10 anni e 100 numeri dopo, eccoci ancora qui. Con diversi chili in più (Vites), qualche capello in meno (Todesco) e alcune diottrie perse (Ezio). Ma con la determinata e fortissima passione di sempre (everybody) proprio come Peter Gabriel, l’artista che avevamo scelto per la copertina del nostro Numero 1.
Era l’autunno del 1994 quando prendeva vita l’avventura chiamata JAM e da allora, come direbbe Bob Dylan, i tempi sono davvero cambiati. Vi basti pensare che il locale nel quale abbiamo festeggiato il lieto evento (Zelig) oggi è un programma televisivo di successo e la televisione con cui eravamo gemellati (Videomusic) non esiste più: al suo posto (?), cinque o sei canali tematici (musica?) tutti più o meno uguali, tutti per ragazzini (dementi!) dai 12 ai 14 anni. Badate bene: non ho nulla contro i ragazzini, ma ho molto contro i dementi. Che anche nel 1994 erano, come sempre, la maggioranza. Allora, però, il rock stava vivendo una stagione particolare.
Il suicidio di Kurt Cobain (5 aprile) aveva messo in qualche modo la parola fine al fenomeno grunge, l’ultima vera grande storia del rock. Di quelle che piacciono tanto a noi: con radici underground, circoscritte nel tempo (1988-1994) e nello spazio (Seattle), contraddistinte da un’etica forte, da valori precisi, da uno spirito comune.
“Meglio bruciare velocemente che spegnersi lentamente”, aveva scritto Cobain (citando Neil Young) sul biglietto d’addio. La sua vicenda era finita male: ma quei valori, a cui facevamo riferimento prima, vivono ancora oggi nella musica e nell’attitudine dei Pearl Jam che, ironia della sorte, erano proprio il gruppo che, all’epoca, i media mettevano in contrapposizione ai Nirvana.
La fine della Generazione X coincide con la nascita dei nuovi hippie e delle jam band: al nichilismo di fine millennio si contrappongono, di colpo, una solarità e un ottimismo simile a quello dei figli dei fiori.
“Gli anni 90 non sono altro che i 60 capovolti”, sentenzia in quei giorni il pittoresco Wavy Gravy, chiamato 25 anni dopo a tornare sul palco di Woodstock per commemorare la madre di tutti i Festival. Nella Winston Farm di Saugerties (14 agosto) la nuova Woodstock nation assiste a uno spaccato efficacissimo della musica di quell’anno: il punk californiano dei Green Day, la world music di Youssou N’Dour, il pop-rock irlandese dei Cranberries, la violenza sonora dei Nine Inch Nails. Proprio la band di Trent Reznor, all’inizio dell’anno, registra il suo album più significativo (Downward Spiral) nella ‘casa degli orrori’, quella in cui la Family di Charles Manson aveva massacrato venticinque anni prima l’attrice Sharon Tate e altri cinque suoi amici. Nella villa di Bel Air, insieme a Reznor, c’è anche l’astro nascente Marilyn Manson. Che, poche settimane dopo Woodstock ’94 (18 ottobre), ha modo di iniziare quella lunga lista di vicende controverse che ancora oggi lo vedono protagonista. Al Delta Center di Salt Lake City, sale sul palco prima dei Nine Inch Nails (perché il suo concerto era stato cancellato), straccia il Libro dei Mormoni e lo getta tra il pubblico prima di distruggere i camerini. Nel frattempo, diventa prete della Chiesa di Satana fondata da Anton Szandor LaVey.
In Inghilterra, è l’anno del brit pop. Il mondo conosce le melodie gradevoli (e gli atteggiamenti sgradevoli) dei fratelli Gallagher. Internet è ancora un piccolo mistero ma i Rolling Stones se ne fregano: sono loro la prima band a trasmettere on line il segmento di un concerto rock: venti minuti dello show del Cotton Bowl a Dallas diventa (18 novembre) visibile al mondo grazie alle tecnologie della Thinking Pictures.
I nostalgici accolgono con piacere due grandi reunion: Robert Plant e Jimmy Page si ritrovano nei LWT Studios di Londra (25 agosto) per registrare un episodio di Mtv Unplugged che ribattezzano Unledded. Mentre, esattamente quattro mesi prima (25 aprile) sul palco del Double Diamond Club di Aspen (Colorado) Don Henley, Glenn Frey, Joe Walsh, Don Felder e Timothy B. Schmit suonano di nuovo insieme: le ‘aquile’ tornano a volare alto.
Volano altissimi anche Smahing Pumpkins, il loro Siamese Dream vende più di tre milioni di copie (agosto) e Alice In Chains: l’ep Jar Of Flies, primo nella storia, entra (12 febbraio) al numero uno della classifica di Billboard. Entra in orbita anche una graziosa songwriter (ex corista di Michael Jackson) che, tutti i martedì sera, si ritrova con amici a casa di Bill Bottrell per far musica. Il suo album di debutto (che non a caso s’intitola Tuesday Night Music Club) va subito in classifica (19 marzo). Un anno dopo, Sheryl Crow è una superstar. Lo diventeranno (di lì a poco) anche parecchi artisti, in quei giorni autentici sconosciuti: come il rocker della North Carolina Ryan Adams che dopo aver militato nella punk band universitaria dei Patty Duke Syndrome forma i Whiskeytown. Sempre dalla North Carolina, muove i primi passi il rock d’autore di Ben Folds. A Dallas comincia ad esibirsi un duo di black music (formato da Robert Free Bradford ed Erykah Badu) e, nello stesso periodo, il boss della Clean State Records mette sotto contratto una giovanissima e promettente songwriter: Fiona Apple. Un contratto l’hanno già Hootie & The Blowfish quando (2 settembre) presentano in anteprima allo show di David Letterman Cracked Rear View (che l’anno successivo sbanca le classifiche diventando il più venduto debutto discografico della storia americana).
Il 1994 è anche l’anno in cui fa il suo esordio discografico Ben Harper. Viene da Claremont, California, un paesino ai confini con il deserto del Nevada che vanta una lunga tradizione musicale. Welcome To The Cruel World (8 febbraio) mostra già la sua delicata introspezione, il suo elegante songwriting, la sua profonda spiritualità, le sue intriganti radici musicali.
Il 26 luglio, la Righteous Babe pubblica il quinto album della sua fondatrice, Ani DiFranco, una folkie in abiti punk. Out Of Range è il disco della maturità artistica della ragazza di Buffalo prima dei suoi capolavori di fine anni 90. Nell’aprile dello stesso anno, fa il suo esordio (su etichetta Bmg) la nuova scoperta di Steve Lilliwhite: Dave Matthews Band. A fine estate (23 agosto) la Columbia pubblica il debutto di un figlio d’arte: con Grace nasce (e muore) il mito di Jeff Buckley che termina la sua breve vita neanche tre anni dopo a Memphis.
Tutti personaggi, quelli citati, immortalati sulle copertine di JAM. Insieme a tanti altri la cui musica, se non ci ha propriamente salvato la vita, ci ha sicuramente aiutato a vivere meglio. E che, speriamo, continui a farlo per i prossimi 10 anni (e 100 numeri) del nostro giornale.
Peace & Love.
