25 aprile 2003.
Con un messaggio di poche righe inviato al Forum del suo sito ufficiale, Sinéad O’Connor annuncia il definitivo ritiro dalle scene. Motivo: problemi di salute, desiderio di privacy, obiettivi di vita diversi (studi religiosi?), bisogno di dedicarsi ai figli. A soli 36 anni, dunque, uno dei personaggi più osteggiati (ma anche meno capiti) del panorama musicale internazionale getta la spugna.
Devo dire la verità: a me Sinéad non è mai stata simpatica. Ma, come molti (la maggior parte, direi) non ho mai fatto nulla per cercare di comprendere i motivi a causa dei quali questa ragazza irlandese (dal look particolarissimo ma dalla voce strepitosa) ha sempre suscitato sentimenti contrastanti nel prossimo. “Il mondo adora la finta rabbia di Alanis Morissette”, ha provato lei stessa, una volta, a spiegare, “ma non riesce ad accettare chi, come me, è arrabbiato davvero, dentro.”
La sua infanzia (molto) infelice è, probabilmente, alla base di tutto. E le violenze fisiche e psicologiche che ha dovuto subire ne hanno condizionato il fragile carattere: ribelle ma sensibilissima, sprezzante e timida al tempo stesso, Sinéad non ha mai accettato passivamente le ingiustizie. E ha sempre reagito in modo plateale, spesso pagando in prima persona.
Così, per protestare contro i discutibili atteggiamenti della chiesa irlandese e americana in tema di pedofilia, nel 1992 la O’Connor (durante una puntata del celebre show televisivo Saturday Night Live) decide di stracciare davanti alle telecamere una foto del Papa. L’episodio condiziona, di fatto, il resto della sua carriera: nessuno si preoccupa di capire i motivi che hanno spinto “l’irlandese calva” a compiere quell’atto sacrilego. Il sentimento unanime è di condanna e le accuse fioccano, incondizionate, da tutte le parti ma in particolare negli Usa. E quando Sinéad, due settimane dopo, sale sul palco del Madison Square Garden di New York per cantare I Believe In You (nel corso del Tributo a Bob Dylan, l’ormai leggendaria Bobfest, come si divertì a chiamarla Neil Young) è accolta dai fischi del pubblico. Lei si offende e invece di iniziare il pezzo, sfida la platea, guardando tutti fisso negli occhi. Dopo due, tre minuti di silenzio, inizia a declamare il testo di un brano di Bob Marley, War: “Sino a che la teoria che certifica l’esistenza di una razza superiore e di una inferiore non verrà discreditata e abbandonata per sempre, dappertutto sarà guerra”, urla Sinéad accecata dalla rabbia. “Sino a che esisteranno cittadini di prima e di seconda categoria, e sino a che il colore della pelle di un uomo sarà più importante del colore dei suoi occhi, dappertutto sarà guerra.”
La gente esplode: fischi, urla e insulti si abbattono sulla O’Connor che esce dal palco (visibilmente provata) tra le braccia di un comprensivo, quasi paterno Kris Kristofferson. Qualcuno, anni dopo, dirà che se Sinéad non si fosse impuntata e avesse subito cantato il pezzo di Dylan il pubblico non l’avrebbe più fischiata. Sarà. Di fatto, se oggi provate a fare una navigazione in Rete, trovate (proprio come allora) solo sentimenti risentiti nei confronti di Sinéad.
“Ha deciso di ritirarsi? Lo ha già fatto almeno tre volte”, scrive Bob da Tucson, Arizona.
“Non vuole che la gente la osservi mentre mangia la pasta al ristorante? Ma chi volete che la guardi? Chi si crede di essere?”, sostiene (quasi crudelmente) Paul da Londra.
Anche il tono del messaggio d’addio, non era dei migliori. Tanto da costringere la stessa Sinéad a una sorta di rettifica presso www.sinead-oconnor.com, il web site dei suoi più accaniti ed affettuosi fan. “Mi dispiace”, ha detto Sinéad, “se la mia nota poteva suonare un po’ arrogante: non era mia intenzione. Volevo soltanto essere onesta verso di voi e, prima ancora, verso me stessa. Non avessi dovuto ‘dar da mangiare’ ai miei figli, avrei mollato questo cazzo di mondo della musica già da tempo. Adesso, però, non ce la faccio più fisicamente: sono stanca, ho problemi con la schiena, non ho più energie e desidero che la mia vita si diriga verso altri lidi. Voglio che i miei prossimi 36 anni di vita siano più calmi, riflessivi e intimi”.
Come promesso, lascia a tutti un magnifico, doppio regalo d’addio: un dvd (Goodnight, Thank You, You’ve Been A Lovely Audience) e un cd live che documentano il suo ultimo concerto di Dublino di fine 2002 più un altro cd con outtake, rarità e altre chicche della sua intensa carriera.
I due live (il dvd e il cd del doppio album pomposamente intitolato She Who Dwells In The Secret Place Of The Most High Shall Abide Under The Shadow Of The Almighty) sono fenomenali. Sinéad (dai tempi in cui i Chieftains l’hanno coinvolta nel progetto The Long Black Veil) ha riscoperto la tradizione irlandese; e la canta in modo superlativo. Timbro, estensione, ma soprattutto la straordinaria espressività fanno venire i brividi. In più, Sinéad sceglie un repertorio equilibratissimo in grado di passare con garbo ed eleganza dalla tradizione celtica ai suoi grandi hits. Come la travolgente Fire On Babylon o la celeberrima versione del pezzo di Prince Nothing Compares 2 U che qui davvero rende merito al titolo: nessuno, oggi, può pensare di competere con la voce della O’Connor. Che addirittura commuove nei brani in gaelico come Óro, Sé Do Bheatha ‘Bhaile o nei pezzi come I Am Stretched On Your Grave, You Made Me The Thief Of Your Heart o Molly Malone in cui l’eccezionale blend di tradizione irish, rock d’autore e spruzzatine di pop elegantissimo rendono il tutto assolutamente inimitabile. Le 13 canzoni contenute nella affascinante esibizione non sono solo il miglior documento sonoro dell’arte ineguagliabile di questa artista così controversa. Ne rappresentano un riscatto assoluto alla faccia di tutti quelli (compreso il sottoscritto) che per pigrizia intellettuale, finto perbenismo o semplice antipatia ‘di pelle’ l’hanno per anni snobbata. Se non, addirittura, avversata.
Chissà se, come capitato ad alcuni grandi sportivi (mi vengono in mente alcuni famosi ‘antipatici’ come Jimmy Connors, Maradona o Mike Tyson i cui atteggiamenti ‘fuori dal campo’ sono stati talmente discutibili e trasgressivi da far scordare le loro formidabili gesta atletiche), Sinéad a fine carriera recupererà i favori del pubblico. Senza peccare di facile buonismo, io davvero me lo auguro. Anche perché, come qualcuno scrisse una volta di Janis Joplin, di Sinéad si può tranquillamente affermare che “chi l’ha sentita cantare anche una sola volta, non se la potrà mai più dimenticare”.
