02/10/2026

Paola Turci racconta “Amore a dismisura”: «Se c’è rabbia dentro l’amore, c’è qualcosa che non va»

Nel nuovo album Amore a dismisura, Paola Turci affronta fragilità, assenze, desiderio e possesso con un suono rock, secco e diretto, lasciando che ogni canzone diventi una domanda aperta sull’amore e sulle sue contraddizioni

Paola Turci torna dopo sette anni con Amore a dismisura, un disco che non usa l’amore come parola-rifugio, né come scorciatoia sentimentale. Lo prende invece nella sua forma più instabile e contraddittoria: «Come forza caotica e primordiale, come fame, come tempesta». È un album di dieci brani, pubblicato oggi 2 ottobre da BMG, nel quale la cantautrice attraversa fragilità, assenze, desideri, memoria e trasformazioni senza cercare di ricomporre tutto in una risposta definitiva. Il suono è rock, secco, fisico. Un disco suonato, costruito su basso, batteria, chitarre, pianoforte, archi, fiati e tastiere, con pochi interventi elettronici e senza una produzione sovraccarica. «L’intenzione era proprio quella di ritrovare le mie sonorità», spiega Turci, «basso e batteria suonati senza triggerare, senza troppi orpelli, senza una superproduzione». Il risultato è compatto ma non uniforme: dentro ci sono vibrazioni provenienti dalla letteratura, dalla filosofia, dal cinema e dalla musica, da Lou Reed a Battiato, da Johnny Cash a Nick Cave. Non tanto citazioni quanto correnti sotterranee, tracce che contribuiscono a definire il paesaggio emotivo dell’album.

Il disco nasce da un lungo processo di sedimentazione. Turci aveva iniziato a lavorare con Giuseppe Anastasi e Diego Calvetti, scrivendo con regolarità e accumulando materiale sufficiente per un album intero. Poi la vita ha cambiato direzione: incidenti, cadute, ospedali, altri eventi «piccoli per il mondo ma grandi per me». Quando è tornata ad ascoltare quelle canzoni, non vi ha più riconosciuto la propria voce. «Non ci ho ritrovato niente», racconta. Di quel primo lavoro sono rimaste soltanto alcune annotazioni, trasformate fino a diventare altro. Il nuovo album ha preso forma anche in un residence romano, durante un periodo di passaggio. Turci ha ripreso in mano la chitarra dopo anni e ha ricominciato a scrivere con una continuità che l’ha sorpresa: «Prima un pezzo, poi un altro, una strofa e un ritornello. Le immagini e l’idea erano venute fuori subito, quotidianamente». Per la prima volta, o almeno come non le accadeva da molto tempo, testo e musica sembravano arrivare insieme. «L’ho trovato sorprendente, quasi la risposta a tutto questo silenzio che c’è stato in questi anni, iniziato con la pandemia».

Le canzoni seguono un arco preciso, anche se non raccontano una storia lineare. Partono dalla maschera di Non basta l’argenteria per essere splendida, dove l’apparenza luccica e insieme si smaschera, e arrivano all’incontro con sé stessi di Vita mia. In mezzo ci sono la memoria di Manchi, il dialogo fragile di E va bene così, la domanda di Lo stesso errore, la dimensione collettiva di Gesù di Michelangelo e il confronto con la violenza e il possesso di Miss, scritta da Francesco Bianconi.

«Questo disco nasce come un percorso di scrittura e interpretazione che attraversa identità, fragilità, trasformazione e memoria emotiva», dice Turci. «Non è una raccolta di brani tematici in senso stretto, ma una narrazione che si costruisce per frammenti». Ogni canzone è «un punto di vista, una voce, un passaggio di stato». Il filo comune non è una vicenda unica, ma lo sguardo di chi attraversa la complessità senza semplificarla. In Manchi Roma diventa la geografia di un’assenza. Non è soltanto la città di un amore passato, ma il luogo in cui quel ricordo continua a comparire nelle strade, nei pensieri, nelle cose quotidiane. «È la presenza di un’assenza», dice Turci. E in questa formula c’è forse il centro dell’album: non l’amore romantico delle canzoni pop, ma un sentimento che dovrebbe coincidere con il bene dell’altro, con l’amicizia, con la cura. «L’amore deve restare al centro. Può arrivare a un confine, ma non può oltrepassarlo, altrimenti diventa un’altra cosa».

È una distinzione che diventa necessaria quando il linguaggio continua a confondere amore e possesso. Turci rifiuta espressioni come «l’ha uccisa per troppo amore» e mette in discussione persino l’idea di un amore «a dismisura» quando viene usata per giustificare la violenza. «Il troppo amore per me non esiste», afferma. Esistono invece la violenza psicologica, verbale, digitale ed economica e l’incapacità di riconoscerle quando si annidano dentro una relazione. Lo stesso errore nasce da una domanda personale: perché continuare a sbagliare? La risposta non è consolatoria: forse si continua a sbagliare perché non si è ancora finito di comprendere. «Sono errori che commetto sulla mia pelle», ammette Turci. La canzone arriva così alla sua immagine più forte: qualcuno sta affogando e l’altro gli chiede di volare. La domanda diventa allora inevitabile: «Chi ho accanto?».

La biografia, in questo disco, non è un ostacolo da nascondere. «Questo disco non poteva essere fatto a trent’anni», osserva Turci. «Perché E va bene così richiede di avere davvero qualcosa da perdonarsi. La biografia non è un problema da gestire. È la fonte». La maturità non viene esibita come una medaglia: serve piuttosto a stare dentro le contraddizioni, a riconoscere la fragilità e a non confondere il perdono con l’assoluzione. Anche Gesù di Michelangelo sposta il discorso dalla dimensione privata a quella collettiva. La canzone nasce dall’immagine di un ragazzo che sbarca dopo aver attraversato il mare e una storia capace di cambiargli i connotati. La donna che lo attende non lo riconosce, ma lo accoglie: «Ho pensato a tutte le volte in cui ci troviamo a incontrare qualcuno e decidiamo se accoglierlo o respingerlo. Non parlo solo a livello individuale, ma in generale di un Paese che insiste molto sull’essere nazione e sui valori identitari, dimenticando forse la propria storia. In questo momento storico è drammatico provare un senso di impotenza di fronte all’evidenza che basterebbe riscoprire l’accoglienza, la compassione e la pietà intesa come condivisione del dolore altrui», dice Turci. Il disco non si chiude su una storia personale: si chiude su un grido collettivo, Non dimenticare.

A dare forma alle diverse prospettive sono anche le collaborazioni con Motta, Anastasi, Veronica Lucchesi e Bianconi. Ma il punto di sintesi resta la voce di Turci, che non cerca di uniformare le scritture: le attraversa, le mette in relazione, le porta dentro una stessa tensione interpretativa. Nell’ultima traccia, il canto si spezza e si apre in una scarica quasi liberatoria. «Non avevo scritto il finale», racconta. «È una registrazione live». Una conclusione fisica, imperfetta, coerente con un album che non vuole chiudere le ferite in modo ordinato. Amore a dismisura esce in formato fisico – CD, vinile numerato e download digitale – mentre sulle piattaforme streaming arriva Pezzi di amore a dismisura, con i singoli già pubblicati e l’inedito Miss. Il racconto proseguirà dal vivo con due concerti-evento: il 29 novembre alla Santeria Toscana 31 di Milano e il 3 dicembre al Largo Venue di Roma. Prima, il 6 ottobre a Roma e il 7 ottobre a Milano, Turci incontrerà il pubblico per due appuntamenti di presentazione e firmacopie. A ottobre arriverà anche il Premio Tenco alla carriera: «Sono molto contenta e stupita. Questo disco lo metto un gradino sopra agli altri, sia per il modo dirompente in cui è arrivato, sia perché ha sedimentato per diversi anni. È un disco che ho scritto, pensato e che contiene elementi e storie che mi rappresentano. E questo premio, per quanto sia alla carriera, mi fa pensare che questo album in particolare se lo meriti, essendo a sua volta un po’ un disco-carriera». Un riconoscimento che, in questo caso, sembra guardare non soltanto al percorso alle spalle, ma anche alla necessità di ricominciare da ciò che ancora brucia.

Paola Turci

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