23/03/2007

Omaggio a Warren Zevon

Nei versi di Renegade si potrebbe riassumere pienamente il microcosmo dagli equilibri instabili di Warren Zevon, considerato, tra l’altro, che il cantautore americano è affetto da un tumore in fase terminale. La storia di Zevon è simile a quella di tanti altri californiani d’importazione che all’inizio degli anni 70 arrivano a frotte nella “città dove affonda il sole” in cerca di aggregazione culturale e fortuna cantautorale.

Nato a Chicago da genitori tedeschi emigrati durante la Seconda guerra mondiale, il giovane Zevon attraversò gli States per andare a patire tribolazioni fisiche e artistiche al Greenwich Village. Cominciò a scrivere canzoni per Nino Tempo e i Turtles, pubblicando per l’etichetta White Whale di quest’ultimi una cover di Bob Dylan, If You Gotta Go, Go Now, col nome di Lyme And Cybelle. Subito dopo, nel 1969, incise per la Imperial Wanted Dead Or Alive, un disco controverso prodotto da Kim Fowley, da cui viene tratta una canzone, She Quit Me, per la colonna sonora di Un uomo da marciapiede.

Il fiasco commerciale lo convince a lasciar da parte le velleità solistiche e inizia a lavorare con gli Everly Brothers in qualità di direttore musicale. Dopo cinque anni di vagabondaggi approda a Los Angeles dove incontra Jackson Browne, altra anima errante, disilluso anch’egli dall’East Coast. Diventano amici fraterni e allora, quasi trentenne, intraprende nuovamente la carriera solista con un omonimo lavoro prodotto proprio da Jackson Browne che, per l’occasione, riunisce la crema di L.A., tra cui gli aquilotti Glenn Frey e Don Henley, Phil Everly, David Lindley, John David Souther, il “beach boy” Carl Wilson, Ned Doheny e Bonnie Raitt. I risultati sono strepitosi. Ne esce un disco perfetto, sedotto appena dal country-rock con almeno tre pezzi da collezione: la struggente ballata Hasten Down The Wind, l’enfatica e volutamente retorica Desperados Under The Eaves che riecheggia con originalità certe atmosfere a metà strada tra Dylan e Neil Young e l’ineffabile Mohammed’s Radio, arricchita dai cori di Lindsay Buckingham e Stevie Nicks.

Nel frattempo Los Angeles era diventata definitivamente la terra promessa per tutta quella generazione di cantautori reduci dal ’68 ed eredi della tradizione beatnik. Erano i cantori della generazione di mezzo, disillusa da una società che viaggiava tra oziosità e crisi alla velocità della luce. Terence Boylan con Sundown Of Fools fotografa al meglio questa strana dimensione: “Non importa quanto tempo viaggi o in quali difficili condizioni. In qualsiasi strada ho trovato una ragione per tentare. Continuo a tornare in questa città e questo fiume. Continuo a tornare, ma non so mai perché. Sebbene il mio sguardo possa sembrare vuoto il mio cuore ha sofferto. È il tramonto degli stolti che qui son venuto a guardare”.

Questo amaro realismo suburbano stravolge gli stereotipi dei cantori californiani soprattutto nelle liriche. Il sarcasmo e l’ironia beffarda sono indice di un vero e proprio malessere esistenziale metropolitano. I sogni svaniscono e il mondo appare più reale e per questo più crudele. Jackson Browne, songwriter letterato ed eroe perdente come tutti quelli che si trovano a far quadrare gli ideali e le cose della vita, cattura la sua verità in Late For The Sky: “Tutte le parole sono state dette e la canzone dei nostri sentimenti era sbagliata, ancora ci aggiriamo nella notte guardando i nostri passi fin dall’inizio, sino al loro svanire nel cielo, cercando di capire le nostre vite / Quanto tempo ho corso per un volo di mattina e per le promesse sussurrate / La vita che cambiava, ma troppo tardi per il cielo”. Ma se Browne ha di fondo un concetto filosofico-umanista del cantautore, Zevon e compagnia dividono cuore e cervello tra Dos Passos ed Hemingway. Gente come Tom Waits e Randy Newman hanno fatto la storia della canzone americana e tutti se ne sono accorti, altri come Danny O’Keefe, Terence Boylan, Dirk Hamilton non l’hanno fatta, ma avrebbero potuto. Zevon sta nel mezzo, in compagnia di un altro Che Guevera del rock come Lowell George e i suoi Little Feat che in Merceneray Territory denunciano: “È un territorio mercenario, vorrei conosceste la storia / Sono stato là fuori così a lungo sognando canzoni / Ho fatto il mio tempo in quel rodeo / È stato così a lungo e non ho niente da mostrare”.

È la stessa Los Angeles spietata, priva di ideali, la stessa città in decomposizione dove sono vere solo le cose non viste e non provabili descritte da Zevon e che Waits in Virginia Avenue ribadisce con la sua vena da ubriacone e poeta di strada: “Camminavo lungo Virginia Avenue cercando qualcuno al quale raccontare tutti i miei dispiaceri / L’Harold’s Club sta chiudendo, e tutti se ne stanno tornando a casa, cosa deve fare allora un povero ragazzo, tornerò indietro verso casa, dormirò per cercare di dimenticare la stupidità della mente umana / Deve esserci un posto migliore di questo, questa vita che faccio mi sta portando alla pazzia”.

Questi menestrelli evidenziano il lato oscuro di Los Angeles, quello delle luci al neon e dell’umanità sconfitta, dei santoni e dei disperati, dal Sunset Boulevard a Chinatown. Una L.A. descritta in letteratura da Raymond Chandler, James Cain e Reyner Banham e in cinematografia da Altman nel Lungo addio e da Rafelson in Cinque pezzi facili. Comunque Los Angeles, essendo terra di frontiera, è crocevia di incontri stilistici stimolanti, paradiso dei grandi compositori contemporanei al pari della Grande Mela. E qui si muovono questi cantautori della nuova generazione dove convergono le speranze di chi crede nella definitiva rinascita della musica weastcoastiana. In mezzo a loro ci sono talenti sconosciuti come David James Holster, uomini del mistero come Steve Noonan, David Ackles, Tom Jans. Tutti lupi solitari con una poetica e uno stile musicale che attraversa cinquant’anni di canzone americana.

In questo periodo Zevon realizza un’accoppiata storica, prima con Excitable Boy del ’78, quindi due anni più tardi con Bad Luck Streak In A Dancing School, dischi che ancora oggi, a distanza di 25 anni, profumano di gloria eccelsa, con cammei di Bruce Springsteen e T-Bone Burnett. Sono lavori fondamentali per capire quella ‘dannata’ voglia di libertà creativa che si può ottenere solo se ti scrolli di dosso certi cliché che ruotano intorno alla classica pop song. Un esempio è il sarcasmo demenziale di Werewolves Of London, forse la canzone più famosa di Zevon, che recita: “Vidi un lupo mannaro con un menu cinese in mano / Attraversando le strade di Soho nella pioggia, stava cercando un luogo chiamato Lee Ho Fook’s per andare a prendersi un gran piatto di chow-chow di manzo / Lupi mannari di Londra / Se lo senti ululare vicino alla porta della tua cucina / È meglio che non lo faccia / La piccola vecchia signora fu mutilata la notte scorsa / Di nuovo lupi mannari di Londra”. E poi vere sceneggiature da film in formato canzone come Lawyers Guns And Money, ancora storie di guerriglieri e di rivoluzionari dell’America Latina come Veracruz o Roland The Headless Thompson Gunner. E infine la malinconia nascosta nella tragica comicità di Accidentally Like A Martyr, uno dei pezzi preferiti in assoluto da Jimmy Webb.

È l’America smascherata che canta gli emarginati, gli attori falliti, gli alcolizzati e lo stesso effimero mondo dei songwriter dell’epoca. Sail Away di Randy Newman è illuminante. Orchestrazione solenne, una specie di inno per raggiungere l’America, il Paese della libertà e dei sani ideali, poi arriva il testo e ti rendi conto che sono le parole di un mercante di schiavi che parla ai neri che sta caricando sulla sua nave per andare a venderli: “In America troverai cibo da mangiare, non dovrai attraversare la giungla e strascicare i piedi / Potrai cantare ‘Gesù’ e bere vino ogni giorno / È una grande cosa essere americano / In America ogni uomo è libero, si prende cura della sua casa e della sua famiglia / Sarai felice come una scimmia su un albero / Tu stai andando a essere un americano”. Cronache nude, riflessioni amare di artisti che nella rabbia non perdono la forza, non cercano rifugi.

Warren Zevon ha continuato in tutti questi anni a realizzare dischi fregandosene di esser deriso dal fallimento commerciale, di essere destinato all’illusione di dovere per forza essere sottomesso a un certo metodo di vita. Da un disco minore molto ‘hard’ come Envoy (1982) a Sentimental Hygiene (1987) con ospiti come i R.E.M., Neil Young e Bob Dylan, dall’album di cover Hindu Love Gods (ancora con i R.E.M. 1992), quindi Transverse City (1989), un ambizioso e riuscito concept album surreale ispirato ai racconti di Kafka e Thomas Pynchon, per proseguire agli esperimenti sonori di Mutineer e poi il grande disco Life’ll Kill Ya. Sono di ieri gli umori noir di My Ride’s Here (2002), una sorta di macabra e ironica meditazione sulla morte. Dentro questi classici da esplorare si rintracciano gemme sfavillanti come Boom Boom Mancini, ispirata al pugile italo-americano Ray Mancini dove Hemingway ha lo stesso peso per Zevon di quello che Fitzgerald lo aveva per il Terence Boylan di Ice And Snow.

Lo scrittore inglese Martin Amis è l’ispiratore di The Indifference Of Heaven e l’americano Thomas Pynchon di Run Straight Down. Ma il mondo della letteratura viene toccato ai suoi vertici quando su My Ride’s Here incide You’re A Whole Different Person You’re Scared, scritta insieme al leggendario Hunter S. Thompson.

Greil Marcus, sbilancianosi un po’, spiegava: “La comunicazione è un fallimento, perché se riesci a comunicare quel che hai da dire a un pubblico di massa, significa che quello che hai da dire non è abbastanza profondo”. E allora, Waits e Browne sono un culto; Newman, dopo 14 tentativi, è riuscito a vincere l’Oscar; gli altri sono tutti desaparecidos, outsider dispersi o confinati in nicchie anguste, altri conoscono Los Angeles soltanto di nome, ad esempio John Hiatt e Richard Thompson.

Warren Zevon, di tutti, ha vissuto nell’anima e nella pelle tutte le contraddizioni della città degli angeli: “E se la California scivola nell’oceano / Come il mistico e le statistiche dicono / Io prevedo che questo motel starà in piedi finché pagherò il conto” (Desperados Under The Eaves).

On demand

Iscriviti alla Newsletter

Vuoi rimanere sempre aggiornato su rock e dintorni? Iscriviti alla nostra newsletter
per ricevere tutte le settimane nuovi video, contenuti esclusivi, interviste e tanto altro!