22/07/2026

Stefania Avolio, il viaggio di “I Have Been Here”

A oltre un anno dall’uscita del suo terzo album, la pianista, cantante e compositrice veronese ripercorre un periodo intenso di concerti e viaggi, racconta le storie e i luoghi che hanno ispirato I Have Been Here e guarda già al prossimo disco, che conterrà anche brani in italiano

 

Pubblicato nel marzo 2025, I Have Been Here è il terzo album di Stefania Avolio, un lavoro profondamente autobiografico nato dal desiderio di trasformare in musica i luoghi e le esperienze che hanno segnato il suo percorso negli ultimi anni. Dalle montagne della Lessinia alle coste di Brighton, fino alla forza primordiale dei paesaggi islandesi, ogni brano è insieme un viaggio geografico e interiore che attraversa ricordi d’infanzia, momenti di profonda riflessione ed esperienze di vita che hanno lasciato un segno nel suo percorso, compresa una delicata esperienza vissuta in ospedale. Tra alternative pop, pianoforte e influenze della musica classica contemporanea, il disco costruisce un dialogo tra paesaggi, emozioni e sonorità moderne, trasformando ogni canzone in un frammento di vita. A oltre un anno dalla sua pubblicazione, l’artista veronese continua a portare questo progetto sui palchi italiani ed europei e il prossimo 26 luglio sarà protagonista al Festival Tracce di Terracina (LT). Con lei abbiamo ripercorso il cammino di I Have Been Here, parlato dell’influenza di Björk sul suo percorso artistico, del rapporto con il pubblico e dei primi passi verso il nuovo album, che potrebbe segnare anche il suo debutto discografico con brani in italiano.

 

È passato un anno e qualche mese dalluscita del tuo nuovo album I Have Been Here. Che anno è stato?

È stato un anno davvero incredibile, molto intenso e pieno di esperienze. Ho viaggiato tanto e portato la mia musica in Italia e all’estero, con quasi trenta concerti. Ogni viaggio mi ha permesso di conoscere persone e realtà nuove, alcune delle quali sono rimaste nella mia vita anche dopo il concerto. La cosa che mi emoziona di più è ricevere messaggi da persone incontrate durante questo percorso, che mi raccontano di stare ascoltando ancora il mio album o di essersi riconosciute in una canzone. Credo che per un’artista non possa esserci soddisfazione più grande: sapere che qualcosa di così personale è riuscito ad arrivare nella vita di qualcun altro.

 

I Have Been Here è un lavoro molto autobiografico, vero?

Sì, è un lavoro estremamente autobiografico. Racconta esperienze, luoghi, ricordi e momenti molto personali della mia vita. In un certo senso, questo album mi ha aiutata a parlare di me e a esprimere cose che difficilmente riesco a raccontare alle persone nella vita quotidiana. Credo che anche la scelta di cantare in inglese abbia avuto un ruolo importante: utilizzare una lingua diversa dalla mia mi permette di creare una piccola distanza emotiva e di sentirmi più libera. Forse alcune esperienze, raccontate direttamente nella propria lingua madre, diventano ancora più difficili da pronunciare. Attraverso la musica e l’inglese sono riuscita invece a trasformarle in qualcosa che potesse appartenere non soltanto a me, ma anche a chi ascolta.

 

Nel tuo album ci sono richiami allIslanda e nelle tue sonorità tra le tante influenze c’è anche Björk. Com’è nata questa passione per la sua musica?

Sì, nell’album c’è un brano intitolato Icelandic Wind, che ho iniziato a scrivere in aereo mentre tornavo dall’Islanda. Ho avuto la fortuna di poter suonare lì nel 2023 e, nello stesso tempo, di visitare una terra meravigliosa che mi è rimasta profondamente nel cuore. Ogni paesaggio mi ha impressionata, ma ciò che ricordo più di tutto è la forza del vento: era talmente potente da spingerti fisicamente, da farti lacrimare gli occhi. È stata una sensazione incredibile, quasi impossibile da dimenticare. Naturalmente speravo anche di incontrare Björk, ma purtroppo non è successo!

Ascolto la sua musica da molti anni, anche se devo ammettere che inizialmente non riuscivo a comprenderla fino in fondo. Poi, continuando ad ascoltarla ed entrando sempre più nel suo universo, ho cominciato ad amare ogni aspetto del suo lavoro: la voce straordinaria, l’uso creativo dell’elettronica, la ricerca sonora e la profondità dei testi. Nella sua musica nulla sembra lasciato al caso, ma allo stesso tempo tutto conserva una grande libertà e una forza emotiva autentica. È proprio per questo che Björk è diventata una delle artiste che amo e ammiro di più.

 

 

In questi anni hai suonato tanto in Italia e allestero. È diversa la percezione della tua musica da noi e fuori dai confini del nostro Paese?

Non credo si possa generalizzare, perché anche in Italia ho incontrato molte persone che hanno apprezzato profondamente la mia musica, spesso con osservazioni molto attente, da veri conoscitori del genere. Cantando in inglese, naturalmente, all’estero è più facile che il pubblico comprenda immediatamente i testi, mentre in Italia può esserci una maggiore distanza linguistica.

Quello che mi ha sorpresa, però, è che anche chi non aveva compreso ogni parola è riuscito comunque a cogliere il significato emotivo delle canzoni. Alcune persone hanno poi voluto approfondire, cercando o traducendo i testi, e quando mi hanno raccontato le sensazioni provate durante il concerto mi sono resa conto che avevano percepito esattamente ciò che desideravo comunicare.

Credo che questo dipenda anche dal modo in cui utilizzo la voce: non soltanto per raccontare attraverso le parole, ma come un vero e proprio strumento espressivo. Spesso si fonde con i cori, con l’elettronica e con gli altri suoni, diventando parte integrante dell’atmosfera del brano. Anche per questo la musica può arrivare prima e oltre il significato letterale delle parole.

 

Adesso hai sicuramente un live in programma il prossimo 26 luglio a Terracina per il Festival Tracce. Cosa ci puoi anticipare di questo concerto?

Il prossimo 26 luglio avrò il piacere di suonare al Festival Tracce, sulla terrazza comunale che si affaccia sulla piazza antica di Terracina, a pochi passi dal Foro Romano. Sarà un concerto molto speciale per me, perché sarà la prima volta che porterò la mia musica in una piazza. L’idea di esibirmi in un luogo così ricco di storia, all’aperto e a diretto contatto con la città, mi emoziona moltissimo.

Presenterò i brani di I Have Been Here nella loro veste dal vivo, attraverso tastiera, voce ed elettronica. È una musica molto intima e visiva, quindi sono curiosa di scoprire come dialogherà con uno spazio così suggestivo e con l’atmosfera di una sera d’estate. Credo che ogni luogo trasformi in qualche modo le canzoni e sono certa che anche questo concerto lascerà in me un ricordo particolare.

 

Hai poi altri live in programma?

Sì, avrò un altro appuntamento molto speciale in Slovacchia. In quell’occasione terrò il mio primo workshop dedicato alla composizione musicale, durante il quale racconterò il mio processo creativo: come nascono i miei brani, come sviluppo le prime idee e come costruisco la musica, dal pianoforte fino all’elettronica e alla voce. Il fine settimana si concluderà poi con un concerto in una cittadina slovacca.

Sicuramente arriveranno anche altre date, ma in questo momento sto concentrando gran parte delle mie energie su ciò che verrà dopo. Lavoro già da alcuni mesi al prossimo album e la strada da percorrere è ancora lunga: c’è molto da scrivere, sperimentare e costruire. È una fase impegnativa, ma anche estremamente stimolante.

 

Stai scrivendo nuovi brani?

Sì, sto scrivendo nuovi brani e devo ammettere che in questo periodo ho la testa un po’ in confusione. La composizione è un momento bellissimo, ma anche molto complesso, fatto di continui alti e bassi e di piccole lotte interiori.

Ci sono i testi da scrivere, le armonie e le melodie da scegliere, gli strumenti, gli arrangiamenti, i cori: ogni elemento apre possibilità diverse e prendere una decisione non è sempre semplice. C’è davvero moltissimo da fare e, potendo, mi chiuderei per mesi in una piccola casa nel bosco, senza vedere né parlare con nessuno, per non interrompere o influenzare il flusso creativo. Credo però che anche questa confusione faccia parte del processo: prima o poi, lentamente, tutto comincia a trovare il proprio posto.

 

Hai mai pensato di cantare in italiano?

Sì, ci ho pensato, ma forse ho avuto bisogno di arrivare fino a questo terzo album per sentirmi davvero pronta. Cantare nella propria lingua significa esporsi in modo ancora più diretto e, per molto tempo, probabilmente l’inglese mi ha permesso di mantenere una piccola distanza emotiva da ciò che raccontavo.

Ora, invece, sento il desiderio di affrontare anche l’italiano e posso anticipare che nel prossimo album ci saranno sicuramente almeno due brani nella mia lingua. Forse saranno anche di più, chi lo sa. Voglio lasciare che sia la musica a indicarmi la direzione, senza impormi troppi limiti.

Stefania Avolio - I Have Been Here

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