovando finalmente una ragione profonda per esserlo. Ed è anche per questo che l’idea di sentirlo dal vivo a Milano, nelle due date del 20 e 21 novembre 2026 all’Unipol Dome, aggiunge un’ulteriore carica a un ritorno che ha davvero il sapore del grande stile ritrovato.

Muse

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