15/05/2007

Nick Cave & The Bad Seeds

Abattoir Blues/The Lyre Of Orpheus – Mute

Un amico svedese mi ha detto che alcuni brani del nuovo cd di Nick Cave gli sembravano canzoni di Avril Lavigne cantante con “cavernosa” voce da uomo. Un giorno, intervistando Debbie Harry dei Blondie, le stavo dicendo come, per molta gente, la loro canzone Heart Of Glass avesse ucciso il punk. Mi ha risposto che purtroppo il pubblico di chi ascolta musica è pieno di fondamentalisti. Il mio amico svedese è uno di questi. Quelli che trovano inaccettabile che l’ex drogato e “maledetto” (che palle queste etichette, sempre le stesse poi) del rock Nick Cave sia anche capace di scrivere ballate acustiche o tenere melodie dal delizioso accento pop. Che poi sono forse due o tre episodi di questo, bellissimo doppio cd.

Abattoir Blues/The Lyre Of Orpheus è un’opera coraggiosa, come solo i grandi sanno tentare. Nick Cave vuol dimostrare di essere non solo un poeta ma anche un musicista. Un po’ come fece Bob Dylan ai tempi della svolta elettrica, quando la musica diventò più importante delle pur belle liriche. È un viaggio avventuroso, quello che si ascolta qui, che sposa con assoluta competenza il blues, l’r&b, il soul, il country e il pop con accenti gospel di grande impatto.

Dall’imponente, maestosa, terrificante esplosione di Get Ready For Love (dove viene citata Land Of 1,000 Dances, classico dell’r&b anni 60, ma non è l’unica citazione in tal senso) alla pura soul music (ancora molto anni 60) di There She Goes, My Beautiful World alla ballata dylaniana di Nature Boy e al blues potente, scorticato e ancora molto dylaniano di Abattoir Blues fino all’intensa Let The Bells Ring (una elegia per Johnny Cash), il primo cd è quanto di più bello e convincente l’australiano abbia mai inciso. Una sublimazione parossistica di quanto aveva in fondo sempre proposto.

Il secondo cd (non credo a quanti dicono che si tratti di due dischi diversi, fatti uscire contemporaneamente come sfida al mercato) cambia appena registro ma prosegue su quanto già tracciato: Supernatu-rally si apre come una sorta di indiavolato flamenco per accogliere poi vibrazioni funk, mentre Breathless (una rarità tra le canzoni d’amore di Nick Cave: qui nessuno dei due amanti muore…), Babe, You Turn Me On e Easy Money sono le classiche, intensisissime e dolenti ballate pianistiche a cui Cave ci ha abituato dai tempi di The Boatman’s Call.

Finisce con il gospel esaltante di O Children quello che è un viaggio di una ricchezza musicale inebriante.

Liricamente, un Nick Cave a ruota libera che canta di Dio, della Musa, di Orfeo (“Euridice apparve macchiata di sangue / E disse ad Orfeo / Se ti metti a suonare quell’affare del cazzo qui / Te lo ficco su per l’orifizio”) , della guerra, dell’amore perduto e ritrovato e di Johnny Thunders (“San Giovanni della Croce scrisse le sue cose migliori mentre era imprigionato in un buco / E Johnny Thunders era mezzo morto quando scrisse Chinese Rocks”.)

Registrato in un vecchio studio parigino con tecniche vintage, Abattoir Blues/ The Lyre Of Orpheus sembra proprio un disco degli anni 60, con i suoni non ben definiti, la voce che si mischia alla strumentazione, quasi un wall of sound di spectoriana memoria che si adatta perfettamente a quanto Nick Cave ha cercato di esprimere. Cioè, essere la ‘voce’ all’interno di una band, i Bad Seeds, l’ultima grande rock band rimasta in circolazione.

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Voto: 9
Perché: volete un consiglio? Se già non lo conoscete, prima di avventurarvi in Abattoir Blues/The Lyre Of Orpheus, ascoltate Slow Train Comin’ di Bob Dylan. Vi aiuterà a capire chi è oggi Nick Cave.

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