15/05/2007

Patrioti

L’atto di rivolta dei Pearl Jam

Non puoi essere neutrale su un treno in movimento. Lo dice Eddie Vedder in una nuova canzone dei Pearl Jam intitolata Down, un’invocazione affinché “la luce non m’abbandoni” e “l’oscurità non m’inghiotta”. Neutrali i Pearl Jam non lo sono mai stati. Dieci anni fa, mentre l’industria culturale coltivava l’idea d’avere a che fare con una generazione apatica fatta di “losers” inadatti ad agire e meno che mai attrezzati ad affrontare la vita reale, i Pearl Jam davano voce a chi “perdente” lo era davvero, e non per scelta o per posa. Gente che era stata rinchiusa in una casa di correzione, che aveva perso un genitore, che aveva subito maltrattamenti. Gente che, nonostante tutto, sperava. A quella speranza i Pearl Jam si sono aggrappati per fare musica e quella speranza non l’hanno tradita, ma coltivata e nutrita e articolata. Come ha detto una volta Ed, “la musica è sempre stata un mezzo per trasmettere messaggi”, vale a dire la ragione stessa della sua arte, il significato ultimo, “e non per parlare di motociclette”. Non so se tutti gli altri membri della band la pensano allo stesso modo. Non so nemmeno se i fan la vedono così. Ma so che ripensando al repertorio dei Pearl Jam, alle loro parole, e soprattutto alla loro storia, non posso che dar ragione a Vedder. Ascoltando le canzoni migliori del nuovo album Riot Act, invase dalla voglia di testimoniare il nostro tempo, mi convinco che non potrebbe essere altrimenti. “Spero che queste canzoni evochino una discussione onesta e aperta circa gli attuali problemi mondiali”, ha detto Eddie alla radio K Rock di New York. “Viviamo in un periodo a dir poco intenso. È il momento di essere attivi e farsi delle opinioni fondate che vadano oltre quello che ci propinano i mass media.”

Da quando il treno di cui canta in quel brano ha aumentato velocità, l’unica opzione per i Pearl Jam è diventata esserci. Fare. Testimoniare. Il movimento antiglobalizzazione che ha bussato brutalmente alla porta di Seattle, l’11 settembre, la guerra in Afghanistan, sono tutti eventi che hanno lasciato il segno e che fanno capolino in

Riot Act. Lo fanno in modo più sottile rispetto sia alle veglie patriottiche, sia a certi freddi slogan rivoluzionari. Se due anni fa Eddie giurava il suo malcontento alla bandiera, tenendosi per cose più importanti la fedeltà, oggi sputa parole infuocate all’indirizzo del Presidente Bush: lo chiama “a Texas leaguer”, cioè il membro d’una cricca di potere texana, “not a leader”, non un vero capo. Non credo che i programmatori radiofonici americani, che sono terrorizzati persino da Imagine, trasmetteranno mai questo brano.

Il talento dei Pearl Jam di oggi, come di quelli di 10 anni fa, sta nella capacità di ricordarci che dietro a ogni storia, anche a quella con la esse maiuscola, ci sono muscoli e sangue e ossa, ci sono uomini e responsabilità, ci sono scelte. La loro grandezza sta nel ricordarcelo suonando musica vibrante. Come ha detto Ed, “avevo bisogno di qualcosa che facesse aumentare il volume di ciò che scrivevo. Con batteria e chitarre dietro, con ritmo e melodia, anche frasi semplici acquistano vita”. Aveva bisogno della musica.

Non puoi essere neutrale su un treno in movimento. Non è una frase di Eddie, è una citazione. You Can’t Be Neutral On A Moving Train: A Personal History Of Our Times è il titolo dell’autobiografia di Howard Zinn. Professore emerito alla Boston University, storico di vaglia, attivista, voce dissenziente della sinistra americana e perciò a quanto si dice schedato dall’Fbi, Zinn è uno dei cattivi maestri di Vedder. Con lui ci sono Daniel Quinn, Arundhati Roy, Noam Chomsky e altri pensatori ‘contro’ citati in un manualetto “per un libero vivere” spedito qualche mese fa dalla band di Seattle ai propri fan. In quel libretto l’America contemporanea era rappresentata da una bandiera molto particolare: le strisce rosse e bianche c’erano tutte, ma al posto delle stelle c’erano i loghi delle maggiori multinazionali, una rete di potere cui il governo del Paese è, secondo Vedder, asservito.

Negli ultimi anni i Pearl Jam hanno moltiplicato i rapporti con pensatori e cineasti, scrittori e attivisti. Credo che sia aumentato di conseguenza anche il loro spessore culturale. I brani di Riot Act hanno un prima e un dopo, un sopra e un sotto, e per discuterne coinvolgo Howard Zinn. Il fatto che uno storico del suo calibro, autore d’un libro su cui hanno studiato centinaia di migliaia di studenti americani (A People’s History Of The United States: 1942-Present), si presti a commentare un pugno di canzoni rock mi rincuora: la band che amo merita questo tipo d’attenzione. “Io e Eddie condividiamo lo stesso background”, mi dice quando gli chiedo che cosa accomuni un rocker e un pensatore ottantenne. “Entrambi c’interessiamo di problemi concernenti la pace e la giustizia. Entrambi ci troviamo ai margini delle rispettive professioni: gran parte degli accademici e delle stelle del rock si concentrano sulle loro carriere, non sulle lotte sociali e poltiche.”

Le loro strade si sono incrociate tre anni fa quando la rivista Interview chiese a Vedder d’intervistare un personaggio di suo gradimento. Eddie scelse questo professorone di cui ammirava i saggi e le opinioni controcorrente. “Non avevo mai sentito parlare dei Pearl Jam”, mi racconta Zinn. “Eddie mi invitò a un concerto a Los Angeles. Mi colpì il contrasto tra la calma, la serietà, la modestia che mostrò nel backstage prima dello show e la furia selvaggia che si scatenò tra il pubblico quando salì sul palco.” Quando si dice convinto che, essendo “fuori dal controllo”, il rock può contribuire indirettamente a creare una coscienza politica, Zinn riecheggia le parole di Vedder secondo cui essere “senza potere e senza niente da perdere” è la condizione ideale per mantenersi vivi.

Se le canzoni di Riot Act vibrano d’un nuovo impegno politico e sociale, è perché i tempi lo esigono. Le sirene di Evacuation, l’invito contenuto in Binaural ad abbandonare ogni “finta riluttanza”, suonano sempre più forte. Adesso sono diventate addirittura assordanti. Finito il tempo della disillusione, del nichilismo, della rabbia cieca, è tempo di cavalcare “l’onda” del cambiamento, come la chiama Vedder, prima che s’infranga. La speranza è un bene scarso ultimamente, ci dicono i Pearl Jam in quest’album. Popolato da visioni di morte che ricorrono in modo addirittura inquietante – ma in fondo potrebbe essere altrimenti dopo quello che è successo fuori e dentro la band? – Riot Act è un album dai toni grigiastri. “La mente è grigia. come la città”, recita un brano intitolato Ghost. Grigio. Mi viene in mente l’immagine dei newyorkesi che scappano alla spicciolata dal crollo delle torri e i colori tutt’intorno improvvisamente si annullano. Tutto è grigio. È questa la nostra condizione? “Papà se n’è andato in fiamme / Ma non è un film / Non è un libro che puoi chiudere / Quando sbatti il naso contro la grande bugia”, dicono le parole di Cropduster. Invitandoci a guardare dietro la “grande bugia”, a non credere a una tv che “vende ciò di cui non ho bisogno” (Ghost), a renderci conto della “malattia verde”, verde come i soldi, che si sta diffondendo in tutto il mondo occidentale trasformando ogni cosa in merce, i Pearl Jam accusano i politici come Bush di “cantare una canzone vecchia” (Bu$hleaguer) e invitano tutti noi a “percepire il mondo col cuore e non col cervello” (Green Disease).

In una nuova canzone, peraltro non inclusa nell’album, Eddie evoca un tempo quando c’era “tutta questa speranza e nessun posto dove andare. Una volta mi sentivo così, adesso non più”. Ho la sensazione che, pur scrivendo come sempre di sé, Vedder parli anche a chi dieci anni fa aveva speranza e rabbia e vigore e giovinezza, ma faticava a trovare un modo per incanalare tutti questi sentimenti. “Andiamo verso la creazione d’un movimento”, commenta Zinn quando gli cito quel frammento di testo. “La corruzione palese del sistema economico, il fallimento del sistema politico evidenziato dall’elezione fraudolenta di Bush, l’allargamento della distanza tra ricchi e poveri, il fallimento della borsa che ha colpito la classe media. La guerra al terrorismo e all’Iraq sono tentativi di coprire i fallimenti del sistema. Quando a loro volta falliranno, si aprirà la strada per un nuovo movimento.”

Forse proprio per evocare questo movimento, negli ultimi tre anni Vedder ha tenuto una serie di concerti benefici e di rally a favore di Ralph Nader, “l’unico candidato non piegato al potere delle multinazionali”, terzo incomodo nella corsa alla presidenza vinta da George W. Bush contro Al Gore. Calandosi nei panni antichi del folksinger quale commentatore sociale, un ruolo che poche rockstar accetterebbero di vestire in questi anni, ha imbracciato chitarra e ukulele girando l’America con un pugno di canzoni inedite (tre delle quali poi finite su Riot Act, ovvero Can’t Keep, I Am Mine e Thumbing My Way), alcuni classici dei Pearl Jam e una serie di cover rivelatrici. Con una manovra di ricontestualizzazione molto vedderiana, ha preso Gimme Some Truth, un brano scritto 30 anni fa da John Lennon contro l’allora presidente Nixon, l’ha ritoccato e l’ha utilizzato per attaccare Bush. Facendolo, ha in qualche modo suggerito un parallelo tra il suo ruolo di rocker consapevole e quello degli attivisti d’allora, ma soprattutto tra le figure dei due statisti. Da storico, Zinn invoca cautela: “A differenza di Nixon, che dovette fare concessioni ai tanti che erano contrari alla guerra, Bush è arrivato al potere senza dover fare i conti con movimenti di massa. Può perciò permettersi di muoversi spietatamente verso la guerra e ignorare i bisogni sociali in Patria”.

Non è certamente la prima volta che Vedder parla del presente utilizzando la storia del rock come voce e tradizione cui sente d’appartenere. Durante un concerto a favore di Nader ha interpretato People Have The Power di Patti Smith, un modo come un altro per dire che la mancanza d’iniziativa politica deriva dalla sottostima del potere effettivamente nelle nostre mani. “La gente ha sempre sopravvalutato il potere dell’establishment”, commenta Zinn, “scordando che il potere basato su soldi e armi è fragile e che se sufficienti persone si uniscono, si organizzano, resistono, le autorità diventano impotenti. È la storia a insegnarcelo.” Vedder ama citare a tale proposito una frase di Zinn: “Il potere non è nelle mani di chi siede nello studio ovale. Il potere è nelle mani di chi siede per strada”.

Il gruppo non l’ha dichiarato apertamente, ma il titolo Riot Act potrebbe essere una reazione all’USA Patriot Act promulgato nel novembre 2001 al fine di facilitare le indagini antiterrorismo. “Per chi non è cittadino americano”, spiega Zinn, “adesso è esattamente come essere soggetto al totalitarismo.” Quella suggerita dal titolo dell’album non è, però, la rivolta come alternativa all’obbedienza cieca, non è lo scontro tra riottosi e patrioti. Al contrario, Vedder mira a ridiscutere il concetto di patriottismo. “Amiamo il nostro Paese e crediamo in esso”, ha scritto il cantante, “ma dissentiamo circa il modo in cui è governato.” Zinn: “Il patriottismo non è l’obbedienza cieca al tuo governo, è l’obbedienza ai principi che dovrebbero stare alla base di esso – nel nostro caso i principi della Dichiarazione d’indipendenza secondo cui i governi sono creazioni artificiali volute dalla gente per proteggere i loro uguali diritti alla libertà e alla ricerca della felicità”. Non è una differenza da poco in un Paese nel quale schierarsi contro la guerra è considerato un atto antipatriottico. “Ecco perché”, dice Zinn, “quando i governi violano i principi democratici, disubbidire è un dovere patriottico dei cittadini. La disobbedienza civile è parte integrante della tradizione americana.”

Tutto ciò è scritto tra le righe di Riot Act. A volte non devo nemmeno sforzarmi di leggerlo, è lì, non ci sono doppi sensi o enigmi indecifrabili. È come se qualcuno avesse selezionato il tasto C3 del jukebox, per parafrasare un noto brano dei Pearl Jam, e la canzone avesse cominciato a diffondere la protesta. In questo senso, Riot Act è probabilmente l’album più diretto mai inciso dal gruppo. Non conterrà versi da antologia, ma quando tutto è stato detto e ancora c’è bisogno di comunicare, anche una battuta di seconda mano può essere utile. Come ha scritto qualcuno a proposito di problemi ben più importanti, “scegliamoci la nostra parte, indossiamo i costumi smessi e pronunciamo le battute di seconda mano in questa triste commedia di seconda mano” (Arundhati Roy). Anche i Pearl Jam hanno indossato costumi consunti, ma era il momento di farlo. “So che qualcuno l’ha già cantato”, dicono le parole di Love Boat Captain, “ma non è mai abbastanza: tutto ciò di cui abbiamo bisogno è amore.” I Beatles, certo. In altre canzoni di Riot Act ci sono immagini che appartengono al repertorio dei Pearl Jam, persino frasi intere utilizzate in passato. È un gioco autoreferenziale che crea un’atmosfera accogliente per chi ama il gruppo e ci dice che, in fondo, questo non è un disco di rottura, ma la continuazione d’una storia iniziata tanti anni fa.

Se “l’amore è la risposta”, come cantava Lennon, c’è un amore più grande e più forte di quello tra le persone, un senso d’appartenenza, una consonanza con l’universo che ci fa sentire al tempo stesso insignificanti, e perciò parte di qualcosa d’immenso. La tensione esistenziale di Can’t Keep, tutta quella voglia di fare imbrigliata in una canzone che sembra sempre sul punto di esplodere senza mai farlo, non è che un tentativo di trascendere la finitezza. “Non vivrò per sempre”, dice uno dei primi versi del brano. Ma alla fine della canzone, quando sai che quell’urgenza non verrà trattenuta ancora a lungo, Eddie canta che “vivrò per sempre”. Ci si scopre piccoli e impotenti – “Che stupido sono stato / Credevo d’aver pensato il mondo / Scopro che è il mondo ad aver pensato me” (Cropduster) oppure “Confronto all’universo sono un niente” (Love Boat Captain) – salvo poi capire che anche ciò che sembra “insormontabile” non lo è. Ho sempre trovato interessante che i membri dei Pearl Jam coltivino interessi legati agli sport e alla vita all’aria aperta – Eddie che fa surf in Australia o Jeff che scala montagne o se ne va in giro in bici per l’Europa – un’eccezione in un ambiente popolato da musicisti che affermano d’avere imbracciato la chitarra dopo essere stati malmenati da qualche muscoloso giocatore di football ai tempi della scuola. È naturale che l’esperienza sensoriale della natura, degli elementi, sia una presenza costante nelle canzoni d’un gruppo così. “Scalando montagne, galleggiando sul mare al largo, lontano dalle luci della città, gli elementi mi parlano”, canta Eddie in 1/2 Full in un passaggio che ricorda gli scritti di Daniel Quinn, “mi bisbigliano che la vita esisteva molto prima del genere umano.” E conclude: “Non c’è nessuno che vuole salvare il mondo?”.

Riot Act sa essere anche un disco intimo. Vedder lascia intendere d’aver scritto Love Boat Captain il 30 giugno 2002, esattamente due anni dopo la partecipazione della band al Festival di Roskilde. Allora, durante l’esecuzione di Daughter, nove ragazzi morirono schiacciati dalla folla – “nove amici che non conosceremo mai”, li definisce la canzone. “Tutto ciò che possiamo avere provato noi non è nulla rispetto al dolore dei familiari e degli amici di quei ragazzi”, ha detto Vedder al mensile Tutto. “Di certo non suoneremo più in un festival”, gli ha fatto eco il chitarrista Stone Gossard parlando con undecover.com.au, “vogliamo avere il completo controllo della situazione. Quel che è accaduto ci ha fatto fermare a riflettere, ci ha fatto apprezzare maggiormente le nostre stesse vite.” C’è un verso di Love Boat Captain in cui il gruppo, nella voce di Vedder, sembra particolarmente spietato con se stesso: “E se le nostre vite durassero a lungo, aumenterebbe anche il nostro rimorso?”.

Sembra particolarmente appropriato che Riot Act abbia una copertina sinistra e spettrale come quella realizzata da Kelly Gilliam. Artista dell’area di Seattle non ancora trentenne, vecchia conoscente dei Pearl Jam, Gilliam forgia opere d’arte in metallo. Appartiene al gruppo di lavoro Black Dog Forge, “un collettivo informale formato da quattro artigiani indipendenti che operano da soli, ma dividono le spese più gravose”, mi spiega Kelly. “Faccio questo lavoro da una decina d’anni”, dice, “disegno il 99% dei miei lavori e tendo ad utilizzare mezzi e materiali tradizionali.”

Solitamente impegnata a forgiare cancellate su misura per le case di Seattle e dintorni, Kelly è stata incaricata dal bassista Jeff Ament di dare vita a una scultura in base a una sua idea e ai disegni da lui abbozzati con la stessa Gilliam e con Brad Klausen, dal 1999 grafico del sito ufficiale dei Pearl Jam tenclub.net. Conclusa la fase preparatoria, in un mese di lavoro Gilliam ha forgiato l’opera in acciaio dolce, rame e bronzo – “perché mi piace mischiare vari materiali”. La scultura è stata infine fotografata da Ament. “È un tipo d’arte particolarmente apprezzata da chi abita a Seattle”, dice. “La concentrazione di fabbri ferrai nella zona del Pudget Sound è maggiore che in qualsiasi altra parte del mondo.”

Il panorama interiore dell’album è desolante quanto quello rappresentato da Kelly: un re e una regina dominano uno scenario apocalittico, forse una rappresentazione della vacuità e al tempo stesso delle conseguenze nefaste dell’esercizio del potere. Forse le due figure credono di comandare il mondo, ma sotto i piedi hanno solo rocce. “Ogni interpretazione è buona”, mi dice Klausen, che oltre ad occuparsi di grafica suona in una band punk-rock chiamata August Spies. Se Gilliam non vuole avventurarsi in interpretazioni dell’opera, Klausen si sbilancia un po’ di più: “Dal mio punto di vista ha a che fare con gli esseri umani e le loro percezioni, il modo in cui ci relazioniamo con gli altri e il significato che diamo alla nostra stessa esistenza. L’idea è di Jeff, lui ha dato vita e storia alle figure di Kelly. Il bello è che la storia, o Storia, di queste due figure è avvolta dal mistero. Chi o cosa sono? In che relazione sono uno con l’altra? Che cosa stanno facendo? Che cos’hanno fatto per arrivare a quel punto?”.

Oppure: come possiamo evitare di arrivarci? Una seconda foto dell’opera, cambiate luci e angolazione, appare sulla copertina del singolo I Am Mine. Più ascolto le altre canzoni di Riot Act, più capisco il testo di questa. Tutto ha un senso, adesso. Gli “egoisti in fila” che pensano di poter comprare tutto coi soldi. L’idea che “il Nord sta al Sud come l’orologio sta al tempo”. La vita di tutti giorni che non fa differenza tra Est e Ovest. L’innocenza perduta “tutta d’un colpo”. L’appello a non avere paura. Soprattutto quella frase: “So che sono nato e so che morirò / Quel che c’è in mezzo è mio”. La faccio leggere al Professor Zinn. “Lo spirito d’ogni libero pensatore”, mi dice, “è di comprendere quanto più possibile la vita: non pensare all’aldilà, né concentrarsi solamente su idee utopiche, ma godersi la vita in questo esatto momento, battendosi al tempo stesso per un mondo migliore. Sì, quel treno sta andando sempre più veloce. Non è più possibile essere neutrali”.

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