Rock e cinema secondo Follero e Dassisti
Il nuovo libro Hoepli indaga sui rapporti tra pellicola e vinile
Uno è voce di Radio24 e autorità nel campo della critica cinematografica. L’altro è firma di Rockerilla e narratore rock solido e prolifico. Una coppia perfetta per raccontare un matrimonio storico, quello tra rock e cinema. Franco Dassisti e Daniele Follero hanno pubblicato con Hoepli ROCK & CINEMA – 70 anni di colonne sonore, film-concerto, documentari, biopic, un testo che si avvia a diventare punto di riferimento per i rapporti tra le due arti. Non è il primo in materia, ma parte da un punto di vista diverso dal solito, più vicino alla cultura rock (non a caso e la prima parola del titolo) rispetto a tanti altri volumi che osservano il fenomeno in chiave prevalentemente filmica. Ne parliamo con Follero.
Rock e cinema sono due arti giovani, caro Daniele, o meglio hanno caratterizzato fortemente il secolo scorso. Entrambe espressione del Novecento, maturate in maniera definitiva nel secondo Dopoguerra, figlie della società dei consumi ma al tempo stesso capaci di ospitarne elementi fortemente critici. Insomma, era un matrimonio inevitabile?
Ebbene sì, caro Donato, era proprio inevitabile. Soprattutto quando il rock’n’roll, da metà anni ’50, ha iniziato a monopolizzare il panorama della popular music. Il cinema, incuriosito (e un po’ spaventato) dall’esplosione di quella che, pochi anni prima, era considerata una musica da evitare per la borghesia bianca americana, si è avvicinato cautamente a quel mondo fino a restarne ammaliato, trasformandosi nel più efficace strumento di diffusione dell’immaginario rock. Almeno fino alla nascita di MTV.
Il titolo, nell’anteporre “rock” rispetto a “cinema”, prelude a un taglio saggistico un po’ diverso dal solito. Lo sguardo è più aderente all’evoluzione del rock, come mai?
L’idea era quella di scrivere una storia del rock attraverso i film, i documentari, i biopic che meglio ne hanno rappresentato le numerose trasformazioni, dando la priorità all’aspetto narrativo piuttosto che a quello enciclopedico. Perchè, in fondo, la funzione dei film rock e dei rockumentary è stata proprio quella di raccontare, contribuendo alla creazione di un immaginario fatto di volti, atteggiamenti, costumi, linguaggi legati in maniera inscindibile alla musica. La nostra vuole essere la storia di queste narrazioni.
5 luglio 1954 è la data che gli storici considerano il battesimo del rock. il cinema rock è coevo?
Si potrebbe dire, quasi contemporaneo. La sera del 2 Febbraio 1955, all’Encino Theater viene proiettato in anteprima il film Blackboard Jungle (conosciuto in Italia con il titolo Il seme della violenza) introdotto dalle note di Rock Around the Clock di Bill Haley. È il primo film a includere un brano rock’n’roll e tanto basta a richiamare l’attenzione dei giovani americani. Si sprecano gli aneddoti sugli effetti del brano di Haley nelle sale cinematografiche, prese letteralmente d’assalto da ragazzi desiderosi di un pretesto per scatenarsi. Quel pretesto era il rock’n’roll, percepito dai teen ager bianchi come una trasgressione.
Il boom di Elvis non fu solo musicale ma anche cinematografico, tuttavia se in musica fu rivoluzionario, su pellicola non ebbe tale impatto: salvate qualche suo film o passiamo avanti?
I primi quattro film di Elvis, in particolar modo quelli che appartengono alla cosiddetta “trilogia del ribelle” (Loving You, King Creole e Jailhouse Rock, usciti tra il ’56 e il ’58), oltre a contribuire in maniera determinante al successo senza limiti dell’Elvis musicista nel mondo, erano ancora capaci di consegnare ai giovani spettatori messaggi di ribellione, veicolandoli mediante i movimenti e gli atteggiamenti trasgressivi e sensuali di Presley. Prima di partire per il servizio militare, Elvis possiede, a livello di immagine, ancora una forte carica eversiva.
Dal Re ai Baronetti. Di film i Beatles ne girarono molti di meno ma A Hard Day’s Night è stato un documento storico eccezionale in un periodo di trionfo della cultura rock. Che impatto ebbe all’epoca e successivamente?
Con A Hard Day’s Night il rock si impossessa letteralmente del mezzo filmico per utilizzarlo con il proprio linguaggio. Fino a quel momento, il rock’n’roll era stato oggetto di attenzioni da parte del cinema, aveva fornito un immaginario e un contesto. Elvis nei suoi film recita nei panni di un personaggio inserito in una trama, come un qualsiasi attore. I Beatles non hanno più bisogno di inserirsi all’interno di un copione prestabilito. Sono loro il soggetto, la trama, i protagonisti e il copione. L’eccezionalità della loro vita di teen idol diventa un elemento essenziale del film e viene trasformata da Richard Lester in un “falso” documentario che racconta trentasei ore di (presunta) quotidianità dei Fab Four mescolando Free Cinema inglese, Nouvelle Vogue e l’immediatezza della televisione. L’uscita di A Hard Day’s Night coincide con l’esplosione della Beatlemania, che nel Febbraio del 1964, con lo “sbarco” dei Beatles negli USA, supera i confini nazionali. All’epoca della Swingin’ London il film contribuirà non poco a diffondere nel mondo l’ideale di benessere e divertimento associato alla capitale britannica.
L’epoca delle rockstar, da Bowie a Zappa, da Dylan ai Pink Floyd, passando per gli Who e i Led Zeppelin, coincide con una notevole crescita del cinema che accoglie – o mitizza – tanti di questi artisti anche con i film-concerto. Quali erano i segreti del loro fascino e perché sono progressivamente decaduti?
Il film-concerto è probabilmente la forma cinematografica più strettamente connessa al rock e nasce proprio dall’esigenza di immortalare un’immagine e un contesto sempre più necessari alla musica per completarne il senso. Una forma in piena sperimentazione, almeno fino a Woodstock di Wadleigh, che si è moltiplicata in maniera esponenziale con la diffusione dell’Home video e, successivamente, dello streaming, perdendo con il tempo il fascino di rappresentare l’unica testimonianza di quell’evento. Grandi registi come Scorsese e Demme hanno contribuito ad esaltare questa forma cinematografica tipicamente rock firmando capolavori intramontabili come The Last Waltz e Stop Making Sense.
Gli anni ’80 hanno visto il trionfo del videoclip: cosa li rendeva vincenti rispetto ai film da vedere in sala?
La produzione di un videoclip è più agile, immediata ed economica rispetto a quella di un film, ma è la nascita di MTV a cambiare le gerarchie. Prima degli anni ’80 quelli che poi sono stati chiamati videoclip esistevano già in diverse forme nei film, (come parentesi all’interno della storia, ad esempio, vedi Magical Mistery Tour) oppure erano utilizzati per sostituire la presenza dei musicisti nei programmi televisivi. Fino agli anni ’80 il film e il rockumentary restano le forme preferite dal rock per veicolare e amplificare la propria immagine. Con MTV e la possibilità di venire incontro alle richieste del pubblico, la situazione cambia. E quando un video entra in “Heavy Rotation” ha un effetto dirompente. I Guns ‘n’ Roses ne sanno qualcosa. Oggi, nonostante la chiusura di MTV faccia pensare al contrario, il videoclip resta un imprescindibile strumento nella promozione della popular music all’epoca dei social media.
Quando il rock si storicizza e acquisisce la consapevolezza di essere diventato una porzione notevole di cultura popolare del XX Secolo, diventa oggetto di approfondimento cinematografico: dedicate un intero capitolo al boom dei biopic. Quanto è stato importante questo fenomeno?
La recente moda del biopic segna una nuova fase della storia del rock e, di conseguenza, del “suo” cinema. Una fase riflessiva, in cui prevale lo sguardo all’indietro, la ricerca di un approdo sicuro in un panorama musicale difficile da decodificare e comprendere, nel quale il rock, inteso come genere, non gioca più un ruolo da protagonista nella cultura mainstream. E la sicurezza il pubblico la ritrova nel Pantheon di miti costruito in 70 anni di storia. Detto questo, il biopic rock in quanto tale risale agli anni ’70 e aveva già raggiunto un apice importante con The Doors di Oliver Stone nel 1991. Oggi, al netto di una produzione massiccia e spesso stereotipata e/o finalizzata semplicemente a ravvivare l’interesse sulla discografia di un artista, ogni tanto qualche perla, come Elvis di Baz Luhrmann o A Complete Unknown di James Mangold, brilla nel mucchio.
Da pochissimo è terminata Stranger Things, e nell’ultima puntata abbiamo potuto ascoltare Clash, Iron Maiden, David Bowie, Prince e molto altro. Quando una serie utilizza classici come colonna sonora, a quale tipo di immaginario attinge?
Un’idea di rock “classico” è ben chiara nell’orizzonte musicale degli ascoltatori e va da Elvis ai Nirvana coprendo una quarantina d’anni, durante i quali questa musica ha rappresentato un’ideale di trasgressione. Il rock è cresciuto insieme al suo pubblico e questo spiega come sia possibile che i Rolling Stones o gli AC/DC continuino a riempire gli stadi. Se poi ci spostiamo sul versante underground, il rock è vivo e vegeto e continua ad accompagnare le sonorità della società contemporanea.
Non manca una riflessione sul cinema rock italiano, da Dario Argento ai Manetti Bros. Siamo stati periferici anche in questo o abbiamo potuto contare su qualche eccellenza di respiro internazionale?
Così come la musica, il cinema rock in Italia ha avuto un ruolo marginale, se comparato all’impatto delle produzioni anglo-americane coeve sul pubblico italiano. Non mancano, tuttavia, esempi di film che, da Radiofreccia di Ligabue al recente Margini di Niccolò Falsetti, hanno saputo raccontare il volto caratteristico, unico, dell’Italia rock tra ribellione e provincia.

