16/07/2026

L’”Odissea” di Christopher Nolan e il suono degli dei: perché la colonna sonora di Göransson è un’esperienza fisica


Il “divieto” di Nolan e la sfida di Göransson: ricreare il suono dell’Età del Bronzo senza l’aiuto di un’orchestra sinfonica. La magia dell'”Odissea” è anche nel suo suono

Lo abbiamo visto in anteprima a Melzo, in Sala Energia all’Arcadia, nel glorioso formato 70mm: l’Odissea di Christopher Nolan è un film monumentale, nel senso più letterale e fisico del termine e lo è alla faccia delle polemiche sulle libertà che si è preso rispetto al poema di Omero e al modo “giusto” di raccontare il mondo antico. A parlare è qualcuno che il mondo antico l’ha studiato per anni: proprio per questo l’impressione è che Nolan abbia fatto quello che facevano i tragici greci, cioè piegare il mito alle esigenze del proprio tempo, senza perdere un grammo di grandezza. Già il formato dice molto: è il primo film girato interamente su pellicola IMAX, pensato dichiaratamente per i grandi schermi e per sale come l’Arcadia, dove la dimensione fisica dell’immagine diventa parte integrante dell’esperienza. Le navi che fendono il mare, la grotta del Ciclope, le sabbie nere dell’Ade, ogni ambientazione sembra progettata per ricordarci che l’Odissea nasce da un mondo di pietra, bronzo e vento, non di CGI.

Dentro questa scala epica i personaggi restano sempre a fuoco: Matt Damon come Odisseo tiene insieme eroismo, fragilità e umanità, Anne Hathaway disegna una Penelope terrosa e concreta, Zendaya, Charlize Theron e il resto del cast abitano gli dei e le ninfe come figure potentissime ma mai museali. La bellezza del film sta in ogni inquadratura, nella maniera in cui Nolan costruisce spazi e corpi e li mette in relazione: la macchina da presa è allo stesso tempo testimone e narratore, capace di trasformare la marcia dei soldati, il silenzio del palazzo di Itaca, la tensione dell’arco che si tende in momenti di puro cinema, dove il mito è riconoscibile ma non imbalsamato. Un viaggio epico che è una lettera d’amore alla settima arte, ma anche un modo neanche troppo velato di parlare del nostro presente, di come l’uomo in fondo, nelle sue fragilità, nella sua brama di potere, pur non cambiando mai, abbia sempre modo di ricominciare: una speranza di un mondo nuovo è sempre dietro al prossimo sole che sorge.

A tenere davvero insieme l’esperienza non è solo l’immagine: è la colonna sonora di Ludwig Göransson, che in questo film diventa quasi la presenza degli dei, il soffio invisibile che piega il destino degli uomini. Nolan ha imposto una regola radicale: niente orchestra tradizionale, perché “un’orchestra, allora, non esisteva” e il rischio sarebbe stato quello di replicare le solite formule da peplum hollywoodiano. Da qui la sfida affidata a Göransson: costruire un paesaggio sonoro che sembri provenire dall’Età del Bronzo, usando strumenti che alla Grecia micenea appartengono davvero, prima fra tutti l’aulos e la lira, e poi una batteria di enormi gong di bronzo di diverse dimensioni. È una scelta che dà alla colonna sonora una specie di taglio “archeologico”: il film non si limita a evocare un’atmosfera antica, cerca di ricostruirne il suono, controllando gli strumenti su reperti, vasi, testi e ricostruzioni musicologiche.

Il lavoro sull’aulos è emblematico: si tratta di un doppio strumento ad ancia, l’equivalente di un oboe o di una cornamusa, considerato per un millennio lo strumento da rockstar dell’antica Grecia. Göransson ha lavorato con il musicista e studioso Callum Armstrong e altri esperti per ricostruire un modello funzionante partendo da uno strumento originale del VI-V secolo a.C., leggendo fonti antiche per capire come fosse suonato. Nel film, il suo timbro penetrante e insistente diventa il grido del mondo divino che invade quello umano: la voce delle sirene, il richiamo della hybris, il suono che trapassa la materia e ricorda ad Odisseo che la sua storia non è solo un viaggio, ma una contesa cosmica.

La lira, invece, è la chiave simbolica del personaggio di Odisseo e qui si vede quanto Nolan e Göransson abbiano ragionato in termini di immaginario antico e non di semplice colonna sonora. Göransson ha raccontato di come il regista gli abbia chiesto di pensare al suono della lira come al “pluck” dell’arco di Odisseo, alla vibrazione esatta in cui il legno, la corda e la freccia si tendono e scattano. Il motivo centrale della colonna sonora è costruito su quattro note, dove l’ultima è quel pizzicato, un gesto sonoro che coincide con il momento in cui il protagonista afferra il proprio destino, come se ogni tiro di arco fosse allo stesso tempo un atto musicale e un atto rituale da pelle d’oca. Quest’idea di suono come presenza divina attraversa il film: i grandi gong di bronzo, acquisiti in trentina di esemplari, creano un tappeto percussivo che non ha nulla a che fare con l’enfasi sinfonica classica. Ogni rintocco sembra la risposta muta degli dei alle azioni degli uomini, una specie di tuono controllato che punteggia le tempeste, i naufragi, le apparizioni di figure soprannaturali. Laddove la musica da cinema tradizionale cerca temi riconoscibili, qui la struttura è fatta di onde sonore, strati timbrici che si addensano e si sciolgono come nubi, più atmosfera che melodia, più paesaggio che leitmotiv anche grazie a un sapiente uso dell’elettronica. In diversi momenti la colonna sonora sembra quasi rifiutare l’idea di “tema eroico”: l’aulos soffia frammenti che non arrivano mai davvero a una frase compiuta, la lira accenna linee melodiche che si interrompono, i gong aprono spazi che il silenzio subito richiude. È un modo molto greco di pensare alla musica, più vicino alla mousiké originaria che alla tradizione sinfonica moderna: non una partitura che illustra dall’esterno le emozioni dei personaggi, ma una forza invisibile che fa parte del mondo diegetico, come il mare, il vento o la volontà degli dei. Per chi conosce il mondo antico, colpisce come la colonna sonora riesca a farsi “commento” senza mai diventare didascalica: l’uso delle voci, degli strumenti a fiato e delle percussioni non è mai decorativo, ma rimanda a una dimensione rituale. L’impressione è che Nolan e Göransson abbiano preso sul serio l’idea che nell’epoca di Odisseo il suono fosse letteralmente un canale con il divino e che ogni performance musicale fosse un’offerta, un modo di ordinare il caos intorno agli uomini. In questo senso, la colonna sonora dell’Odissea, tra strumenti tradizionali ed elettronica, è probabilmente la più “politica” tra le musiche di Nolan: mostra un mondo in cui la linea tra umano e sovrumano passa dal timbro, dalla vibrazione, dalla frequenza, più che dalle parole.

Uscendo dall’Arcadia dopo tre ore di pellicola 70mm, con ancora in testa il respiro irregolare dell’aulos e il peso dei gong, si ha la sensazione di aver assistito a qualcosa che oltrepassa l’idea stessa di adattamento. Nolan non ha solo portato l’Odissea al cinema: ha provato a farci sentire come doveva suonare un mondo in cui gli dei camminavano tra gli uomini e ci è riuscito trasformando la colonna sonora in una vera e propria divinità sonora, che veglia, giudica, punisce e, a volte, concede grazia.

Odissea Nolan

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