Pier Adduce racconta “I Funamboli”, un disco sull’equilibrio precario tra sopravvivenza e potere
Il musicista milanese, già voce e autore dei Guignol, racconta il suo terzo album solista: un disco sull’equilibrio precario dell’essere umano, tra figure marginali, personaggi di potere e contraddizioni del presente
Pier Adduce ha attraversato per oltre vent’anni la scena indipendente milanese come voce, autore e frontman dei Guignol, formazione con cui ha pubblicato nove album, realizzato numerose collaborazioni e portato la propria musica sui palchi italiani e internazionali. Negli ultimi anni ha intrapreso un percorso solista che lo ha visto pubblicare La bottiglia blu (2022) e Dove vola la cicogna (2024), fino al nuovo lavoro.
Pubblicato da La Chute Dischi/Audioglobe, I Funamboli è il terzo album solista di Pier Adduce, realizzato insieme ai TreSette, ensemble variabile che lo accompagna anche dal vivo. Un disco nato dall’incontro tra scrittura, ricerca sonora e libertà interpretativa dei musicisti coinvolti, in cui convivono strumenti acustici, elettrici e arrangiamenti costruiti attraverso un approccio spontaneo e collettivo.
Al centro dell’album c’è la figura del funambolo, una metafora che comprende tanto chi affronta ogni giorno la precarietà per necessità quanto chi trasforma il rischio in uno strumento di affermazione e potere. Un viaggio tra fragilità individuali e dinamiche sociali, raccontato attraverso personaggi marginali e figure dominanti. Abbiamo incontrato Pier Adduce per parlare del significato del disco, della sua nascita, del lavoro sugli arrangiamenti e dello sviluppo del progetto dal vivo con i TreSette.
Partiamo dall’album e iniziamo dal titolo: chi sono I Funamboli?
I Funamboli sono figure banali o eccezionali, dedite in qualche modo, consapevolmente o inconsapevolmente, all’azzardo. A modo loro mettono a rischio sé stessi e, a volte, anche gli altri. Qualcuno semplicemente per sopravvivenza, anche stentata, facendo i salti mortali, appunto. Qualcun altro invece per inventarsi una qualsiasi formula per prevaricare sul prossimo. Nel disco convivono quindi figure assolutamente marginali e altre di potere: è questo il mondo raccontato nei brani.
Prima di addentrarci idealmente nell’ascolto e parlare di alcune tracce, parliamo anche della copertina. Com’è nata?
La copertina è nata dal titolo e l’ho disegnata io, di mio pugno. In questo caso non ho incaricato nessuno, come invece mi è capitato spesso in passato. Nei dischi precedenti prendevo parte al lavoro grafico, ma qui l’ho realizzata interamente da solo. È una specie di spaventapasseri acrobata. Un misto tra una figura da equilibrista e un personaggio un po’ allampanato, fuori contesto rispetto allo sfondo rosso. È questa l’idea.

Il primo brano si intitola Smanie e vezzi di un Narciso al potere. Chi è il Narciso in questione? È ispirato a un personaggio in particolare? Te lo chiedo perché, ascoltando il brano, mi è sembrato di cogliere un immaginario che può ricordare anche l’epoca berlusconiana, più per i meccanismi che descrivi che per il riferimento a una persona precisa. È una chiave di lettura corretta?
Lo scenario è berlusconiano se lo riferisci a quella fase storica, ma non era assolutamente intenzionale. Berlusconi, almeno per quanto riguarda il nostro Paese, ha segnato un’epoca attraverso certi aspetti legati a una certa italianità, a un modo di imporsi nella società e nell’immaginario collettivo. Purtroppo queste dinamiche continuano a ripresentarsi. Credo abbiano generato situazioni totalmente aberranti che non sono state affatto debellate, sconfitte, anzi, si sono perfino rafforzate. Alcuni modelli di comportamento — come la propensione a svendersi o a raccattare consenso in qualsiasi modo — li abbiamo persino esportati all’estero. Abbiamo fatto scuola, non solo con il nostro grande cinema o la nostra letteratura, ma anche attraverso certe figure pubbliche.
In Elogio ed elegia dell’inutile a un certo punto dici o, se preferisci, canti “la mia pareidolia”. Quel personaggio nasce anche da qualcosa di tuo?
In realtà ci sono anch’io. Da ragazzino avevo una certa propensione alla pareidolia, non in senso patologico, ma fissavo certe figure e vi riconoscevo fisionomie umane, smorfie, volti… In questo brano ho mescolato quei ricordi con altri personaggi conosciuti in passato, creando la figura di una persona che trascorre le giornate quasi in uno stato di ipnosi o di depressione, misto a esaltazione, senza fare nulla, immobile, immaginando una reazione che non arriverà mai e sprofondando sempre di più. Anche musicalmente il brano accompagna questa idea: i versi suonavano bene così e il loro andamento circolare, quasi ossessivo, rende perfettamente quel meccanismo.
Passando invece all’aspetto musicale nel brano che si intitola Nel cielo di Lola non risulta dalle note del disco la presenza di un sitar: quello che si sente, quindi, non è un sitar vero?
Quello che si sente non è un sitar e nemmeno una sua riproduzione. È una vecchia chitarra acustica, con la cassa piccola, modificata bloccando le corde sul manico con una stecchetta di legno. In questo modo produce un suono vagamente simile a quello del sitar, ma resta uno strumento acustico semplicemente preparato in modo diverso.
Restando sul discorso musicale, come hai sviluppato gli arrangiamenti di questo lavoro?
Quella è stata probabilmente la fase più divertente e coinvolgente del disco. Le canzoni erano già pronte, con armonie quasi definitive. Ho chiamato i musicisti e li ho lasciati completamente liberi di interpretarle. Ho dato soltanto poche indicazioni di massima: il carattere dei pezzi, qualche passaggio ritmico e poco altro.
Maurizio Boris Maiorano è arrivato con questi organi vintage recuperati nei mercatini dell’usato, dando un’impronta molto scura e psichedelica. Giovanni Calella ha lavorato anche con quella chitarra acustica modificata di cui parlavo prima. Antonio Marinelli, con la chitarra elettrica, ha aggiunto un tocco tra il rumoristico e lo psichedelico, usando anche alcune slide.
Io ho suonato chitarre, armonica e altri strumenti. L’ultimo ad aggiungersi è stato Guido Andreani, produttore artistico del disco insieme a me e, in minima parte, anche a Giovanni Calella. Guido ha suonato basso acustico, percussioni, zucche, persino il retro delle chitarre acustiche. Ci siamo davvero divertiti: è stato come giocare. Tutto è nato in modo molto spontaneo; a volte era buona la prima, altre abbiamo ritoccato qualcosa, ma senza costruzioni troppo elaborate.
L’album è uscito a nome Pier Adduce & TreSette, con cui sviluppi il progetto anche dal vivo. La formazione, però, non è fissa: raccontaci come funziona.
La formazione cambia a seconda delle circostanze e degli ingaggi. I TreSette possono essere tre, quattro o cinque musicisti.
Attualmente c’è Fabrizio Carriero, che ha suonato anche la batteria nel disco; Federico Martinoni, entrato nel progetto per la parte live, che suona organi, pianoforte e in alcuni casi anche le linee di basso con l’organo. Da poco si è aggiunto anche Roberto Zanisi, uno straordinario polistrumentista che ha collaborato con artisti come Anna Oxa, Goran Bregović, Paolo Saporiti, Cristina Nico e molti altri, sia nell’ambito mainstream sia in quello underground. Roberto è un vecchio amico ed è stato bello ritrovarsi a suonare insieme. Ne sono davvero onorato e ci stiamo divertendo molto. Sarà con me anche nei prossimi concerti.
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Lasciamo un attimo la musica e facciamo una deviazione letteraria: ti stai dedicando alla scrittura di un nuovo libro?
Ti ringrazio per la domanda. Proprio qualche mese fa, ad aprile, mi è tornata la voglia di riaprire quel capitolo. Sto scrivendo alcune cose, ma non so ancora se prenderanno una forma tale da diventare qualcosa di pubblicabile. Ho del materiale che ogni tanto lascio sedimentare e poi riprendo, a seconda del tempo e dei momenti. Non ho nulla da annunciare, ma non escludo assolutamente nulla.
In conclusione: all’inizio dicevi che I Funamboli possono essere persone comuni ma anche figure di potere. In fondo, non siamo un po’ tutti costretti a vivere in equilibrio precario, vista la realtà che ci circonda? È una riflessione che può essere applicata anche al senso del disco?
Sì, è una riflessione calzante, perché ha a che vedere con l’animo umano, con l’individuo e con le circostanze che lo caratterizzano. Per molti il funambulismo coincide semplicemente con la lotta per la sopravvivenza, oppure con il tentativo di affermare sé stessi, il proprio messaggio, la propria dignità, il proprio diritto di esserci. In altri casi, invece, riguarda una smania di potere, un narcisismo tossico e malato. E molto spesso le due cose finiscono anche per intrecciarsi.










