“Le canzoni di questo disco sono state scritte in anni in cui ho perso due madri, quella adottiva June Carter Cash (aprile 2003) e quella naturale Vivian Liberto Cash Distin (maggio 2005). A queste perdite così dolorose si è aggiunta quella del mio amato padre”.
Chi parla è Rosanne Cash, primogenita di Johnny Cash e il disco cui si riferisce si chiama Black Cadillac ed è, senza ombra di dubbio, il più sentito, emozionante, completo e appagante della sua carriera. Intriso di rock d’autore, folk di classe e immerso in litri di “americana”, il suo songwriting è intenso e passionale: un vero e proprio “outing” teso all’elaborazione di una serie di lutti davvero devastante.
Gli arrangiamenti delle 12 canzoni, un blend elettro-acustico di enorme fascino, sono merito di due producer d’eccezione: Bill Bottrell e John Leventhal, marito di Rosanne. “Alcuni brani” dice la Cash “sono stati scritti come atto liberatorio, altri con lo scopo di essere veicolo di guarigione, alcuni con rabbia, altri come atto d’accusa verso l’appropriazione pubblica di un dolore privato, molti in momenti di tristezza e confusione, qualcuno in pace e serenità. Questo lavoro mi ha aiutato a seppellire, nel profondo del cuore, cose che non capirò mai fino in fondo”.
Tutto l’album sembra pervaso dal fantasma di Johnny Cash, la cui voce che sollecita la figlia con un inequivocabile “C’mon Rosanne” è, per altro, la prima cosa che si ascolta una volta infilato il dischetto nel lettore. Lo si coglie immediatamente; a partire dalla prima traccia, la title-track, fantastica ballad dal piglio rock che trasuda stile, classe e originalità tipiche del Man In Black.
La sofferenza per la perdita dei propri cari e il conseguente, confuso senso di impotenza e vuoto sono il fil rouge lirico ed emotivo che lega le canzoni di Black Cadillac, talmente belle e particolari che mai suonano cupe o tristi. Semmai, colpiscono diritte al cuore degli ascoltatori. Stilisticamente vario (ricorda come pertinenza stilistica e varietà di generi americani sfiorati il miglior Lyle Lovett), l’album passa da un sofisticato honky tonk (Radio Operator) a un jazz-blues vintage (World Without Sound), da un country-rock raffinato (Dreams Are Not My Home) a una seducente blues ballad acustica (House On The Lake).
I momenti di eccellenza assoluta vengono raggiunti in quei brani d’autore che sanno coniugare folk e rock con liriche poetiche e melodie suadenti. Vedi la toccante I Was Watching You con riferimenti precisi al matrimonio dei genitori o la straordinaria God Is In The Roses in cui c’è un’esplicita dichiarazione d’amore a papà Johnny (“Ti amo come un fratello, come un padre, come un figlio / Forse non durerà per sempre ma nessuno me lo potrà mai rubare / Ti vedo rinascere perché Dio è nelle rose e nelle spine”).
Scrive benissimo Rosanne, anche dal punto di vista melodico e armonico. Addirittura meglio delle sue amiche Mary Chapin Carpenter o Shawn Colvin, come dimostrano The World Unseen o Like A Wave o la traccia finale, Good Intent, nella quale si materializza nuovamente la voce di Johnny che gioca con la piccola Rosanne.
“Il lutto è un insieme di elementi” ha detto Rosanne Cash “come la poesia, l’arte, la fede, l’amore. Ora so cosa sopravvive ai miei genitori: ho capito le loro qualità e posso liberamente decidere di farle diventare mie”.
