18/06/2007

Omaggio a Woody Guthrie

Interviste a Billy Bragg e Ani DiFranco

FOLK RICICLABILE
INTERVISTA A BILLY BRAGG
di Paolo Vites

“Questa canzone è sotto copyright negli Stati Uniti per un periodo di 28 anni, e chiunque venga beccato a cantarla senza il nostro permesso diventerà un nostro ottimo amico, perché a noi non ce ne frega niente. Pubblicatela, scrivetevela, cantatela, ballateci, fateci lo yodel. Noi l’abbiamo scritta, ed è tutto quello che volevamo fare.” (Woody Guthrie)

Negli ultimi anni Billy Bragg si è quasi dimenticato della sua usuale professione di cantautore per immergersi negli archivi del più importante folksinger d’America, Woody Guthrie. Ne è emerso con due dischi (Mermaid Avenue Vol. 1 & 2) che rappresentano, senza voler disprezzare il suo precedente lavoro, il punto più alto della sua carriera, anche se a sua firma sono solo le musiche. Le liriche, naturalmente, sono di Woody Guthrie. Anche il successo commerciale (oltre 200mila copie vendute del primo volume) sono le più alte della sua carriera, il che testimonia la bontà del lavoro compiuto. Su invito di Nora Guthrie, figlia di Woody e custode degli archivi ‘guthriani’, il cantautore inglese ha esaminato centinaia di liriche mai musicate da Guthrie, e in molti casi mai lette da nessun altro in precedenza. Nora lo ha incoraggiato a scegliere e musicare quelle che lui voleva. Ben presto Bragg ha chiamato a collaborare con lui Jeff Tweedy, leader dei Wilco, che si è assunto l’onere di musicarne alcune e di accompagnare Bragg in studio. Billy Bragg è sicuramente l’uomo ideale che poteva portare a termine questo ‘pericoloso’ incarico. Convinto portavoce della sinistra inglese negli anni Ottanta, Bragg si è guadagnato l’attenzione in quel periodo come convinto oppositore della politica conservatrice del governo di Margaret Thatcher. La sua musica, come quella di Guthrie, è sempre stata socialmente impegnata, ma anche romantica, come dimostra il suo brano-manifesto (Socialism Of The Heart, un titolo decisamente ‘guthriano’). E come Guthrie, Bragg possiede la più rara delle qualità presenti in un ‘politico impegnato’: il senso dello humor e dell’ironia. Lo ha dimostrato segliendo per i due volumi Mermaid Avenue canzoni che hanno spiazzato chi conosceva Woody Guthrie solo come cantore politico, canzoni che parlano di Ingrid Bergman, Joe DiMaggio, oppure nonsense come Hoodoo Voodoo e addirittura dischi volanti (My Flying Saucer). E le ha musicate rifiutando gli stereotipi della folksong, scegliendo divertiti e divertenti rock’n’roll, country alcolici e sballati, dove quarant’anni di storia della musica si rincorrono in un gioco degli specchi che celebra non solo Woody Guthrie, ma lo spirito e la tradizione di un intero genere musicale.

Quando è nato il secondo volume di Mermaid Avenue?
Il materiale di questo secondo volume fa praticamente parte delle stesse session del primo. Quando preparammo il volume uno, registrammo circa quaranta pezzi; quest’anno i Wilco sono tornati in studio e hanno registrato altri quattro brani che sono stati aggiunti al secondo volume, ma praticamente si tratta di un’unica session risalente a due anni fa.

Ascoltando questi dischi, appare evidente l’attitudine informale e divertita di chi li ha registrati…
Sicuramente, c’era una splendida atmosfera in studio. Ci siamo divertiti parecchio, io, Jeff Tweedy e i Wilco. Ogni giorno eravamo qualcuno di diverso: una volta Bob Dylan & The Band, un’altra i Clash; come cambiarsi i vestiti di dosso e indossarne di nuovi.

Sia nel primo volume che nel secondo appare Natalie Merchant. Come è stata coinvolta in questo progetto?
Natalie è una buona amica di Nora Guthrie, avrebbe voluto prendere parte al progetto in modo più esteso, ma non aveva tempo, così è riuscita a registrare solo questi due brani.

Tu sei un cantautore, abituato a scrivere le musiche e i testi delle tue canzoni. Come ti sei trovato a dover lavorare solo sulle musiche con dei testi già pronti?
Oh, lavorare solo sulle musiche con dei testi già pronti è stato molto, molto più semplice di quanto devo fare di solito, quando devo scrivere testi e musiche per le mie canzoni. Quando compongo per me, devo lavorare con attenzione, cercare di non rifare un’altra volta la stessa canzone di Billy Bragg. Potermi concentrare solo sull’aspetto musicale mi ha permesso di godere della sola ricerca musicale, di esprimermi come forse non avevo mai fatto.

L’eredità artistica di Woody Guthrie è stimata in circa 2.000 liriche inedite. Come hai scelto i testi da musicare in questo enorme archivio?
Abbiamo scelto i testi da musicare dietro suggerimento di Nora; lei voleva che si rendesse noto un aspetto lirico del padre poco conosciuto dal pubblico. Tutti sanno del suo impegno politico e delle sue prese di posizione sociali, ma sentire Woody Guthrie dire che avrebbe voluto fare l’amore con Ingrid Bergman, o sedersi ai piedi di un vulcano italiano, sono cose che nessuno conosceva di lui.

Ricordo che quando ancora stavi lavorando al primo volume, certi ambienti conservatori del folk americano espressero parere negativo sul fatto che un inglese potesse fare un lavoro del genere su un artista americano come Guthrie…
Non mi sono fatto assolutamente intimorire da quelle opinioni, non hanno costituito nessun problema per me. Negli anni 40 Woody Guthrie scrisse un articolo sulle canzoni. In esso parlava di una canzone in particolare, Gipsy Davey, che aveva imparato da sua nonna; quella canzone era stata composta in epoca elisabettiana proprio in Inghilterra. Da questo punto di vista, dal punto di vista di Woody Guthrie, non ha nessuna importanza il tuo paese di provenienza, la tua nazionalità… Se una canzone ha attraversato l’oceano due volte, o una volta sola, comunque appartiene al mondo intero.

Basta poi pensare a tante delle prime e più famose canzoni di Bob Dylan, che non erano altro che delle melodie popolari inglesi riadattate…
Esatto, esatto. Sai come si dice: “Nella musica pop ogni cosa è ‘disponibile’, nella musica folk ogni cosa è ‘riciclabile’…

Per una curiosa coincidenza, in contemporanea con il secondo volume di Mermaid Avenue è uscito anche il concerto tributo a Woody Guthrie tenuto alla Rock’n’roll Hall Of Fame nel ‘96 a cui anche tu hai preso parte. Che ricordo hai di quella serata?
Il ricordo più forte è aver conosciuto Bruce Springsteen. Ricordo che arrivò quando avevamo già finito le prove del brano che avremmo dovuto cantare tutti insieme sul palco, Hard Travellin’, e lui non conosceva affatto quella canzone di Woody Guthrie. Lo raggiunsi appena arrivò e gli dissi che avremmo dovuto fare quella canzone, che gli avrei dato i testi delle due strofe che volevamo lui cantasse. Allora lui mi disse: “Non conosco quella canzone”. “Oh Bruce, sì che la conosci”, gli dissi io. “No, non la conosco affatto”, insisteva lui. Mi disse di andare nel suo camerino, mi diede la sua chitarra e il suo plettro e mi disse: “Canta, Billy, cercherò di impararla”. Così ci trovammo io e Bruce, da soli nel suo camerino, e io stavo insegnando a Springsteen una canzone… è il ricordo più emozionante di quella serata… Un altro bel ricordo di quella serata è che Nora insistette perché io cantassi un paio di brani a cui stavo lavorando per il progetto Mermaid Avenue (al tempo non ancora terminato e pubblicato, nda); io non mi sentivo pronto, ma lei insistette, e per di più di fronte a tutti quei woody guthrie experts, gente come Pete Seeger, Dave Marsh, Ramblin’ Jack Elliott… Ma ebbi ugualmente un bel responso dal pubblico, e fu un incoraggiamento per il lavoro che mi stavo apprestando a fare.

Come pensi sia accolta oggi, generalmente, l’eredità di Woody Guthrie?
Beh, in America c’è un autentico movimento di band, le chiamano roots band, che stanno cercando di esplorare le radici della musica americana, e di conseguenza valorizzano anche Woody Guthrie…

Ma dal punto di vista politico, credi che il suo messaggio abbia ancora un impatto sulla società americana, sui suoi politici?
Direi di sì, Woody Guthrie è assolutamente una figura centrale negli Stati Uniti, basti dire che This Land Is Your Land viene insegnata ai bambini nelle scuole, come una specie di ‘inno popolare’ americano…

Hai cercato di ottenere l’approvazione di Arlo Guthrie sul tuo lavoro? Sai cosa ne pensa?
Arlo è stato d’accordo sin da subito che io facessi questo lavoro con le liriche di suo padre, e allo stesso tempo io volevo essere ben sicuro che lui apprezzasse quanto stavamo facendo. Purtroppo non abbiamo avuto grandi occasioni di incontro, ma so che lui è molto contento del nostro lavoro.

Sebbene Bob Dylan, per sua natura, non prenda parte a progetti come Mermaid Avenue o a concerti tributo come quello di Cleveland, sono rimasto molto colpito, recentemente, ascoltandolo cantare dal vivo la sua Song To Woody con estrema passione e lo stesso affetto che aveva per Woody da ragazzo…
Dove hai sentito quella canzone?

È su un mini cd che è stato pubblicato da poco in Europa solamente…
Come si intitola quel mini-cd? Oh Dio, devo trovarlo assolutamente…

Beh, comunque volevo chiederti se secondo te Dylan è ancora legato alla figura di Woody Guthrie a tanto tempo di distanza da quando si definiva un “Woody Guthrie jukebox”…
Credo fermamente che Bob Dylan non sia mai andato lontano, nonostante tutti i suoi cambiamenti e le sue ‘svolte’, da quelle che sono le sue radici, che sono poi proprio le canzoni di Woody.
Non mi aspetto che Dylan prenda mai parte a progetti come questo ma la sua ombra era presente in modo fortissimo quando registrammo questo disco; eravamo tutti ben consci della sua importanza e della sua eredità musicale. Questi due dischi sono un tributo tanto a Bob Dylan che a Woody Guthrie .

PICCOLE FOLK GIRL CRESCONO:
IL CIRCO VIAGGIANTE DI ANI DI FRANCO
di Mauro Eufrosini

Il ‘circo viaggiante’ di Ani DiFranco è arrivato da poche ore a Correggio, per esibirsi al locale festival dell’Unità e lei, la piccola folk girl, si è appena svegliata. Il backstage, tre container con l’aria condizionata alla massima potenza, che formano una piccola corte a lato del palco, risuona della sua risata argentina. Sì, Ani DiFranco è davvero lontana dallo stereotipo di folksinger arrabbiata: grandi occhi verdissimi, un sorriso contagioso e un’entusiasta disponibilità.

Ci sono voluti tre anni per riuscire a pubblicare il concerto di Cleveland… Perché così tanto tempo? Davvero c’è voluto tanto?
Tutta colpa dei discografici. Gli artisti hanno aderito immediatamente.

La tua versione di Do Re Mi è uno dei momenti migliori di quel concerto. Perché hai riscritto completamente la musica?
La sera del concerto Billy Bragg mi chiese di suonare Do Re Mi con me. Ah, gli dissi, credo che ne farò una versione un po’ differente… Do Re Mi è una gran bella canzone. Ci sono tante belle canzoni di Guthrie alle quali sono legata, canzoni che affrontano temi come la lotta di classe, il razzismo, la sopraffazione e Do Re Mi è una canzone che io stessa avrei voluto scrivere. Può sembrare presuntuoso da parte mia, ma questo brano mi è molto vicino. E ho voluto suonarla come se fosse mia, farla uscire dal mio cuore. Io provengo da una tradizione musicale diversa da quella di Woody, e piuttosto che rifarla cercando di imitarlo, ho voluto farne una mia versione.

Che te ne pare del progetto Mermaid Avenue?
Non ho ancora sentito quello nuovo, ma il primo era incantevole. Mentre ero in studio per il missaggio di ‘Til We Outnumbered ‘Em, mi sentii con Nora Guthrie che era in Irlanda con Bragg e i Wilco. Le dissi che durante quelle sedute di missaggio, ascoltando per ore quelle canzoni, improvvisamente avevo capito il mondo poetico di Guthrie. Sino ad allora lui era stato una sorta di folk hero, un padrino per me, ma poiché apparteniamo a diversi periodi storici e poiché la sua scrittura è indubbiamente arcaica, non avevo mai sentito realmente la sua poesia. Nora mi disse che Bragg e Wilco stavano provando la stessa esperienza di rivelazione. Se riesci a liberare quelle canzoni dalla polvere del tempo, dalla loro ingenua patina folkie, allora puoi davvero comprendere e sentire la bellezza della scrittura di Woody.

L’eredità politica e musicale di Guthrie è ancora viva nell’America di oggi?
Sì. C’è una sorta di romanticismo attorno alla sua figura, un processo che è cominciato quando Woody era ancora vivo. Una sorta di riappropriazione, formale, della cultura popolare americana attraverso la santificazione di alcuni dei suoi protagonisti. Una operazione intellettuale, che portò Woody alla Carnegie Hall come una sorta di eroe popolare, per l’orgoglio della classe borghese in giacca e cravatta. Tutto questo è continuato nel tempo, ed è una forma assai superficiale di riconoscimento. Nel mondo della comunità folk, dalla quale io provengo, l’eredità di Guthrie è ancora viva. È un mondo fatto di festival, associazioni musicali, un circuito di club dove la musica è ancora politica, dove si affrontano ancora i temi cari a Woody e dove l’etica del musicista/viaggiatore che canta di ciò che vede e incontra, è ancora viva.

Nel tuo recente ep c’è una cover di Hurricane di Dylan…
Ho registrato quella canzone perché la produzione del film Hurricane mi chiese di farlo. Le due compagnie, cinematografica e discografica, sono connesse. Ma non hanno messo la mia versione nel film, così l’ho inserita nel mio piccolo ep.

Nello stesso ep c’è anche una cover di Phil Ochs, When I’m Gone…
Anche quella è stata registrata per un film, Steal That Movie. Non so gran che di Ochs, purtroppo. È un piccolo buco nero nella mia cultura musicale. Sono giovane, sto ancora imparando…

Parlami del tuo incontro con Prince.
Prince e io, pur essendoci incontrati diverse volte negli anni passati, non ci eravamo mai conosciuti sino a un anno fa. Suonavo a Minneapolis, dove lui vive, e venne allo show. Il giorno dopo ero ferma, e lui mi invitò al suo studio, Paysley Park. Mi chiese: “Posso suonare nel tuo prossimo disco?”. Io non sapevo che dire, ero emozionatissima. Beh sì, risposi, certamente! “Questo”, disse poi, “è il mio modo per chiederti di suonare nel mio disco, facciamo uno scambio?” Così mi presentai al suo studio, un posto davvero grandioso, perfetta cornice per il suo ego dominante. Ero terrorizzata e lui faceva di tutto per intimidirmi. Mi fece sentire la canzone una sola volta, poi mi chiuse nella sala di registrazione e mi chiese di suonare la chitarra. “In chiave di sol”, mi disse. Fanculo pensai, io non sono una musicista da studio. Non ho fatto scuole di musica, io suono a istinto. Ero davvero nel panico, ma pensai che piuttosto che farmi avere una crisi isterica era meglio provare a tirare fuori qualcosa dalla mia chitarra. Sono sopravvissuta e lui poi ha cantato una canzone nel mio disco. È stata un’esperienza fantastica. Sono una sua fan sin da quando ero teenager.

Nel tuo ultimo lavoro i fiati hanno un ruolo importante. Il suono è più funky, jazzy. Sono queste le tue nuove direzioni musicali?
Credo di sì. Ho cominciato come musicista folk e crescendo ho cercato sempre nuove forme. Non che le semplici strutture melodiche della musica popolare non abbiano forza, tutt’altro. È musica che ognuno può suonare e rendere propria. Sono io che non posso suonare sempre le stesse cose. Il mio mondo, musicale e non, si è allargato. Ora ascolto molto jazz e funk.

La title-track del tuo più recente album contiene frasi molto dure nei confronti dei media e dei fabbricanti d’armi. Hai avuto reazioni?
Beh, ovviamente i conservatori e gli amanti delle pistole hanno odiato me e quella canzone, ma questo non mi ha rattristato poi molto. Già mi odiavano! Ciò che invece mi è dispiaciuto è che la stampa musicale pop e i grandi media americani hanno avuto nei miei confronti un atteggiamento accon-discendente, semplificando ciò che ho scritto e inteso, e trattandomi come la solita ambiziosa folk girl. La grande stampa musicale non ha alcun rispetto per la poesia e la canzone politica. Per loro sei una che se la tira, una sputasentenze. Non supportano la musica politica. Ma forse sto generalizzando. Forse ce l’hanno solo con me e magari hanno ragione, perché la mia musica fa schifo (ridendo, nda).

Dipende solo dai media, o è invece una sorta di grande accordo generale che coinvolge tutto il mondo della comunicazione, compagnie discografiche comprese?
Sì. Nessuno supporta la musica che prova a sfidare, a cambiare le cose. Ora che ho raggiunto l’attenzione dei grandi media, ho visto che nel mainstream non c’è alcun senso di solidarietà, di cooperazione, ben presente invece nel mondo folk dal quale io provengo. Lì ognuno aiuta l’altro, e la sfida verso il sistema, il potere costituito, è viva e continua. Nessuna gelosia, ad esempio, per chi come me riesce ad oltrepassare il confine tra il mondo folk e quello al di fuori. Nel mainstream, invece, più grande è il tuo successo, più cercano di minimizzarlo e di banalizzare quello che stai facendo. Il pregiudizio dominante vuole che, per avere successo, ti debba svendere. Esser sinceri con se stessi, mantenersi integri rispetto ai propri ideali politici non è proprio contemplato. Credo che questo possa valere, in generale, per il mondo di oggi. Fanculo! (Ridendo, nda.)

La canzone Freak Show, che parla del circo, è una metafora della vita on the road dei musicisti?
Sì. Da anni, io e tutti quelli che girano con me, ci siamo definiti il ‘circo viaggiante’ e siamo come le scimmie aggrappate alle sbarre delle gabbie. È una vita dura, ma è anche il mestiere più bello del mondo. Non potrei mai svegliarmi presto tutte le mattine e andare sempre nello stesso posto per lavorare.

Stai lavorando a un nuovo album?
Ho appena cominciato le registrazioni. Non so ancora quale sarà il titolo, ma dovrebbe uscire nel gennaio 2001.

On demand

Iscriviti alla Newsletter

Vuoi rimanere sempre aggiornato su rock e dintorni? Iscriviti alla nostra newsletter
per ricevere tutte le settimane nuovi video, contenuti esclusivi, interviste e tanto altro!