09/04/2026

Not Moving – La band racconta il tour d’addio e l’ultimo album “That’s All Folks!”

Oltre quarant’anni di carriera, tra ricordi, punk e non solo, e la scelta di chiudere il cerchio con l’ultimo album e le ultime date dal vivo

Venerdì 27 marzo, sono da poco trascorse le 18:20 e i Not Moving hanno appena concluso il loro soundcheck al Biko di Milano, dove in serata è in programma uno dei loro concerti. Il gruppo è impegnato nell’ultimo tour, in cui presenta l’album That’s All Folks!, pubblicato da La Tempesta Dischi / LaPOP Music in digitale, CD e vinile in edizione limitata, lavoro che chiude una storia lunga più di quarant’anni.

Lo spirito dei Not Moving è andato sempre avanti grazie a Rita Lilith Oberti (voce), Dome La Muerte (chitarra) e Antonio Bacciocchi (batteria), fin dai primi concerti del 1981 e dall’esordio discografico del 1982. Nei periodi di pausa, il gruppo non si è mai fermato del tutto: la sua musica è sopravvissuta nei lavori solisti dei membri, nelle ristampe arricchite da inediti, nei documentari e nella memoria di uno storico live degli anni Ottanta. Dopo una breve reunion tra il 2005 e il 2006, la band è tornata a suonare regolarmente insieme a partire dal 2019 sotto il nome Not Moving LTD, mantenuto fino al 2024, e pubblicando nuova musica, tra cui il singolo Lady Wine e l’album Love Beat, quest’ultimo uscito nel 2022.

I tre membri storici, insieme al nuovo chitarrista Marco Murtas, si sono dunque presi una pausa dopo il soundcheck e, all’ingresso del Biko, hanno condiviso con noi riflessioni sul presente della band e ricordi del passato… in attesa di decidere il futuro alla fine di un tour che si sta prolungando più del previsto, con date in programma (al momento) fino a dicembre.

That’s All Folks! è la chiusura di un cerchio, di una storia. È questa l’idea del vostro nuovo/ultimo album?

ANTONIO: Sì, è la chiusura di un cerchio iniziato nel secolo scorso (ride, ndr), nel 1981, e andato avanti per tanti anni. Poi c’è stata una lunga pausa: abbiamo ricominciato nel 2017 e ora abbiamo deciso di realizzare l’ultimo album e l’ultimo tour.
Chiude un cerchio anche a livello esistenziale: nel frattempo siamo andati avanti con l’età. Il rock’n’roll ormai non ha limiti anagrafici, però noi, in direzione ostinata e contraria, abbiamo scelto di fermarci adesso, nel pieno della maturità.
Ci stiamo divertendo molto in questa ultima fase.

RITA: Però si sta già parlando di un disco dal vivo, che si può sempre fare… però questo è l’ultimo disco ufficiale a nome Not Moving.
Poi, quando abbiamo annunciato le date del tour, dovevamo finire a marzo e invece ogni concerto ne ha generato un altro: suoni da qualche parte e ti chiedono altre date in zona.
Adesso siamo arrivati fino a dicembre. Però l’idea resta: questo è l’ultimo tour. Poi, quando finirà, vedremo…

DOME: Anche gli Stones forse dicono dagli anni ’70 che è l’ultimo tour, no?
Loro però fanno una vita diversa dalla nostra: hanno i roadie, i tecnici, trovano tutto pronto… noi invece dobbiamo caricare, scaricare, montare… e a una certa età diventa più pesante.
Io quest’anno faccio 68 anni: è molto diverso rispetto a quando ne avevo 30.

Sempre a proposito dell’album: l’inizio con Soul Of A Man di Blind Willie Johnson richiama le vostre origini blues. È una scelta simbolica?

ANTONIO: Sì, perché noi siamo partiti dal blues. Nell’81 eravamo dentro la scena punk hardcore, ma non abbiamo mai smesso di ascoltarlo. Semplicemente lo suonavamo più veloce.

DOME: Sì sì, abbiamo sempre mescolato le cose: blues, punk, rock…

RITA: Questa cosa ci ha portato anche critiche, perché in Italia spesso devi essere catalogabile. Noi invece siamo sempre stati un “mischione”.

ANTONIO: Nonostante io e lui (Dome, ndr) suonassimo in gruppi punk hardcore, a casa ascoltavamo di tutto: dagli Stones agli Who, anche roba molto diversa. Poi portavamo queste influenze nei pezzi.

RITA: In realtà tutto è possibile con la musica. Per noi la musica dovrebbe unire, ma in realtà spesso divide. Noi abbiamo sempre cercato di andare oltre queste divisioni.

La chiusura dell’album è Not Moving, dove Rita dà voce al testo dell’omonimo brano dei DNA di Arto Lindsay, da cui nasce il vostro nome. L’avete mai conosciuto?

ANTONIO: No, io sono sempre stato un grande ammiratore di No New York, di quel tipo di musica estrema. All’inizio volevamo anche fare qualcosa in quella direzione, ma dopo poche prove abbiamo capito che non faceva per noi e ci siamo detti: “Ma chi ce lo fa fare?”.
Il nome Not Moving, però, è rimasto.

RITA: Poi è strano: sul palco siamo sempre stati selvaggi, quindi in qualche modo ci rappresenta anche per contrasto.

DOME: Io ne ho parlato con un americano e mi ha detto che nello slang si usa per indicare qualcuno un po’ imbranato.

ANTONIO: Ci sembrava comunque bello chiudere il percorso discografico con quella canzone.

RITA: Sì, poi noi siamo sempre stati molto simbolisti: in ogni disco ci sono richiami ad altri elementi, che rimandano a loro volta ad altro… magari un giorno ve li diremo, ma non adesso!

Pubblicando un altro disco?

ANTONIO: No no, perché: a) non interessa a nessuno; b) non le sappiamo neanche noi, quindi…

Oppure faranno un biopic su di voi?

RITA: No no, facciamo che interpretiamo noi stessi, senza attori!

ANTONIO: No, in realtà c’è l’idea di realizzare un documentario su di noi, però vediamo.

Not Moving - That's All Folks!

Bene, allora attendiamo eventuali sviluppi. Parallelamente state lavorando anche alle ristampe del catalogo?

ANTONIO: Sì, ma solo in digitale, perché prima non c’era praticamente nulla.

DOME: E anche perché qualcosa in vinile è già stato ristampato.

RITA: Poi in tanti ci chiedono di ristampare i primi lavori, ma ristampare tutto è complicato.
La storia dei Not Moving, infatti, è stata travagliata, con numerosi cambi di formazione. E riprendere certi dischi significa anche confrontarsi con il passato, e non sempre è qualcosa con cui ho voglia di avere a che fare.

Quindi se ti chiedo o vi chiedo che ricordi avete di quando avete aperto per esempio per i Clash, per Iggy Pop o per Johnny Thunders non avete voglia di parlarne?

RITA: Abbiamo mille ricordi. Tantissimi. All’inizio avevo 16 anni, ora ne ho 61: dentro ci sono tutte le mie scoperte adolescenziali, e sono ricordi legati alla mia crescita personale.
Dei Clash ricordo un concerto in cui il pubblico ci tirava di tutto, perché aspettava loro.

DOME: Poi però mi ricordo che Joe Strummer e Paul Simonon sono venuti da noi dopo il live a farci i complimenti.

ANTONIO: Quando abbiamo suonato con Clash, Iggy Pop, Johnny Thunders ecc., pur essendo nostri idoli, non li abbiamo mai vissuti come “irraggiungibili”: ci sentivamo parte della stessa scena, della stessa famiglia. Noi ci sentivamo come loro, e loro come noi.

DOME: Sì. Non c’era distanza tra artista e pubblico. Era impensabile con le rockstar degli anni ’70: è lo spirito del punk.
Johnny Thunders, per esempio, vedendo che non avevamo un camerino, ci ha invitati nel suo, condividendo con noi quello che era riservato a lui.

RITA: Oggi la gente si meraviglia di queste cose e le considera “speciali”. Si stupisce se dopo il concerto resti a parlare, a fare foto, a conoscere il pubblico…
Per noi è normale: abbiamo sempre fatto così.
Una cosa importante dei Not Moving è che abbiamo visto l’evolversi di questa “fantomatica” scena underground italiana: l’avvento del punk, ma anche i palchi… all’inizio tutto era improvvisato e non sapevi cosa trovavi.
Abbiamo visto cambiamenti in meglio e in peggio. Oggi resistono alcune realtà, ma è tutto molto diverso da prima.

Tu, Marco, come ti trovi con i Not Moving?

ANTONIO: Lui si trova benissimo, non vedeva l’ora di suonare nel gruppo più importante del mondo (ridono, ndr).

MARCO: Io, appena arrivato, ho detto sì ancora prima che finissero la domanda e comunque mi trovo alla grande.
Magari ho portato anche qualcosa di mio, perché anch’io ho un mio background, però il mio ruolo resta principalmente “esecutivo”, chiaramente. Se però ho un’idea, posso condividerla e poi decidiamo insieme.
Comunque mi sono trovato con loro come se suonassimo insieme da sempre, perché è un genere nelle mie corde.

ANTONIO: La cosa principale è che ha il nostro stesso senso dell’umorismo, che non fa ridere, ma è lo stesso modo di sparare cazzate (ridono, ndr).

RITA: No, poi la prima prova con lui è stata andare a Pisa da Dome, quindi fare tutto il viaggio fino a lì.
La prova del nove, per capire se una persona può essere un po’ un Not Moving oppure no, è proprio quella: andare a Pisa, fare la Cisa, provare, ripartire verso Piacenza con la coda appena usciti e restarci fino quasi alle porte della città, senza lamentarsi.
E infatti la prima prova è andata bene.

MARCO: Ma perché non abbiamo nemmeno suonato: abbiamo solo fatto un viaggio in macchina!

Immaginate a spiegarlo adesso, periodo in cui spesso si pensa che la musica si possa fare subito e magari esclusivamente con un computer a casa.

RITA: Durante il Covid abbiamo provato a lavorare a distanza via Skype per Love Beat, ma non funzionava, perché poi, quando ci siamo visti, ognuno aveva un’idea diversa dei brani.
La prova in sala resta fondamentale.

DOME: Anch’io ho suonato da solo con la chitarra in studio col metronomo, immaginandomi il tutto, ma non funzionava.

ANTONIO: Per quest’ultimo disco, sapendo che sarebbe stato l’ultimo, abbiamo cercato di mettere dentro tutte le influenze della nostra storia…

DOME: … o comunque da quando sono entrato io, nell’83, fino ad ora.
Per me almeno, che faccio i riff e la parte musicale, era importante.

RITA: Negli ultimi dischi ho cercato di cantare meglio. È stata una piccola conquista, perché quando riascolto i vecchi dischi, non ci riesco più.
Non mi piaceva la mia voce, non mi piaceva come cantavo. Non ci avevo dedicato abbastanza tempo: ero tutto istinto.

DOME: Da giovane hai un sacco di idee ed energia, ti butti e va bene così. Poi, crescendo, diventi più attento, più esigente, impari anche come fare le cose.

RITA: E in questo il live è fondamentale. Tantissimo. Abbiamo sempre suonato bene dal vivo, ma impari davvero facendolo: davanti a tre persone, a cento, a trecento…
Impari anche a gestire le situazioni difficili: quando non senti niente, quando stai male, ma devi comunque portare a casa il concerto…
Devi trovare soluzioni, coinvolgere il pubblico… Tutto questo ti forma.

Negli anni ’80 avete rifiutato di posare per un giornale di moda. Che cosa vi spinse a dire no?

RITA: Ci rimanemmo male quando vedemmo che invece tutti avevano accettato: pensavamo che nessuno lo avrebbe fatto.

DOME: Da giovani volevamo difendere a tutti i costi l’indipendenza: era una scelta precisa per rafforzare il circuito indipendente, invece di passare alle major.
Negli anni ’80 era una scena quasi competitiva con il mainstream.
Le major venivano nell’underground a cercare band già formate: avevi già suono, estetica, pubblico e poi magari cercavano di cambiarti per renderti più commerciale.
La vivemmo male, perché erano gruppi che consideravamo “fratelli”, quindi un po’ ci dava fastidio.
Pensavamo: se tutte le migliori band passano al mainstream, la scena indipendente finisce.

RITA: Negli anni ’80 invece era tutto più graduale: ogni conquista te la guadagnavi.
Era fatta di piccoli passi: suonavi ovunque, spesso dormivi in situazioni assurde, facevi gavetta vera.
Anche fare un disco era una conquista enorme. Non era immediato come oggi.
Anche l’arrivo di certe sonorità e delle drum machine l’ho vissuto un po’ male.
Io infatti ho fatto cose molto diverse dopo lo scioglimento dei Not Moving, anche più acustiche.

DOME: Negli anni ’80 c’era un mondo intero: musica, cinema, poesia, arte.
C’era l’autoproduzione totale: fanzine, poster, vestiti, tutto fatto da sé.

RITA: Era un approccio molto creativo e collettivo, un po’ come negli anni ’60.

DOME: Negli anni ’80 invece ti sentivi parte di una famiglia, pur restando diverso dagli altri.

Tornando al presente: dopo le date di dicembre cosa succederà?

RITA: L’idea è di chiudere lì.

DOME: Poi magari faremo comunque qualche data sporadica se capita, ma non un tour vero e proprio.

Not Moving - membri storici - Antonio, Rita e Dome

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