Il 27 giugno 2002 sarà ricordato con tanta tristezza da tutti gli appassionati di rock. Non solo per la prematura scomparsa di John Entwistle, leggendario bassista di The Who, ma anche per la meno pubblicizzata ma altrettanto dolorosa dipartita del direttore di Billboard, Timothy White.
White, uno dei padri del giornalismo rock, è stato stroncato da un infarto proprio mentre stava salendo in ascensore nel suo ufficio al 770 di Broadway, nel cuore di Manhattan. Quel posto lo ricordo bene: me lo aveva fatto visitare Bill Flanagan, altro luminare della critica rock, all’epoca direttore di Musician (mensile di Billboard), oggi mente artistica ed editoriale di VH-1, il più bel canale tv di musica del mondo.
Mentre mi faceva da guida nei labirinti della casa editrice newyorkese, Flanagan mi presentò “il nuovo direttore di Billboard, il grande Timothy White”. Era il 1991 e Timothy, come ha dichiarato poco dopo la sua scomparsa l’editore Howard Langer, “era stato la prima persona che avevo voluto assumere. Cercavo un partner che mi aiutasse a rinnovare una testata storica come Billboard senza modificarne la sua mission editoriale: quella, cioè, di essere un supporto concreto all’industria della musica. Con Timothy White ho condiviso un decennio pieno di entusiasmo e grandi innovazioni. Oltre a possedere brillanti doti intuitive, una smisurata passione per la musica e capacità narrative di primissimo ordine, Tim ha vissuto con una ferma convinzione: la libertà d’espressione viene prima di ogni altra cosa”.
Timothy White era nato il 25 gennaio 1952 (guarda caso, proprio l’anno della prima incisione di rock’n’roll.) a Paterson, New Jersey, da John Alexander e Gloria White. Dopo essersi laureato alla Fordham University, nel 1972 aveva iniziato la sua carriera presso l’Associated Press: prima come fattorino, poi come corrispondente sportivo e infine come cronista di spettacolo.
Dal 1976 al 1978 aveva quindi diretto la mitica Crawdaddy, pionieristica rivista rock, prima di passare (dal 1978 al 1982) nella redazione di Rolling Stone, di cui è stato anche direttore. Oltre ad aver collaborato con numerose altre testate (da Musician a Spin, dal New York Times sino a Playboy e Penthouse), White è stato soprattutto amato dagli appassionati per alcune biografie straordinarie come Catch A Fire: The Life Of Bob Marley (definita, dal celebre cronista di San Francisco Joel Selvin, “la miglior biografia rock mai scritta”) o The Nearest Faraway Place: Brian Wilson, The Beach Boys And The Southern California Experience. La sua ultima fatica (uscita neanche un anno fa) si chiama Long Ago And Far Away: James Taylor, His Life And Music ed è la biografia ufficiale del cantautore del New England.
Ricercatore accurato, investigatore minuzioso, cronista preciso, White non aveva forse il fascino storico-culturale di Greil Marcus, né la sfrontataggine di Lester Bangs, il carisma di Geoffrey Giuliano o la brillantezza di Dave Marsh. E, probabilmente, neanche le capacità narrative dello stesso Flanagan. Eppure, le sue biografie (ma anche le collezioni di interviste come l’eccellente Rock Lives: Profiles And Interviews) o la raccolta della sua rubrica Music To My Ears hanno fatto epoca: per completezza, lucidità, immediatezza. Senza dimenticare che lui, vero gentleman spesso immortalato con uno sfizioso papillion, ha saputo, anche attraverso i suoi seguitissimi programmi radiofonici, dar voce ad artisti emergenti o a personaggi totalmente sconosciuti. Che poi gli sono stati riconoscenti (dicono che il suo ufficio fosse pieno di fotografie con dediche di artisti poi diventati famosi che lo ringraziavano per le belle parole espresse nei loro confronti). Perché chi lo ha conosciuto bene porta di lui un ricordo di persona generosa. Sempre schierata a difesa della musica e degli artisti che la producono.
Mitch Glazer, il suo migliore amico, compagno di avventure negli anni passati a Crawdaddy, quel giorno ha pranzato con lui, pochi minuti prima della sua morte. Racconta che “Tim era di ottimo umore: il giorno dopo sarebbe stato il 15° anniversario di nozze. L’avevo trovato molto sereno. Le sue ultime parole sono state per mia figlia Shane, una sedicenne timorosa che sarebbe, di lì a poco, partita per il college. Le aveva detto: ‘Non preoccuparti: andrà benissimo’. Poi, ha fatto per andarsene, e si è fermato di colpo. È tornato indietro, l’ha abbracciata e le ha sussurrato: ‘Rock on’. Alla luce dei fatti, credo che quello sia l’epitaffio perfetto per lui”.
In un mondo competitivo e pieno di invidia come quello della critica musicale, White aveva saputo raccogliere stima e consensi anche dai suoi colleghi. “Era un reporter attento”, ha affermato Robert Draper di Rolling Stone, “che ha sempre avuto un approccio obiettivo e storico (mai da fan) nei confronti degli artisti e della musica.” “Un peso massimo del giornalismo musicale”, lo ha definito Ward Just, di Atlantic Monthly.
Il giorno del suo funerale, James Taylor aveva uno spettacolo sull’altra costa (all’Hollywood Bowl di Los Angeles), ma sua sorella Kate era presente e ha cantato accompagnata da John Mellencamp. Lo stesso Mellencamp, James Taylor, Don Henley e Sheryl Crow stanno organizzando un concerto-tributo in ricordo del grande scrittore. Che aveva anche un altro vezzo: come molti suoi colleghi, Timothy White aveva una band. Suonava la batteria con i Dry Heaves, un gruppo che aveva messo in piedi insieme ad altri critici rock (Jann Wenner, Charles M. Young, Jon Pareles e Kurt Loder). E mentre sua moglie Judy Garlan e i due figli gemelli Chistopher e Alexander lo stanno piangendo, i suoi colleghi e amici melanconicamente lo ricordano e noi appassionati lettori dei suoi libri ci nutriamo delle sue parole, lui Timothy, in questo momento (forse) sta intervistando Jimi Hendrix.
O almeno, a noi piace pensare che sia così.
