Onorato presenta il nuovo album “Le beatitudini”
Sette brani nati da una lunga gestazione, tra ricerca sonora, visione poetica e una costante ricerca di senso nel fare musica
Musicista, scrittore, pittore, produttore artistico e promotore culturale, Onorato è da oltre quarant’anni una figura originale della ricerca e della sperimentazione artistica italiana. Dall’esperienza con gli Underground Life al percorso solista, ha costruito un cammino personale che attraversa linguaggi differenti, mantenendo sempre al centro la riflessione sul senso profondo dell’esistenza e sul ruolo dell’arte come strumento di conoscenza.
Le beatitudini, il suo nuovo album, nasce da una lunga gestazione e si sviluppa attraverso sette brani che hanno al centro la figura della Grande Madre Universale, intesa non come riferimento religioso ma come archetipo dell’origine, dell’accoglienza e del ritorno a una dimensione più autentica dell’esistenza. Un lavoro che intreccia ricerca sonora, tensione poetica e riflessione filosofica, senza rinunciare alla forma della canzone.
Nel corso dell’intervista Giancarlo Onorato racconta la genesi del disco, il significato della dedica che ne introduce l’ascolto, la scelta di pubblicarlo in un originale formato LP con CD e la nascita di ONOrArti, laboratorio creativo indipendente pensato per accogliere e sviluppare idee, progetti e linguaggi artistici differenti. Un confronto che diventa anche l’occasione per riflettere sul rapporto tra arte, mercato e ricerca di significato nel nostro tempo.
Aprendo l’album, oltre al CD, troviamo da una parte i credits e dall’altra una dedica che sembra introdurre idealmente all’ascolto. Ti chiedo quindi di spiegare questa frase: «Per la Grande Madre Universale che ci rivuole alla sua Luce».
Il mio percorso di ricerca artistica abbraccia da sempre una riflessione ampia, che va ben oltre la musica, come è del resto naturale quando l’approccio con la musica riguarda il pensiero in senso ampio. Per tutto il novecento la musica popolare aveva una grande eredità da sostenere, quella di avere il ruolo di traghettare i contenuti che un tempo erano stati solo appannaggio della musica colta. Nel novecento questo compito è stato assolto assai bene dal pop, secondo i criteri di una più ampia accessibilità, ma conservando e anche dove possibile potenziando il ruolo di analisi e rappresentazione del mondo, da sempre ruolo profondo dell’esperienza musicale. Poi tutto ha finito per andare alla deriva.
Sono un autore che non ha mai dimenticato che fare musica significa soprattutto assumere responsabilità di contenuto e riflettere sul senso profondo delle cose. Così i miei dischi hanno la caratteristica (qualcuno in tempi di eccessivo appiattimento potrebbe dire “la presunzione”) di affrontare riflessioni.
La Grande Madre Universale è un richiamo a forme arcaiche di significazione dell’origine, un concetto antichissimo, che vede nella femmina generatrice di mondi la vera Dea Madre, che accoglie e elargisce la vita. Non è un credo religioso, non è una professione di fede né una corrente mistica o roba del genere. Non si creda. È ritorno a casa.
In copertina io riproduco un segno che ricorre nelle figure ancestrali dell’utero, che si ritrovano anche in antiche rappresentazioni riferibili appunto alla Madre primigenia, da qui la M, la cui forma è riprodotta nelle fotografie.
Il tema attraversa le mie opere di questi anni, dagli scritti di narrativa alla musica, e in Le beatitudini ha trovato la forma del tema centrale. Si potrebbe dunque ritenerlo un Album con un tema di fondo, benché io abbia cercato di mantenerlo sulla dimensione della ricerca pop. È cioè un disco di canzoni, dirette e strutturate al tempo stesso, solenni e leggere contemporaneamente, con segni importanti veicolati in un modo che ho ritenuto accessibile, in quanto appunto canzoni.
Come mai, per quanto riguarda la copia fisica del lavoro, l’album è in formato LP ma all’interno si trova un CD?
Perché volevo rompere gli schemi della forma, dal momento che le mie canzoni intendono da sempre rompere quelli del contenuto. Io non scrivo canzoni di maniera, non di genere, non consolatorie, non divertenti o finto-impegnate. Scrivo brevi opere che in un lasso di tempo compreso tra i 3 e i 6 minuti vogliono essere come un’opera lirica: una storia con temi, inquadrature, ascese e discese di pathos, veemenza e dolcezza. Tutto in una canzone. Inoltre, che lo si sia inteso oppure no, la mia proposta artistica ha sempre avuto un fondamentale valore politico in senso stretto, ed il fatto che ogni volta mi tocchi precisare che “politico” non significa “militante” (pessima espressione figurata presente nell’agire politico da anni, che riporta a divisioni e a lotte) o di parte, dice bene quanto poco siano ascoltate le canzoni.
Sentirle non è la stessa cosa che ascoltarle. Persino impararne a memoria e ripetere automaticamente le preferite non è ascoltarle.
Politico significa piuttosto di aperta condivisione e scelta radicale di verità umana. Non posa, non opportunismo, non schierarsi dalla parte che più fa comodo, un atteggiamento che invece ho dovuto notare in molti colleghi, negli ultimi anni di più. È quanto si respira negli ambienti di musica, e specialmente in quella pop, tra discografici, addetti ai lavori e persino tra musicisti: ipocrisia, antagonismo, ossessione di primato, di visibilità, e trionfo del ‘mors tua vita mea’. Niente di tutto ciò ha a che vedere con “politico” in quanto scelta elettiva di sé e del prossimo.
La moda di stampare poche copie di vinile, accolta un tempo come un passo di snobberia, di aristocratica elezione, e ora divenuta una specie di dovere per adattarsi agli standard ritenuti validi, illustra l’estrema limitatezza della fruizione di musica piuttosto che rappresentare esigenze di qualità sonora che il vinile offrirebbe a pochi eletti fruitori. Dal momento che Le beatitudini è un album immaginifico, così come mi è parso triste nullificarlo nella sola dimensione “virtuale”, allo stesso modo mi pareva limitante circoscriverlo come superficie fisica ad un piccolo oggetto, il CD, un formato che peraltro più nessuno vuole.
Allora ho pensato che unire l’estensione di forma tipica di un LP con il cuore sonoro di un CD fosse il modo più elettivo per presentarmi. Anche perché il mio è un disco completamente indipendente. Considerate che se a qualcun altro verrà in mente di rifarlo, Le beatitudini possiede il guizzo di averlo fatto contro ogni regola del mercato, che di norma prevede l’assunto: fai ciò che è più conveniente dal punto di vista economico, ovvero cerca di ottenere più di quanto hai dato. Cari amici, fare musica, e in genere fare pensiero, è una faccenda di dono, di offerta di sé, e solo dopo aver dimostrato si potrà attendersi un ritorno, ammesso che un numero sufficiente di persone sarà stato raggiunto dalla tua proposta. Se rimane invece una faccenda di banale compravendita, allora possiamo andare tutti a dormire, dimenticandoci bei discorsi attorno a qualità, arte, significato, ma anche attorno a umanità, empatia, condivisione.
Come hai maturato la scelta di utilizzare le immagini a infrarossi per la copertina?
Gli infrarossi in una immagine parlano delle aree di calore, le evidenziano e distinguono, sono delle eccitazioni visive che corrisponderebbero ad un accentramento di temperatura, il che mi riporta ai momenti in cui un’esistenza è finalmente attraversata e portata, condotta nel volo della passione intima, la ricerca di bellezza che tutti nascondiamo dentro e che per me coincide con la ricerca del senso profondo delle cose. Non riesco ad immaginare una vita dedita solo agli aspetti pratici del vivere stesso, non credo si possa dirsi viventi senza un profondo scavo che sappia ricondurci alla domanda su cosa sia e da dove venga questo vivere. Per quanto mi riguarda, l’erotismo e il sensualismo che si intravedrebbe come costante nelle mie opere, non è altro che domanda intima sul senso più assoluto del vivere. Mi pareva così che le cariche di colore espresse dagli infrarossi fossero un bel modo per rappresentare il concetto.

Quando sono nati i brani di Le beatitudini? È stato un lavoro lungo per giungere al risultato finale?
Molto lungo. I brani sono nati tra il 2017 e il 2025. Un lasso di tempo che ha compreso tutte le lavorazioni per giungere al risultato che si può sentire. Anche qui io non sento di dovermi precipitare nel cosiddetto mercato con costante puntualità al solo fine di essere presente, ma ritengo più onesto e utile assecondare i flussi dell’opera stessa, sin tanto che questa non la si senta conclusa, o almeno sufficientemente espressa. L’opera resta comunque sempre aperta. Il lungo lavoro di gestazione è dovuto a diversi fattori, anche epocali, se pensiamo a ciò che è accaduto di recente, ma in cima a tutto c’è il bisogno di consegnare qualcosa che possa rappresentarmi davvero, e possibilmente senza troppi condizionamenti, economici o pratici, logistici che siano. Sono sicuro che questa visione sia ritenuta il più delle volte nemica della riuscita commerciale di un disco; io la penso in modo diametralmente opposto, giacché la riuscita di un’opera sta nella capacità di tenere nel tempo, non tanto in quella di sfruttare flussi o momenti di tendenza.
Ci hanno lavorato una ventina di musicisti, nel corso di alcuni anni, dato anche il fatto che giunti al 2022 era già pronta e diciamo una manciata di pezzi vicina ai mix conclusivi, ma, siccome la storia ci aveva fatto uno sgambetto epocale (il riferimento è alla pandemia di Covid-19, ndr), avendo tempo per pensare, mi sono avveduto della opportunità di fare radicali sistemazioni e tornare a scrivere e a produrre nuovi brani. Sarebbero due gli album dai quali ne è scaturito uno solo, Le beatitudini, selezione di sette pezzi su una ventina giunti a compimento.
Pubblicare per me rimane una operazione seria e definitiva, nel senso che una volta partorito il disco e offerto in una qualunque forma al giudizio dei fruitori, si chiude un capitolo per poterne aprire uno nuovo. Così questo Album è per me la fotografia ben focalizzata di un momento storico, per andare oltre.
Al tuo fianco ci sono molte persone che hanno contribuito alla realizzazione dell’album, come Meg Russo e Marco Giuradei, ma ovviamente non sono gli unici. Vuoi raccontarci qualcosa “della tua squadra” e del contributo che ha portato al disco?
Da qualche tempo ho compreso l’importanza di dare risalto al lavoro altrui, qualcosa che in verità non è mai mancato nella mia produzione. Ma ora sento che aver raggiunto un controllo importante tanto della scrittura quanto della produzione stessa di un brano non è sufficiente, occorre sapersi affidare allo sguardo e alle capacità di altri attori. Meg Russo oltre ad essere co-produttrice del lavoro, ha seguito tutte le fasi di lavorazione, Luca Terzi e Fabrizio Carriero, e prima ancora Marco Giuradei (che ha prodotto invece il brano Stanotte), e poi ancora Isabella Vimercati, hanno dato apporti determinanti. Meg Russo alle tastiere e arrangiamenti archi, Luca Terzi per tutte le chitarre elettriche, Fabrizio Carriero per la batteria, da anni a questa parte sono con me nei concerti. Con loro dopo avere a lungo provato e organizzato le strutture dei pezzi in una lunga preproduzione, siamo entrati in Studio per fare incisioni in presa diretta, con l’aggiunta di Giulio Corini al basso, prima che io passassi poi a levigare e modificare il materiale avendone una visione più chiara. Il missaggio e le masterizzazioni sono stati affidati alle indubbie abilità di Luca Tacconi a “Sotto il Mare Recording Studio”, nel veronese, che ha seguito con pazienza tutti i percorsi immaginifici che mi abitavano. Si deve a lui la potenza e la compattezza del suono finale.
Quella di cantautore non è la tua unica attività: come riesci a far convivere le diverse forme della tua espressione artistica? Ad esempio, fai entrare la pittura nei tuoi concerti?
Sono un po’ in contrasto con la definizione di “cantautore”; rispetto al concetto ordinario di chi canta le canzoni che scrive, mi sento assai più vicino al compositore e chi insegue un’idea polimorfa e in continua trasformazione delle strutture e delle forme musicali. La letteratura sta alla base del mio sentire una canzone, che per me rimane uno scenario sonoro con un testo conduttore, quindi sarei forse più affine al ruolo di cineasta, con la sola differenza che la visione alla fine sarà sonora e non per immagini. Letteratura e canzone per me camminano a fianco, mentre la pittura rappresenta l’aspetto visionario e primordiale nel senso ideativo. Quando scrivi una canzone, intuisci dove stai andando e ti torna dentro qualcosa che avevi maturato e presentito, ma poi è l’incontro con gli altri a determinare il risultato; nel produrre un testo narrativo i livelli sono plurimi ed il lavoro esclusivamente intimo e personale, solitario; la pittura viene invece dal dentro sconosciuto, e porta in emersione fantasmi, desideri e forme che hai catturato inconsapevolmente nel tempo. Qualche volta in passato vi sono stati concerti che si avvalevano di scenografie composte da miei dipinti. Tuttavia non è facile mettere in uno stesso contenitore due sistemi di rappresentazione come questi, quindi solo in piccoli allestimenti è possibile, diversamente occorre attendere occasioni davvero importanti, in cui si possa dedicare alla esposizione dei dipinti la medesima cura dedicata alla musica. Le canzoni tuttavia contengono immagini sovente rintracciabili nei dipinti.
È la letteratura il luogo segreto in cui confluisce un lungo rimestare di climi e concetti, ed è da tempo in preparazione un testo per me di grande importanza. Tuttavia ho imparato a non fare troppa sovrapposizione, dato il peso che do a ciascuna delle discipline che ho l’arroganza di mettere in campo.
Il modo di tenere insieme tutte queste esperienze artistiche è ONOrArti, la struttura produttiva indipendente avviata proprio con il nuovo album?
Sì, ed è pensata non come una etichetta musicale, bensì come una struttura polivalente e cangiante, adatta a sostenere i vari aspetti del produrre idee. Questa idea di laboratorio di arti incrociate è sempre stato nella mia mente, e per visualizzarlo, per chi ci legge, occorre pensare alla bottega d’artigiano in cui si forgiano differenti tipologie di proposte, ma anche basata sulla liberazione, sul superamento del vecchio concetto di “etichetta”, un altro dispositivo venuto a cadere con i cambiamenti degli ultimi anni e ormai sempre più in atto. Non tutte le cadute di sistema però sono un problema. Io peraltro sono e sarò più che mai aperto a collaborazioni e integrazioni, combinazioni varie con qualunque organismo, ente o realtà produttiva.
Vorrei poter accogliere diverse personalità, se dotate di un sufficiente senso della attuale realtà. Occorre intendere che oggi produrre pensiero torna a partire da una dimensione essenzialmente velleitaria: le idee sopra e prima di tutto. Sovvertendo il paradigma che abbiamo colpevolmente assorbito dal mercato, il profitto come meta, finché questa fissazione del profitto non ha mandato all’aria ogni innovazione, ogni invenzione, ogni miglioria, che è invece frutto di un fondamentale coraggio e di visione creativa autentica. Io dico: l’opera come meta, se sai rintracciarla e produrla, e se c’è l’opera, l’opera per davvero, tutto il resto, prima o poi, verrà.
In conclusione vorrei tornare alla dedica che apre l’album. Quando scrivi «Per la Grande Madre Universale che ci rivuole alla sua Luce», pensi che oggi siamo ancora capaci di ascoltare questo richiamo?
Se non lo credessi, non farei quello che faccio, come lo faccio. Non è la cosa più semplice e comoda del mondo volersi fondare sui contenuti anche quando questi sembrano invisi alla maggioranza, e a costo di prendere contromano le vie principali. Non lo fai perché vuoi provocare o perdere consenso, nessuno è tanto autolesionista, lo fai perché senti che è la cosa giusta. La storia però ci insegna che esiste una brace che cova sotto le ceneri: quella brace è un fuoco che non si spegne mai. Siamo tutti capaci e desiderosi di accogliere quel messaggio di radicale ritorno alle basi di tutto, un richiamo, come lo hai giustamente chiamato tu. La mia Madre Universale è il bisogno di ciascuno di noi di tornare a casa, di essere accolto e ascoltato, rimediato in tutte le sue parti, rimesso al mondo. Siamo figli perduti, che hanno dimenticato ciò da cui venivano, e perduta per questo la via ed il senso delle cose. Se ascoltiamo o leggiamo un qualunque proclama di un qualunque capo di governo attuale nel mondo, vediamo e sentiamo chiaramente di essere tornati all’assurdo in cui ogni follia è possibile e persino giustificata.
Quella Madre Universale ci rivuole alla sua luce perché è ciò che ciascuno desidera dentro di sé: per uno è il ritrovarsi, per un altro è saper amare ed essere amato, per altri è ritrovare le radici, per altri ancora è il senso intimo della vita.
“Le beatitudini” sono quegli spiragli in cui una luce antica e sempre viva manda bagliori furtivi. Sta ad ognuno di noi intravederla e capire di dover ricominciare da quei bagliori.
Venerdì 26 giugno alle 18.30, alla Galleria Villa Contemporanea di Monza (via Bergamo 20), Onorato incontrerà il pubblico in un appuntamento dedicato a Le beatitudini. L’artista racconterà la genesi dell’album e il proprio percorso creativo, accompagnando il dialogo con alcuni momenti musicali dal vivo. Ospite della serata sarà Andy dei Bluvertigo. A condurre l’incontro sarà l’artista e scrittore Roberto Bonfanti.
Al momento Le beatitudini è disponibile solo qui su Bandcamp e in formato fisico ai concerti di Onorato. È inoltre possibile richiederne una copia scrivendo a [email protected].
Onorato – Foto di Massimo Tuzio







