29/04/2026

Nottetempo pubblica il libro di Giacomo Bottà sul debutto dei CCCP

Affinità e divergenze quarant’anni dopo

 

A volte alcuni dischi sono qualcosa di più che una semplice raccolta di canzoni. Sono l’esito di un lungo percorso in cui luoghi, spazi, spirito dei tempi, visioni e note si incrociano, generando autentici documenti storici. Per capire l’Italia di metà anni ‘80 – o meglio una parte di quell’Italia e una parte di quel decennio – Affinità e divergenze dei CCCP funge perfettamente da cartina di tornasole. Disco analizzato, chiacchierato, controverso come la stessa band tanto ieri quanto oggi, è oggetto di una articolata disamina in CCCP, Affinità e divergenze. Suoni, mappe e territori (ed. Nottetempo) di Giacomo Bottà. Ne parliamo con lui.

 

Parlare dei CCCP, caro Giacomo, è tuttora complicato. Sono stati qualcosa in più di una semplice band, la loro musica è stata particolarmente assorbente. Ma voglio chiederti, a bruciapelo e senza esitazione: all’epoca del loro esordio Ferretti e Zamboni erano consapevoli di questa operazione culturale?

Questo lo possono sapere solo loro. Sicuramente il loro modo di lavorare non era convenzionale e la loro età non era quella dei soliti quattro adolescenti illuminati dal punk che provano in uno scantinato. Fin dall’inizio, ai CCCP sembra essere chiaro che stavano mettendo in gioco le loro vite e che stavano prendendo delle decisioni che avrebbero segnato e compromesso il loro essere adulti. Questo è qualcosa che traspare nelle canzoni, nelle scelte stilistiche e nell’energia che hanno riversato nel registrarle e che le rende complesse ed interessanti.

 

Hai raccontato la genesi e i contenuti di un disco importante, ma inquadrandolo in modo diverso dal solito. Mappe e territori, per citare il sottotitolo, sono costitutivi quanto i suoni, e partirei da Fellegara. La campagna, le comuni, il senso di “naturalità” dello stare insieme erano la norma sin dai tempi di Traffic, o Dylan & The Band. Nel loro caso però i tempi erano altri, così i risultati musicali: qual era il senso di quel ritiro emiliano?

Quando sono stato in bici a Fellegara, come scrivo all’inizio del libro, la prima cosa che mi ha colpito è stata la puzza. È una puzza di concime, quindi in qualche modo una puzza vitale, naturale, che attiva la crescita. Io più che alla west-coast ho pensato ai Faust, questo bizzarro gruppo kraut-rock, tra l’altro anch’esso sotto contratto Virgin, che viveva in un vecchio asilo in un paesino della bassa Sassonia oppure ai Crass e alla loro Dial House in Essex. Per i CCCP Fellegara ha rappresentato un’officina creativa e uno spazio vitale che era allo stesso tempo conveniente, spazioso e in qualche modo consono alla dimensione provinciale e artigiana del gruppo.

 

A proposito di luoghi defilati, mi ha colpito una tua definizione: Ferretti e Zamboni come “intellettuali di provincia”. Definirli musicisti era ed è fuorviante. Ci spieghi meglio qual era la loro dimensione intellettuale?

È una definizione che associo a molte delle personalità del post-punk, gente come Ian Curtis e Tracey Thorn, e che ho trovato spiegata bene nel romanzo Retour à Reims o in Cemetry Gates degli Smiths. C’è una generazione di donne e uomini provinciali, cresciuti e cresciute tra romanzi in paperback, dischi, riviste, fim e viaggi, che prima di internet si ‘curavano’ vicendevolmente la crescita e l’evoluzione intellettuale, ritrovandosi in spazi pubblici o in ‘terzi luoghi’ come le piazze, i bar, i palasport e le sale prova.

 

Berlino, inevitabilmente Berlino. Se ne potrebbe parlare per giorni, e scriverne tomi. La Berlino dei CCCP non è più quella dei Tangerine Dream, nè quella di Bowie. Quale Berlino i due trovano e quale slancio dà per creare la loro musica?

La Berlino dei CCCP è un po’ la mia Berlino preferita, quella ordinaria, quella che sa di Döner, di fumo, di birra economica e di sudore stirato di qualche mercatino delle pulci. La Berlino che magari non si trova più a Mitte, ma che esiste ancora, magari basta svoltare un angolo in una strada anonima e dietro un qualsiasi Netto o Lidl, si può finire a ballare in uno scantinato che fa da bar illegale ininterrottamente dal 1986 o ad osservare una scritta sbiadita in caratteri gotici sulla rivendita di carbone per le stufe.

 

Se pensiamo al punk la mente va ai Ramones, o ai Sex Pistols, o ai Clash, a gruppi che pur rompendo con ciò che li precedeva tennero in piedi un’ossatura elettrica in linea con la tradizione rock & roll. Pur collocati nello stesso macro-genere, i CCCP hanno dato un’altra interpretazione del punk: cosa avevano di diverso?

Parlo dei CCCP come un gruppo ‘meta-punk’, una band che prende il punk tanto sul serio da farne un’analisi critica. I CCCP decostruiscono il discorso del punk e lo usano per parlare di altro: di geopolitica, di bisogni individuali, di politica e di amore. Certo il punk, specialmente quello inglese, si sente in qualche riff di chitarra, ma il sound complessivo dei CCCP è qualcosa di molto più complesso e più vicino al post-punk.

 

A tal proposito, un dettaglio musicale di non poco conto: la drum machine. Uno strumento che crea una precisa connotazione. Necessità dovuta all’assenza di un batterista funzionale o voluta scelta estetica/artistica?

I CCCP non sarebbero stati gli stessi con un batterista. La drum machine è l’anima viva e pulsante del gruppo. Alla fine del mio libro ho fatto questa piccola ‘enciclopedia tascabile di Affinità e divergenze’ per dare un’‘agency’ agli strumenti del gruppo, che non sono inerti, ma che hanno un ruolo pari a quello umano nella creazione e nella performance musicale.

 

La noia, la piattezza padana del quotidiano, paranoia e salute mentale, il filosovietismo, i temi che troviamo nei dieci brani dell’LP mettono in evidenza qualcosa di nuovo per la musica italiana. Tu però sottolinei un loro interesse per il recupero di temi anni ‘60, in un’epoca in cui il revival aveva preso sempre più piede, da Ivan Cattaneo alla Rotonda sul mare in tv…

Gli anni ‘60 sono stati un periodo d’oro per la musica italiana e il loro revival negli anni ‘80 è stato pervasivo, come spiega bene Fabio de Luca nel suo libro sui Righeira. I CCCP non sono dei revivalisti, il loro uso del giro di Do in Mi Ami? è quasi ironico nel suo manierismo. Sicuramente dai riferimenti che spesso fanno a Patti Pravo e Caterina Caselli, i CCCP sono dei grandi fan di un certo tipo di musica anni ‘60 che rappresenta forse l’era della loro socializzazione musicale da bambini. 

 

Il concerto sprigiona la dimensione performativa che completa l’idea-CCCP. Per chi non li ha visti e soprattutto capiti all’epoca, pensi che la mostra Felicitazioni! abbia reso un buon servizio?

Certamente, la mostra mi è piaciuta molto e sicuramente ha colmato una lacuna per quelli come me che non hanno mai visto i CCCP dei tempi d’oro dal vivo. In qualche modo la mostra ha saputo ridare vita ad un archivio enorme della band, che spero finisca prima o poi in qualche fondo museale per essere adeguatamente conservato. Tutto questo, assieme ai dischi naturalmente, forma la componente materiale del patrimonio culturale dei CCCP. Quella più immateriale l’abbiamo vista all’opera sul palco durante la reunion e sicuramente anche questo ci ha aiutato a capire, parzialmente, cosa potessero essere i CCCP dal vivo negli anni ‘80.

 

Quando si è indagato sui possibili eredi dei CCCP la critica ha citato Offlaga Disco Pax e Le Luci della Centrale Elettrica. Da te invece vorrei sapere se la filosofia dei CCCP ha lasciato una traccia, se è diventata un modello da riprendere e attualizzare.

Sicuramente, i CCCP ci hanno insegnato che non servivano grandi mezzi per fare qualcosa di gigantesco e che il massimalismo della band poteva lavorare con strumenti, musicali e no, che a prima vista sembrano inadeguati, come chitarre giapponesi economiche o qualche vestito usato. Nonostante la musica viva in questi giorni una crisi, a causa dell’estrattivismo delle piattaforme come Spotify e dell’uso spregiudicato della produzione culturale esistente da parte delle intelligenze artificiali, i CCCP ci ricordano che la musica è qualcosa che nasce in maniera semplicissima e spontanea, qualcosa che ha a che fare con l’essere umani. Durante il COVID avevo cominciato a pensare da survivalista e un’idea che mi ero fatto era che fino a quando ci sarà qualcuno che batte su un secchio con un ramo d’albero e qualcuno attorno canta e balla, beh, ci sarà musica. Per me i CCCP sono questa cosa qui.   

Libro CCCP Giacomo Bottà

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